venerdì, febbraio 27, 2009

Attenzione


Chi frequenta Facebook è gravemente esposto ai più seri problemi di salute.

Ci riferiamo oltre che al maggiore network, anche a tutti gli altri presenti sul mercato, ovviamente, anche se per il favore di cui gode FB, il numero e la qualità degl'iscritti, una buona parte dei quali appartiene a classi d'istruzione elevata e ai ceti dirigenti della società, esso rappresenta il veicolo più importante di contaminazione.

Non pensiamo però che i pericoli siano rappresentati da ictus e altre malattie legate piuttosto allo stile di vita perseguito da ciascuno dei membri, quanto piuttosto dalle manie ossessivo- compulsive, connesse all'uso smodato degli strumenti di conoscenza e relazione, che il sito mette a disposizione.

In effetti, se ci si fa caso, in esso sono compresenti tutte le possibilità di comunicazione. Dal blog alla chat, ai gruppi di fan o spontanei, dalla politica al giornalismo, alla letteratura, ai film, alla musica, e via dicendo (chi più ne ha, più ne metta).

FB assomiglia moltissimo al grande fratello orwelliano: i dati vengono immagazzinati ad una velocità supersonica, la privacy vacilla, ed i controlli si sentono come il fiato sul collo (alcuni, peraltro, sono indispensabili, per impedire che il caos prevalga su tutti).

La possibilità, illusoria, di far parte di comunità globali o globalizzate rende dipendenti psicologicamente.

Se si sta troppo dietro alle infinite lusinghe telematiche in esso contenute, ci si accorge di essere in trappola: il web ci avvolge, blandisce, stuzzica, solletica il narcisisismo ed il presenzialismo, nonché la presunzione di poter dire la propria su su ogni argomenro e sul prossimo, anche violando i limiti del buon gusto e della discrezione, e, quindi, il rispetto della persona.

In mezzo al cicaleccio instancabile, il nostro io può perdere il senso della realtà, credendo di vivere una vita vera ed

autonoma, da cui le insidie del quotidiano sono state eliminate.

Un mondo ovattato che attenua tutti sensi.

Un universo artificiale nel quale disperdere la nostra personalità.

Per questo sarebbe utile che le conoscenze virtuali si tramutassero in relazioni, personali o di gruppo, effettive.

E' l'unico modo per non inebetire, come già accade con televisione e droghe.

martedì, febbraio 17, 2009

Soru, vittima di se stesso


Un giornalista di " Le Monde", non molto tempo fa, intervistò il Governatore della Sardegna.

Dopo una domanda, il Presidente della Regione cominciò a rispondere e subito s'interruppe, facendo calare il silenzio tra sé e l'interlocutore, il quale, dopo un'attesa che pareva interminabile, provò a sollecitare il completamento della risposta, rimasta a mezz'aria.


Immediatamente, a quella che gli pareva un'intrusione, Soru reagì stizzito, intimando all'intervistatore: non m'interrompa !




Perché riportiamo questa notizia riesumata da "Il Giornale" in campagna elettorale ?




Perché in questo aneddoto c'è buona parte del carattere dell'uomo e gl'indizi della sua debolezza come uomo politico.




Ora che ha perso con l'onore delle armi, dobbiamo riconoscergli, insieme ad alcune gravi gaffes, almeno l'onestà di essersi dimesso per chiedere all'elettorato un giudizio sulla sua azione di governo, a dispetto del dissenso espresso all'interno della coalizione che lo aveva scelto come premier.




L'apporto dato alla sua rielezione dai partiti movimentisti e radicali ha avuto il sapore di una tattica strumentale per trovare, per essi, spazi altrimenti non conquistabili, alienandogli le simpatie di parte dell'elettorato cattolico.




A nulla, inoltre, sono valsi sia il personale appoggio di Walter Veltroni, che l'uso indiscriminato dei mass-media.




La sua "Unità" e "Repubblica" , la terza rete della radiotelevisione e la 7, "la Nuova Sardegna", "il Sardegna" e le reti radio-visive create dall'amico Nicola Grauso, smentiscono la sua presunta minorità nel campo della comunicazione e non danno la spiegazione della sua sconfitta, la quale, benché sostenuta mediaticamente, è sostanzialmente frutto della sua incompatibilità caratteriale con il mondo della politica militante, traffichina e sleale, ipocrita e affarista, opportunista e miserabile nel decretare la sua fine, con ciniche pugnalate alla schiena ed accordi elettorali trasversali e sottobanco, nell'ambito del centro-sinistra, per favorirne la caduta.




Soru, come buona parte dei sardi di razza, ha perduto paradossalmente per alcune qualità che l'alchimia della patitocrazia trasforma in difetti e colpe irreparabili.




L'inventore coraggioso e geniale di Tiscali, una realtà tecnologica che ha modernizzato il nostro paese e l'Europa, costituendo una spina nel fianco di colossi telematici monopolisti, decise di scendere in campo, forse per sopraggiunte difficoltà della sua azienda, ma soprattutto per conquistare nuove “chance e quindi maggiore possibilità d'influire sulle scelte di un territorio difficile, qual è da secoli l'isola dei nuraghi.




Egli aveva capito che un buon imprenditore, prima o poi deve fare i conti con chi detiene un potere forte come quello dei partiti, i quali possono essere motore di sviluppo o palla al piede del progresso, con cui occorre, comunque, scendere a patti.




All'inizio, il “Progetto Sardegna” si pose come un movimento al di fuori delle “camarille”, con un programma che puntava principalmente su tre elementi importanti: - ricerca scientifica, con la creazione di un polo universitario competitivo a livello internazionale;


- rivalutazione delle risorse agro-pastorali, con l'adozione delle tecnologie più avanzate per la produzione e la commercializzazione diffusa dei prodotti tipici regionali, protetti e garantiti dalle imitazioni;


-potenziamento dell'imprenditorialità turistica da estendere alle zone interne dell'isola, nell'attenta salvaguardia della natura.




Idee buone che però dovevano perire nel mare magnum della burocrazia dei compromessi e dei giochi di corridoio, una volta stretta l'alleanza con il centro-sinistra.




Errori strategici gravissimi si evidenziarono ben presto nel corso della sua leadership, tutti derivati dall'impostazione salesiana della sua formazione culturale, ancorata al “cattolicesimo rosso” degli anni sessanta e influenzata pesantemente dagli istinti estremisti degli ayatollah del post-comunismo, con cui maldestramente strinse un'innaturale legame ( come possa un fautore del libero mercato entrare in sintonia con l'ideologia assistenzialista, demagogica, antimodernista di una certa sinistra resta ancora un mistero).




A ciò si aggiungano alcuni stravolgimenti dei connotati propri della cosiddetta “sardità”, forieri delle più perniciose conseguenze per l'economia e l'immagine della Sardegna.




L'insofferenza per i pretesi colonizzatori del territorio ed i rigurgiti “revanscisti” contro i nuovi ricchi, maleducati ed arroganti, si tramuta da sentimento d'indipendenza individualista e senso della giustizia sostanziale, l'amore per la natura e la propria tradizione, fortemente connaturati al costume dei sardi, in provvedimenti giuridicamente aberranti e di rozza impronta giustizialista con tasse ed imposizioni fiscali anticostituzionali, in un assurdo braccio di ferro con il Governo centrale ed in vincoli all'attività edilizia privi di logiche giustificazioni ed attinti dal peggior repertorio dell'ambientalismo isterico e fanatizzato.




Le conseguenze negative di simili deviati atteggiamenti non tardarono a manifestarsi in un pervasivo arretramento culturale ed economico.




L'opposizione alla permanenza americana a La Maddalena e alla base della Marina militare italiana, nonostante il pannicello caldo del G8, rischiano di provocare un tracollo economico senza precedenti per la comunità dell'arcipelago “più bello del mondo”, e nascono dall'utopia dissennata di poter attirare imprenditori seri, in grado d'investire e produrre ricchezza, dall'oggi al domani, imponendo una patria potestà burocratica che contraddice i più elementari principi della libera iniziativa.




La contestazione aprioristica della Costa Smeralda e la contemporanea ricerca successiva del sostegno dell'Aga Kan Karim, per importare turismo internazionale nella fascia meridionale dell' isola, con baricentro nella provincia di Cagliare è il grottesco risultato di un campanilismo senza senso né scopi apprezzabili sotto il profilo dell'interesse generale.




Il Presidente si è attorcigliato nei pregiudizi e nelle contraddizioni di una classe politica insipiente portandolo ad enfatizzare il proprio animo di sardo fiero e leale, fino a capovolgersi nel parossismo estremista e declamatorio, nei più nefasti ed autodistruttivi impulsi autarchici.



Il risultato negativo di tale discesa agl'inferi si poteva intuire.




Che cosa poteva portare il connubio tra un imprenditore tutto sommato ingenuo ed i vecchi marpioni dei professionisti della politica se non un abbraccio mortale?



(Pubblicato anche su "Il legno Storto" ed "Il Mascellaro")


sabato, febbraio 14, 2009

Amore e Matrimonio






C'è una differenza sostanziale tra l'amore e il matrimonio.
Rari, rarissimi i casi di coincidenza tra l'istituzione-contratto e i sentimenti profondi, i legami autentici tra uomo e donna.

L'istituzione matrimoniale è in crisi , non da oggi, ma da almeno un secolo, anche se c'illudiamo che sia un fatto relativamente recente.

Marco Guzzi sta conducendo un'indagine accurata in Rai sui mali del nostro tempo ed i risultati sono sconcertanti, ma veritieri: per il nostro paese, afflitto da calo demografico e della fecondità, abbassamento del livello di responsabilità individuale, di una morale vitale, mancanza di impulsi veri per i giovani ed i meno giovani, sono particolarmente catastrofici.

Sul piano culturale, i drammi di Ibsen, i romanzi di Gide, i saggi di Freud hanno, da tempo, individuato nella famiglia un luogo di "violenza tirannica", d incomprensione rancorosa, di vendette incrociate, di rabbia ineliminabile.

E' dagli inizi del novecento che l'istituto è stato posto sotto accusa, riconoscendo un divario tra forma e sostanza nella convivenza amorosa tra i sessi.


Le coppie di fatto sono in aumento, come separazioni e divorzi.Segni di un cambiamento ulteriore nel costume della società
e nella ricerca non solo della libertà individuale e di coppia, ma di un modo nuovo di ascoltare il proprio spirito, valorizzando l'affettività sincera sull'ipocrisia sociale.

Il prof. Alberoni (honny soit qui mal y pense), esperto d'innamoramenti, ha stabilito la possibilità che, nel corso dell'esistenza, si possa incontrare l'amore al massimo tre volte.
Resta confermata quindi la caducità di relazioni, le qualie, se vengono formalizzate con nozze civili o religiose corrono, comunque il rischio elevato di rompersi.
La media della durata matrimoniale pare sia ormai di due anni.

E allora?


Cerchiamo l'amore vero, privilegiandolo rispetto al conformismo, vincendo insulse resistenze di carattere ideologico: sposiamoci pure se lo vogliamo, ma prendiamo atto della fine di un bellissimo sentimento, quando esso si è esaurito.

Ricordiamo, altresì, le perspicaci parole di un grande, inimitabile pensatore, come Nietzsche, il quale affermava profeticamente: "Non sposarsi è un piccolo atto di non conformismo che va assolutamente fatto".

Viva S.Valentino.

martedì, febbraio 10, 2009

Eluana: né destra né sinistra


“Libero” ha pubblicato alcune dichiarazioni di uno “scienziato” ideologo, il quale, a proposito del caso Englaro, nell’affermare apoditticamente, ma senza adeguato riscontro probatorio,che solo un soggetto pensante, cosciente, può definirsi vivo, si richiama alla finta contrapposizione tra destra e sinistra.

Il problema però non è politico , ma di carattere squisitamente etico.

Dipende dalla nostra sensibilità e dalle decisioni conseguenti alla nostra visione della vita e del mondo.

Non saprei dire come deciderei. se fossi al posto di Beppino Englaro.

Bisogna soffrirle sulla propria pelle certe situazioni, per poter rispondere con onestà intellettuale.

Perciò mi astengo da qualsiasi giudizio e rispetto il dolore della famiglia.

Credo peraltro che la libertà di scelta individuale, a certe condizioni, non possa essere negata dallo stato.
Anche questa, legata magari al testamento biologico, è riconducile ad un irrinunciabile principio di libertà (e responsabilità) personale.

Ecco perché mi pare che lo schema di testamento biologico ,apparso su Facebook, a cura del gruppo dei riformatori liberali, sia condivisibile.

L’invadenza dello stato dovrebbe essere limitata a dettare regole di larga massima, senza voler minutamente disciplinare materie così delicate e cariche di pathos, nelle quali si rischia di compromettere un valore fondamentale come quello della dignità della persona.

lunedì, febbraio 09, 2009

Cacciari e l'ortodossia


Ritanna Armeni, miracolosamente scampata al genocidio perpetrato dai giovani turchi della 7, capeggiati dalla bionda all'arancia Lilli Gruber, ha trovato asilo politico presso la Rai.

In quella sede ha subito messo a segno un intervista, manco a dirlo, sul tentativo di colpo di stato contro Napolitano da parte del premier sul caso Englaro, con il tenebroso sindaco di Venezia, il filosofo Massimo Cacciari, definendolo con le parole del Presidente della Regione Veneto, il leghista Galan, nientemeno che “un eretico”.

L'autorevole maitre à penser della sinistra post-marxista non ha battuto ciglio e sembrava, anzi, molto lusingato dall'appellativo mentre si accingeva a dare il suo responso sul testamento biologico, oggetto del disegno di legge governativo, da oggi all'esame del parlamento.

Pur apprezzando le parole del politologo liberale, il Prof. Angelo Panebianco, il quale dalle pagine del “Corsera”, invitava a considerare argomenti tanto delicati come esclusivi della sfera privata, ribadiva che l'etica non è sufficiente a disciplinare un tema così profondo, occorrendo invece un prodigioso intervento della politica per i riflessi sociali che la scelta di un determinato sistema normativo produce tra la gente e presso il popolo, oltre che in ciascun cittadino.

Ora, a parte la lapalissiana dichiarazione d'intenti iniziale, buona per tutti gli usi, anche il resto delle argomentazioni, svolte dal'illustre primo cittadino lagunare, non sono apparse come uno “strappo”, rispetto alle consuete prese di posizione ideologiche dell'opposizione dell'attuale governo.

Ed allora viene spontanea la domanda: il bieco Galan e la pasionaria di "Liberazione"dove hanno intravisto l'eresia del gattone-pensante, in eterno oscillare tra moderatismo e rivoluzione, mentre rimugina, tra una leccatina ai baffi e l'altra, la risposta ai problemi del mondo?

Nelle uscite pubbliche, e sono ormai innumerevoli, non si è mai notato nulla di diverso dall'ortodossia della grande chiesa post -comunista.

Cacciari va bene così a tutta la sinistra, che non vede l'ora di toccargli sandali e saio, essendo l'unico a dimostrare di avere un po' d’idee e sale in zucca, quando parla delle strategie della sua parte politica.

Anche se profumata da gigli, la strada che indica non è eretica per nulla, tutto sommato è dentro la tradizione del novecento. Al presente per essere un Giordano Bruno dovrebbe allearsi, lui laico e ateo, con Benedetto XVI, come ha già fatto da tempo l’ateo devolto Giuliano Ferrara, il quale infatti rischia di finire sul rogo con il suo sodale Pietrangelo Buttafuoco, altro personaggio da demonizzare e mandare in esilio per aver denunciato la perdita del sacro nel suo ultimo libro “Cabaret Voltaire”.

E allora perché gratificare Massimo Cacciari di qualità superiori a quelle che possiede?

Per essere “eresiarchi” non bastano le parole di qualche collega o qualche fan o qualche ammiratrice in platea o alla raitv.
Ci vuole ben altro.
Andatelo a chiederlo al povero Socrate.

giovedì, febbraio 05, 2009

Soru, l'infelice



In particolare, il richiamo all'età del Cavaliere pare un penoso espediente, per evitare di approfondire i veri temi della campagna elettorale ed sorvolare sugli errori commessi dalla sua giunta, pongono M.R. Tiscali in contrasto con l'ambiente tradizionale sardo e la cultura dell'isola, in cui il rispetto dei “vecchi” è norma fondamentale, e lo riconducono, purtroppo, paradossalmente alla figura tipica del “nuovo ricco”, aduso ai toni arroganti e supponenti, privo di qualsiasi elementare rispetto per il prossimo.

Egli dimentica che “la giovinezza è una malattia da cui si guarisce presto” e che un politico di razza si serve delle idee, r non della volgarità, per conquistare il consenso. Il linguaggio da caserma e gli atteggiamenti spocchiosi si ritorcono, prima o poi, contro chi li usa.

Quel che dispiace maggiormente è l' immagine falsa e squalificante della Sardegna e dei sardi, che scaturisce dalle infelici dichiarazioni rese al giornale.

giovedì, gennaio 29, 2009

Traghetti e poltrone


La recentissima notizia di un incendio a bordo di un traghetto della Tirrenia, ripropone ancora una volta il tema degli aiuti di Stato ed il mantenimento dello status quo nell'organigramma della società di navigazione.

L'attuale Presidente di quest'ultima, come si sa, è stato confermato, anche se per un periodo limitato, senza tenere in debito conto che l'impresa, nel corso degli ultimi decenni, non ha fatto altro che aggiungere sprechi su sprechi, senz'assicurare né comfort né sicurezza ai passeggeri. Pare che anche questa volta, infatti essi siano stati abbandonati e lasciati in balìa degli eventi, senza preoccuparsi di farli scendere immediatamente dopo il frettoloso rientro nel porto di Genova deciso dal comandante della nave al verificarsi dell'incidente.

Com'è possibile che un fatto così grave non richiami l'attenzione sulla necessità di riformare i rapporti tra la ex flotta di stato e l'ordinamento, accelerando la liberalizzazione e l'apertura del mercato?

Lo chiediamo al Ministro dell'economia.

E' possibile che i casi Alitalia si moltiplichino e che sia sempre Pantalone a pagare lo scotto dell'eterna sopravvivenza di carrozzoni clientelari, come le famigerate linee di navigazione di preminente interesse nazionale e... di nessun servizio per il cittadino?

sabato, gennaio 10, 2009

Invito alla lettura di Simone Weil


Forse avete già letto qualcosa di Simone Weil. Se non l'avete fatto, ve ne consiglio la lettura. Adelphi offre un catalogo completo delle sue opere, che in rapporto alla sua breve vita sono un vero e proprio prodigio del suo genio. A me piace soprattutto ricordare "La Grecia e le intuizioni precristiane" e "L'amore di Dio"con un'introduzione di Augusto del Noce su "S. Weil testimone del nostro tempo".

Se penso alle tante "femmes savantes"del nostro tempo, non posso fare a meno di notare la differente statura intellettuale e culturale di questa giovane donna, febbricitante di passione per la mistica e per le fonti della civiltà occidentale, scomparsa prematuramente, ma stella splendente per l'eternità, nel cielo dei talenti di primaria grandezza.

Nelle sue "Lezioni di filosofia", che sto leggendo, ci sono indicazioni succinte, ma acute, sui concetti fondamentali e sulle conquiste del pensiero da parte dei grandi pensatori dell'umanità ascritti all' Occidente.

Molto perspicue le considerazioni sulla conoscenza di sé, attorno a cui, fin dai tempi di Socrate, ognuno di noi s'interroga.

E' semplicemente strabiliante come quest'autrice riesca cogliere l'essenza delle cose, attraverso una logica stringente ed una profonda analisi dell'anima del mondo, con un excursus affascinante e coinvolgente.

Buona lettura a chi voglia approfondire la sua scienza.

giovedì, gennaio 08, 2009

L'ingiustizia tributaria




E’ certamente una buona notizia la richiesta scaturita dal congresso forense di Bologna, attinente alla riforma della giustizia tributaria, finora amministrata da giudici per lo più non togati con tutte le defaillances (per usare un eufemismo) che tale sistema comporta.

Più che la terzietà del processo in tale materia, pare avere privilegio l’amministrazione finanziaria in tutte le sue svariate forme al solo scopo di evitare che il diritto di difesa, con lo specchietto per le allodole di una giurisdizione ad hoc, possa esercitarsi effettivamente ai sensi dell’art.111 Cost.

Si tratta solo di un escamotage per consolidare lo strapotere e gli abusi che l’applicazione di tributi esosi da parte della burocrazia continui indefinitamente, in barba allo stato di diritto e alla salvaguardia della libertà del cittadino (che tramite il potere di tassare può tranquillamente ritrovarsi in una condizione di schiavitù: se lo stato in maniera diretta o indiretta può appropriarsi a piacimento del reddito che ognuno produce, dove finisce l’autonomia della persona?).

L’amministrazione pubblica fa raro uso dell’autotutela per correggere i propri errori formali e sostanziali.

Si vede bene come le cartelle pazze siano diventate la regola nel nostro ordinamento e come pagamenti, divenuti inesigibili per termini scaduti, siano invece inflitti per l’eternità al contribuente, con aumenti dei costi e nessuna garanzia per il singolo.

Avete mai provato a seguire un procedimento di fronte alle commissioni tributarie non presiedute da un magistrato di ruolo?

Nel migliore dei casi si tratta di una pantomima vergognosa ed umiliante, che comporta spese indescrivibili per l’erario e serve unicamente a proteggere imposizioni arbitrarie ed illegittime.

Gli ammiccamenti tra componenti del collegio ed i funzionari, spesso incompetenti e fannulloni, incapaci di applicare correttamente le norme, i quali trovano molto comodo appuntare l’attenzione più sui soggetti onesti che sugli evasori, sono all’ordine del giorno.

Parecchi commercialisti fanno il gioco dell’ente impositore sotto la bandiera del tengo famiglia, soggiacendo al timore riverenziale ed ai ricatti morali degl’impiegati finanziari di ogni ordine grado e dei membri delle commissioni.

Ben venga dunque, anche in questo campo la riforma della giustizia, con parità di diritti per le parti com’è d’uso nei paesi civili, tranne il nostro, improntati a regole di autentica democrazia.

venerdì, gennaio 02, 2009

La guerra del Capodanno



fuochi dAll'indomani del capodanno, è facile constatare come si sia allineati alla tradizione italica in quanto a numero di virttime dei botti: quattrocento feriti ed un morto sono il risultato della guerra di fine anno.



Esse si accompagnano alle ottomila degl'incidenti stradali nell'ultimo decennio, cui si aggiungono quelle della droga e della lotta di mafia.



L'alba del 2009, al di là degli auspici verbali che ciascuno di noi non rinuncia a formulare, non è fausta per nulla.



I superstiti delle classi medio-piccole ormai annaspano.



Dopo la tassazione predatrice, è giunta una crisi economica epocale, alla quale la politica, senza distinzione tra destra e sinistra, imprigionata dalla burocrazia e dal sistema bancario, non sa dare risposte adeguate, con tutto il rispetto per i provvedimenti minimi adottati a favore dei ceti più deboli, grottescamente invitando a consumare, magari indebitandosi...



L'esortazione ha avuto successo. Infatti le somme spese per cenoni e festeggiamenti hanno superato quelle dell'anno decorso, ma purtroppo anche questo fatto non è che un segnale di disagio.



Ormai una società come la nostra, priva di punti di riferimento, non trova altro modo di reagire che rifugiandosi nel più bieco materialismo egocentrico.



Le parole di Benedetto XVI hanno il suono della verità, per credenti e no, laddove denunciano i disastri di una globalizzazione che dimentica l' etica.



Al di là di alcune manifestazioni di solidarietà sociale, di rispetto dell'altro e di onestà individuale, il panorama generale è desolante.



Schiavi di bande di grassatori, impadronitesi della pubblica amministrazione, che gestiscono la burocrazia come un affare personale, ai cittadini è data soltanto la possibilità di esercitare la furbizia come sistema di vita, a danno dei pochi esemplari di gente onesta e di una corretta relazione tra istituzioni e soggetti privati, in un crescente degrado e disfacimento dello Stato e della massima noncuranza per l'interesse generale.



Basta guardarsi attorno per vedere come il mancato rispetto delle regole in ogni campo, il malcostume pervadente, sia divenuta l'unica norma da seguire. La lettura di "Cabaret Voltaire" di Pietrangelo Buttafuoco, pur con tutte le riserve in materia di salvaguardia delle libertà individuali e collettive, è un'utilissima disamina della desertificazione dell'Occidente e dell'Italia in particolare.



La perdita del Sacro coincide con la distruzione delle radici e delle idee, del patrimonio culturale e dell'identità spirituale del vecchio continente, che da decenni non ha più un'anima.



Ora, in un mondo di cartapesta come questo, non sono certamente i consumi a risollevare una comunità.



Ci vuole molto di più per una vera rinascita.

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mercoledì, ottobre 29, 2008

Tra teologia e rivoluzione

Il sorriso timido e gli occhi stupefatti del teologo Mancuso nascondono in realtà una ferrea volontà di ridefinire il cattolicesimo alla luce della realtà mutevole della società desacralizzata e dell'ansia di conciliare tutti gli opposti in un'unica filosofia storicista, razionalista, modernista, semi-atea e laicista.

L'autore de "L'anima e il suo destino", quasi un romanzo sul trascendente, è il personaggio che interpreta meglio il disagio degli ex credenti contemporanei, che purtuttavia vogliono ritenersi ancora cattolici pur non riconoscendo più l'autorità del Papa - se non fino al Concilio Vaticano II, vero limes del progresso cattolico in materia di fede.


Sullo stesso versante il Cardinal Martini, ritenuto ormai l'anti-papa per eccellenza e rappresentante prodigioso della massa dei neo-modernisti, quasi fosse un Masaniello della Chiesa rivoluzionaria, che trova viceversa in Mancuso il sistematizzatore di questa novella visione della religione dell'est modus in rebus, la quale rifiuta il no di principio ed ammette il ni possibilista, innalzando il vessillo minimalista della perenne mediazione tra contrari, del sincretismo tra fede (presunta) e scienza (presunta), nel banale tentativo di sciogliere tutti i nodi dell'esistenza e della complessità della vita, in materia di aborto, testamento biologico, autodeterminazione del malato, cellule staminali, eutanasia, e via dicendo.


"Ma se non conosciamo perché la vita ci regala oltre diecimila malattie sconosciute che affliggono l'umanità, falciando innumerevoli vittime, come facciamo a sostenere la dottrina tradizionale cattolica ?" pare chiedersi, con rabbia e preoccupazione, il neo-teologo, onnipresente ai dibattiti in tv e sui giornali, per prospettare le soluzioni più ardite in favore di quanti vorrebbero modellare le Istituzione ecclesiali con la cera del positivismo e dello scientismo e porsi così finalmente l'anima in pace su questa stessa terra.

E noi che ingenuamente pensavamo che compito dei teologi fosse proprio quello di rispondere ai dubbi e alle domande non di subirle e sottomettervisi.
Siamo alle solite.
C'è chi aspira alla rivoluzione con licenza delli superiori anche in materia di fede, ridotta a pura ideologia mondana.

Non passa giorno che qualche sprovveduto affermando perentoriamente che siamo tutti cattolici (forse nel senso crociano del perché non possiamo non dirci cristiani), poi si affretti a sottolineare l'imbecille distinzione tra cattolici di destra e di sinistra, quasi si trattasse di due schieramenti in campo con i loro fan ed i loro delegati in parlamento.

C'è chi tifa per L'Osservatore Romano e chi per Famiglia cristiana, rallegrandosi dei gol o degli autogol di squadre tra loro in competizione.

Uno spettacolo squallido.

Ma dove son finiti i veri atei, i peccatori convinti, gli eretici coraggiosi, gli avversari dichiarati della teologia?

Giordano Bruno assistici tu!

martedì, ottobre 28, 2008

La scuola inutile


"L’università italiana di oggi è come l’Alitalia: più soldi ci butti dentro e peggio è, perché aumenti il clientelismo, il nepotismo, la dequalificazione del corpo insegnante. I concorsi universitari per il reclutamento dei docenti, banditi tra metà luglio e Ferragosto, in modo che pochi sapessero della loro esistenza affinché fosse protetto chi è già predestinato a vincerli, sono un esempio di malcostume e di arroganza."


Queste, alcune delle verità enunciate dal Prof. Stefano Zecchi, docente di estetica all'Università di Milano, sul "Giornale".Finalmente una voce chiara fuori della corporazione universitaria.Le argomentazioni esposte da Zecchi, in varie occasioni, postulano una vera, profonda riforma del sistema scolastico nel suo insieme.

La Gelmini è solo all'inizio. L'augurio è che possa proseguire sulla strada del rinnovamento.

I mali dell’istruzione si sono aggravati ed incancreniti dal sessantotto in poi.

Una documentazione esauriente e precisa venne elaborata, decine di anni fa, in un eccellente saggio del Prof. Enzo Giudici, edito dal"Borghese" con il significativo titolo "La scuola inutile" .

Le tesi ed i fatti enunciati dall’autore, corrispondenti in buona parte a quelli descritti da Zecchi, indicano i guasti che, nel corso di tutti questi anni, lungi dall'essere eliminati, si sono perpetuati grazie alla partitocrazia e al trionfo della mediocrità.Non stupisce, in questo contesto, che anche il Prof. Celli della Luiss si vanti, in televisione, "di aver fatto il sessantotto"...

Che anche le libere università "private" debbano essere riformate per raggiungere obiettivi di efficienza, funzionalità ed elevato valore culturale?

giovedì, ottobre 23, 2008

L'identità

Sergio Romano sul "Corsera" s'interroga sulla definizione d'identità di un paese.

Sembra assimilare questo concetto a quello di costume e quindi a classificarlo come impermanente, mutevole nel tempo.

Costume e identità di un popolo non necessariamente coincidono.

Il patrimonio di una nazione o di una regione della gente che vi abita ed ha radici in un territorio, magari da svariate generazioni, che ha assimilati tradizioni e modi di vivere e di pensare non esiste?


E' semplicemente una convenzione, un'accidente, pura casualità destinata a trasformarsi in continuazione?


Cambiare assieme sembra il nuovo imperativo della globalizzazione.
Perché?


Pare che così vada il mondo.


Ma chi guida il cambiamento? Le multinazionali, la tecnocrazia?

mercoledì, ottobre 22, 2008

La forma


Cattiva maestra è stata definita, da K.Popper, la televisione, in genere.
Ma in Italia credo che essa rasenti il grottesco, a causa del ben noto stato dell'istruzione, di ogni ordine e grado.
Alla correzione dei temi per il concorso in magistratura, se ne son viste di tutti i colori, quanto ad errori di sintassi e di grammatica.
I diplomati e i laureati sono i cattivi esempi quotidiani, che fanno di questo paese un luogo d'ignoranza colossale.
La televisione, fatte le debite eccezioni per alcuni programmi (pochi) non fa altro che incrementare la distruzione della cultura e la perdita dei valori, unico patrimonio di un popolo.
Ma se ci si fa caso, la stessa Striscia la notizia, che ha meriti indubitati per allargare il campo dell'informazione libera, ha dato luogo al diffondersi di falsi valori e fasulli punti di riferimento.
Una volta diventare Miss Italia poteva significare per alcune ragazze, prive di altre possibilità, riscattarsi dall'indigenza e magari accedere ad un certo grado di cultura o istruzione (vedi la Lollobrigida o la Loren ).
Oggi, diventare veline è l'ambizione principale di frotte di studentesse, laureate o diplomate, e delle loro famiglie.
E' il traguardo della stessa vita.
Roba da far accapponare... i capelli !
Se poi decidessimo di seguire qualche lezione di Storia dell'Arte chi ci troveremmo di fronte sui teleschermi?
Vittorio Sgarbi, nomen omen ?, con le sue buone maniere, le sue frasi forbite, la gentile ed appropriata comunicazione verbale, ed i suoi ciuffi in faccia...
La forma? Chi sa più cos'è?

venerdì, ottobre 17, 2008

AL LUPO, AL LUPO!


Forse gli oppositori al sistema scolastico, che si va delineando in Italia non trovano argomenti più validi del presunto razzismo, per contestare le scelte del governo e quindi sono obbligati agridare ancora una volta al lupo al lupo!, per avere qualche eco a proteste, le quali, col passare del tempo e le prime verifiche reali, verranno svuotate di contenuto.
La separazione delle classi, a seconda del grado di conoscenza dell'Italiano, è una misura detta dal buonsenso e dalla ricerca di maggiore funzionalità nella scuola: in buona sostanza è un ausilio in più agli stranieri che studiano in Italia.
A leggere, poi, i commenti sui giornali non filogovernativi, si apprendono notizie positive circa il gradimento della riforma da parte d'insegnanti (gli unici ad aver fatto esperienza sul campo) e genitori che abbiano seguito, con attenzione, le alterne vicissitudini delle classi prive di un minimo di uniformità, nella realizzazione dei piani di studio.
Sul "Corsera" è stata pubblicata la lettera di un padre che racconta l'esperienza del figlio studente in Inghilterra, al quale è stato negato l'accesso all'Università, per non avere il requisto della conoscenza della lingua inglese al 100%.
Per due anni ha dovuto studiare l'inglese e poi la sua iscrizione è stata accettata.
Gl'inglesi sono razzisti?
Sullo stesso giornale, alcuni insegnanti, avendo avuto l'esperienza negativa di un programma scolastico, che non poteva essere svolto compiutamente, a causa della presenza di alunni indietro con l'apprendimento dell'italiano, hanno manifestato il loro consenso alla separazione delle classi, ritenendola più produttiva per l'apprendimento di italiani e stranieri, sia per la funzione di sostegno in tal modo concessa agli allievi meno istruiti, sia per per l'omogeneità e la regolarità nello svolgimento dei programmi, garantita, nel contempo a quanti, senza distinzione di razza, non hanno difficoltà di comprensione della lingua.
Si tratta di segregazione o di scelta equilibrata, per evitare che il gap nella scuola si prolunghi o aumenti nel tempo?
Il discorso è ancora una volta semplice: c'è chi vuole gettare l'ombra del razzismo, per speculazioni di partito.
Qui si dà per scontato un fatto non accertato e non ipotizzabile: la segregazione.
E' un modo di ragionare scorretto e un po' infantile, che stravolge gli avvenimenti ad uso e consumo di una polemica di bassissimo livello.
Quando l'ideologia diventa il criterio di generale interpretazione della realtà, si commettono errori gravissimi, creando i presupposti per il fanatismo e la violenza.
Noto come siano sempre più diffusi linguaggi e comportamenti, che aumentano la confusione e l'ignoranza, dettati unicamente dai preconcetti favoriti dalla propaganda e dalla manipolazione delle idee.
Ecco, io vorrei una società che non sia schiava dei pregiudizi ideologici e delle superstizioni politiche, ma affrontasse i problemi alla luce della razionalità e del senso del reale, per quanto possibile.
Altrimenti, si rischia prima il ridicolo e la farsa e poi la tragedia.
Forse è questo il risultato che si vuole raggiungere?Attenzione però a non gridare troppo spesso al lupo al lupo!
Si fa il gioco di chi antirazzista non è.

mercoledì, ottobre 15, 2008

Croce celtica e barbarie


Alcune considerazioni sui fatti di Bulgaria e il malcostume degli Italiani.

I teppisti, in trasferta con le squadre di calcio, non credo sappiano che cos'è la croce celtica, insegna dei loro vessilli più per pretesto di violenza che per condivisione culturale.

Gl'italiani, nella stragrande maggioranza, non hanno senso civico né spirito comunitario né senso dello Stato e trovo una certa contiguità tra le "proteste" e gli atti delinquenziali commessi negli stadi all'estero e la cafonaggine e maleducazione dei nostri connazionali in vacanza fuori dai confini.

La discesa verso la barbarie è andata aumentando in Italia nei decenni e con le nuove generazioni post sessantottesche.

Le abitudini volgari e violente si sono sostituite vieppiù nel corso degli anni a quelle corrette ed improntate alla buona educazione.
E non c'è da meravigliarsi.

K. Lorenz, padre dell'etologia, scienziato, medico e biologo, individuava, già alcuni anni fa, nei comportamenti umani i peggioramenti del costume, causati dal progressivo abbandono delle tradizioni, che influenzavano il cervello e le attività cerebrali in senso involutivo.

E che dire della scuola?

Può sembrare paradossale che un Presidente del Consiglio raccomandi a Napoli e all'Italia di considerare le piazze e le vie una continuazione dell'ambiente di casa, da tenere in ordine e pulito, come fossero un bene proprio, laddove, per anni, i docenti, di ogni ordine e grado, di scuola non hanno sentito il dovere d'insegnare tra le prime regole il rispetto della natura e dell'ambiente, l'ordine e il decoro della propria città, ed i pubblici amministratori sono stati per lo più interessati al proprio tornaconto, con appalti di servizi miliardari che non alla cosa comune, ma purtroppo questa è la realtà del nostro "bel paese".

domenica, ottobre 12, 2008

"La voce del ribelle"


E' uscito il primo numero della rivista on line "La voce del ribelle"(anche in edizione cartacea) di Massimo Fini.
Un avvenimento importante e sicuramente interessante per la cultura del nostro paese.
E' a tutti noto l'anticonformismo dello scrittore e le posizioni scomode assunte in molteplici occasioni (basterà ricordare, ad esempio, la sua solidarietà a favore di Enzo Tortora, quando i colpevolisti parevano essere la maggioranza più per spirito gregario e rancore verso un personaggio popolare ed acquiescenza supina verso i pm, che per effettiva convinzione).
Fini è un intellettuale controcorrente, sia quando si occupa di storia che di filosofia, o di politica o costume.
Si potrà non essere d'accordo, in tutto o in parte con le sue opinioni, ma occorre riconoscergli onestà e chiarezza d'intenti.
Credo che la nuova iniziativa editoriale, pur nell'obiettiva difficoltà ad imporsi al grosso pubblico, avrà comunque un effetto positivo presso l'opinione pubblica più qualificata e presso i giovani.
I tempi sono maturi per nuove ricerche culturali e per tentare di dare risposte adeguate ai problemi della società post-moderna, riscoprendo, anche, valori antichi, dimenticati, ma adeguatamente rigenerati da una nuova freschezza mentale.
A ciò non osta la volontà di superare le vecchie distinzioni ottocentesche tra destra e sinistra, come banale espressione del parlamentarismo, da tempo uno dei cardini del pensiero di Massimo Fini e di Alain de Benoist, sostenitore del Manifesto del "Movimento Zero".
Mi auguro che la diffusione della rivista, e delle opinioni certamente originali che esprimerà, possano avere adeguati riscontri negli ambienti intellettuali non conformisti e dare frutti adeguati per il rinnovamento del nostro paese.
In bocca al lupo a Massimo Fini e ai suoi egregi collaboratori.

lunedì, ottobre 06, 2008

Noi e l'Islam


Il Prof. Franco Cardini illustre medievista, saggista, romanziere, polemista, studioso di rilevanza internazionale non ha bisogno di presentazioni. Ma le sue valutazioni sul fenomeno islamico e sui rapporti tra Occidente ed Islam, raccolte nel libro, che vide la luce nel 1994, dal titolo "Noi e L'Islam" (*), andrebbero tenute presenti nel dibattito contemporaneo sul fondamentalismo e la tolleranza dei cosiddetti paesi laici.


Non sempre le sue tesi anti-occidentali ci hanno trovato d'accordo con tutto il rispetto dovuto ad un intellettuale di profonda fede cattolica e di posizioni anticonformiste e coraggiose. Non tutta la critica rivolta agli Usa e alla sua tradizione culturale ai suoi costumi alla way of life, al liberismo e liberalismo ci convincono, ma in materia di relazioni tra popoli di religioni diverse, come la cristiana e la musulmana, ci sono punti fermi sui quali non si può dissentire.


Il caos delle opinioni raccogliticce, i pregiudizi, l'indifferenza, l'ignoranza ed i luoghi comuni, ma, soprattutto, l'intolleranza sembrano aver preso piede in Occidente, per ragioni ideologiche legate al concetto di laicità, falsamente interpretato e ad una vera e propria incomprensione della dignità dell'altro con il rischio di arrivare, in certi casi, a considerare, come già successe con gli ebrei, nel musulmano, il nemico metafisico, di cui ha brillantemente trattato H. Arendt a proposito del nazismo.


In questo campo sarebbe bene evitare fraintendimenti e fare opera di persuasione creando rapporti pacifici e di reciproca amicizia, fondati sul rispetto delle identità, senza ergersi a possessori della verità e maestri di vita per popoli dalle idee, usi e convinzioni diverse dalla nostra.

L'excursus dello storiografo, culmine di ricerche durate un'intera esistenza, giunge a conclusioni del tutto condivisibili. Nel corso dei secoli, in omaggio alle comuni radici delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebrea, musulmana, risaltano maggiormente le affinità più delle disparità di vedute dottrinarie ed escatologiche, che smentiscono, anche nelle relazioni diplomatiche e negli scambi commerciali e di conoscenze, la superstizione, tuttora difficile da sradicare, di una guerra sotterranea e costante tra l'Occidente ed una delle più raffinate civiltà della terra, il mondo arabo regolato dal Corano.

La critica che lo scrittore rivolge, nell'esaminare il tempo attuale, all'Europa è la mancanza di rispetto per i princìpi di tolleranza delineati da Locke e Lessing, al di là delle proclamazioni ufficiali e le dichiarazioni formali. Difetti d'impostazione dei governi ed equivoci diffusi in larghi strati dell'opinione pubblica, sul concetto di Stato laico, generano ostacoli e difficoltà nella realizzazione di una comunità multietnica. Pare di assistere, nel clima neo-illuministico prevalente, a dispetto del relativismo di fedi e culture, ad una divinizzazione della laicità razionalista, atea e progressista, per la quale le convinzioni diverse e le tradizioni differenti, se non sono politicamente corrette e coerenti con la dimensione ideologica, non trovano spazio adeguato all'interno della nostra società, in spregio al concetto stesso di libertà.

Le parole di Cardini, che auspica nel rispetto dell'ordinamento di ciascun paese, una migliore considerazione del patrimonio culturale degli altri popoli, a vantaggio di relazioni più pacifiche, di una stabile convivenza e di un'effettiva integrazione, andrebbero meditate a fondo e rese note ai diversi livelli d'informazione ed anteposte alle reazioni istericamente e pregiudizialmente contrarie all'autonomia di quanti vivono in un paese straniero, pur rispettandone leggi e costumi differenti. Senza nulla togliere ovviamente all'indispensabile lotta contro i fanatismi, le violenze, il terrorismo.

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(*)Franco Cardini, Noi e l'Islam, casa editrice Laterza.



giovedì, ottobre 02, 2008

Corna ed emicrania

La psicoterapeuta Sarah Viola, interpellata riguardo alla nuova scoperta scientifica, che lega alcune forme di mal di testa allo stress da tradimento del partner, ha consigliato di seguire il modello femminile, nel quale si ravvisa una maggiore leggerezza ed una più scarsa preoccupazione delle conseguenze dell'infedeltà.

La donna, infatti, sarebbe meno coinvolta dell'uomo ed avrebbe meno sensi di colpa e, quindi, minori attacchi di emicrania.

Quanto tempo è passato da quando la donna, per sottrarsi al debito sessuale, accusava forti dolori di testa, per impedire al maschio, magari a cagione delle corna procurategli poco prima, di copularla.

Ora chi potrà dubitare del fatto che viviamo in una società femminilizzata, nella quale il povero ometto, strumento di piacere per le api regine, svolazzanti, a proprio piacimento, da un talamo all'altro, se tradisce è costretto, sopraffatto dai disturbi psicologici, ad imbottirsi di analgesici?

martedì, settembre 23, 2008

Annie e la società miserabile


Abbiamo visto le terribili immagini di Annie Girardot, impietosamente girate col consenso della figlia per testimoniare la grave malattia da cui è afflitta.

L'alzheimer, si sa, è devastante al pari di un cancro, ma non consente, a differenza del secondo, che labilissime speranze legate al lento progredire della scienza medica e ci lascia disarmati di fronte all'avanzare ineluttabile del male.
Come si possa diffondere un filmato così impietoso, lo sa solo chi non conosce altri dei che la pubblicità ed il denaro da guadagnare a qualsiasi costo.

Ma un effetto, diciamo così, positivo, il video mandato in onda in questi giorni in tutto il mondo, lo ha avuto: nessuno di noi può evitare di prendere atto della fragilità della vita e del cataclisma causato dallo sconvolgimento delle cellule cerebrali nella coscienza di chi si trova vicino al malato: parenti, amici, e, in questo caso, ammiratori e pubblico.

La povera Girardot, che non era bellissima, ma aveva uno spirito spumeggiante, occhi lampeggianti ed espressivi, una sensibilità acuta ed un patrimonio di emozioni e sentimenti da trasmettere con la sua arte, è ridotta ad uno stato larvale, vegetativo ed inconsapevole.


Sembra un animaletto addestrato, che esegue i movimenti tramite impulsi elettrici ed è barbaramente costretta a recitare con l'imput di un'auricolare, che le suggerisce le parole.


E' vergognoso pensare che la pena, per una sofferenza così palpabile, non possa avere il sopravvento sulla notizia, sul mondo di cartapesta che antepone, sempre e comunque, lo spettacolo a qualsiasi considerazione umanitaria.

Sarebbe bastato un piccolo stralcio del lungo ed agghiacciante servizio, fissando soltanto due, tre fotogrammi al massimo, per salvare, forse, la sua dignità di essere umano, facendo conoscere a tutti, in modo meno crudele, che l'attrice tanto apprezzata non c'era più.


Che miserabile società è questa.

sabato, settembre 20, 2008

Ergo sum


Non so se succeda ad altri, ma ho notato come l'estate sia volata via perdendosi in un lampo d'autunno. La nuova stagione è alle porte, tra piogge torrenziali degne sei tropici e cieli grigi, bucati rapidamente da raggi di sole indomito, ma sempre più mite.
La temperatura più bassa e l'umidità favoriscono gli starnuti e le piccole fastidiose influenze, mentre settembre si dilegua.
Insomma il tempo è rotolante: non si fa tutto quello che si deve, perché le ore sono piccole e, sebbene si cerchi di privilegiare qualche attività più proficua, la giornata è divorata dalla notte.
Che sta succedendo?
Semplice.
E' come scivolare, sulle rapide di una cascata sconosciuta, dentro una canoa: non si sa dove si arriva, né quando, né se ci sarà uno specchio d'acqua tranquillo ad attenderci e poter sostare in un po'di quiete, come l'animo, inconsapevolmente, anela, da sempre.
Intanto, la vita scorre velocemente e si pensa, un po' ingenuamente,
ergo sum.

mercoledì, settembre 17, 2008

Borges e l'amicizia


“L'amicizia” 

  

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita 

  

Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori, però posso ascoltarli e dividerli con te 

  

Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro. Però quando serve starò vicino a te 

  

Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada. 

  

La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei 

  

Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice 

  

Non giudico le decisioni che prendi nella vita 

  

Mi limito ad appoggiarti a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi 

  

Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti, 

  

Però posso offrirti lo spazio necessario per crescere 

  

Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore 

  

Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo. 

  

 Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere 

  

Solamente posso volerti come sei ed essere tua amica. 

  

In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico in quel momento sei apparso tu... 

  

Non sei né sopra né sotto né in mezzo non sei né in testa né alla fine della lista 

  

Non sei ne il numero 1 né il numero finale e tanto meno ho la pretesa 

  

di essere il 1° il 2° o il 3° della tua lista 

  

Basta che mi vuoi come amica 

  

NON SONO GRAN COSA, 

  

PERO’ SONO TUTTO QUELLO CHE POSSO ESSERE . 

  

  

(Jorges Luis Borges)  

  

  ***** 


   

  

   

Pur essendo un ammiratore di Borges, non conoscevo questo testo, scoperto grazie ad un blog di pregio, che mi suggerisce qualche considerazione malinconica. 

  

Quante volte siamo stati amici ed abbiamo avuto amicizie vere, seguendo i criteri indicati dal grande poeta argentino? 

  

Penso, e sono ottimista, molto poche. 

  

Virtuali o no, ha scarsa importanza, ma le relazioni amichevoli, poiché sono estremamente importanti, sono per ciò stesso rare, senza parlare di quelle fra uomo e donna, le quali, giocoforza, a causa del sesso, sono difficilissime da realizzarsi, benché non siano impossibili o inesistenti. 

  

Nel brano pubblicato si fa riferimento all'amica ed io vorrei avere delle amiche in senso stretto più di quante per mia fortuna ne abbia, atteso il profondo apprezzamento che nutro verso il genere femminile e le sue ineguagliabili qualità. 

  

In passato non mi è capitato spesso, ma, sono tuttora legato a donne conosciute casualmente e rivelatesi delle eccellenti persone, per carattere e sensibilità e ad ex compagne di studi, che stimo senza riserve e sulle quali, come suo dirsi, posso sempre contare. 

  

Un po' meno mi pare di poter dire di ex partner, con le quali mi sarebbe piaciuto intrattenere rapporti affettivi evoluti, al termine della vicenda sentimentale, che invece, forse inevitabilmente, tendevano a distaccarsi in maniera netta e ad allontanarsi definitivamente dalla mia vita. 

  

Oggi, alla lettura di Borges, temo che un tal genere di amicizia, post-amorosa, sia soltanto un'illusione. 

  

Il nobile sentimento che evoca non può confondersi con sotterranee continuate pretese di possesso dell'altro o con le mere convenienze sociali ovvero con l'opportunismo e la coltivazione d'interessi pratici, per i quali fa comodo mantenere un "amico", sfruttando la sua ingenua disponibilità, che priva la formale qualificazione di autentici contributi sostanziali, corrispondenti ad un’effettiva compartecipazione alla sua vita. 

  

E’probabile che sia inevitabile la dispersione di un patrimonio di sentimenti ed emozioni accumulato nelle tempo in circostanze diverse e pertanto sia assai problematica l’aspirazione a conservare intatta quella parte di affetto reciproco per costruire una valida e sincera amicizia. 

  

Lo spirito competitivo, il senso di rivalsa, l'amarezza per la fine di un amore o di qualcosa che gli assomigliava, sono ostacoli spesso insormontabili al conseguimento di un risultato positivo.

sabato, settembre 13, 2008

D'Annunzio e il superfluo




Io ho, per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo.
L’educazione del mio spirito mi trascina irresistibilmente verso l’acquisto dell cose belle.
Io avrei potuto benissimo vivere in una casa modesta, sedere su seggiole di Vienna,
mangiare in piatti comuni, camminare su un tappeto di fabbrica nazionale,
prendere il tè in tazze da tre soldi.
Invece, fatalmente, ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia,
piatti giapponesi, bronzi, avorii, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle che io amo
con una passione profonda e rovinosa... Roma mi ha vinto!
(Gabriele D’Annunzio)
Sembra di tornare alla preistoria, a rileggere le
parole del vate. Ai tempi suoi certamente il superfluo aveva un valore inestimabile.
I pochi che potevano accedervi erano dei privilegiati e l'eleganza non era certamente discutibile. Criteri estetici ben definiti, ma anche in corso di elaborazione, accompagnati dal gusto della bellezza, dall'importanza della forma, dello stile erano traguardi ambiti, per chi, come D'Annunzio, proveniva dalla provincia e da una classe sociale non agiata.
Il poeta, con la sua intelligenza, il talento e la forza fascinatrice della poesia e della letteratura, s'impose addirittura come maestro di vita , suscitatore del nuovo gusto aristocratico, afflitto sì dal decadentismo, ma pur sempre affascinante e suggestivo.
Le sue cronache mondane sono ancora il documento di un'epoca, di cui volle e seppe farsi interprete e protagonista egemone.
Quanto tempo è passato.
Ormai il superfluo è alla portata di tutti, ma l'aristocraticismo e la suprema eleganza di un gesto od un abbigliamento, anche se spesso travolte dal dandysmo e dalla ridondanza liberty, con qualche punta di kitsch, sono definitivamente scomparsi dall'orizzonte della società contemporanea.
La massificazione offre possibilità indiscriminate, ma uccide il buon gusto.
Ma ricordiamo il pensiero del grande seduttore, personaggio di spicco nell'Italia fra le due guerre, e termine di paragone per misurare temporalmente il progressivo scivolamento verso la volgarità attuale.
Après moi le deluge, sarebbe il caso di dire.
Non ci credete?
Guardate, tanto per fare un esempio, Franco Califano
... il Califfo dei nostri giorni, ruspante e un po' coatto, con mille conquiste nel suo carniere di settantenne.
Con tutta la simpatia per i polli di campagna, la differenza col pavone la riconoscerebbe chiunque.

martedì, settembre 09, 2008

Le parole sono importanti


Il regista di Palombella rossa, qualche tempo fa, ebbe a sentenziare che "le parole sono importanti".

Ora, accade che qualche studioso di comunicazione abbia attinto a questa verità per affrontare il problema del linguaggio da un punto di vista scientifico.

L'operazione ci convince poco, perché non attribuiamo al Savonarola del vecchio PCI una grande esperienza al riguardo.

Già. Nanni Moretti non è un epistemologo, come l'infausto Umberto Eco; ha però la vocazione del pedagogo.

In uno dei suoi primi film, rimproverava aspramente la madre perché diceva "figa" anziché "fica".

Non mi son preso mai la briga ( o brica?) di verificare, sul Devoto Oli o sul De Mauro, se avesse ragione lui oppure la sua mamma.
Gli ho sempre creduto, come dire, sulla parola.

Ma pronunciare parole corrette (o scorrette) dal punto di vista lessicale e magari, se capita, del "bon ton" aggiornato ai tempi, non è sufficiente: occorre poter comunicare con efficacia il proprio pensiero al prossimo.

E, su questo punto, Nanni avrebbe avuto molto da imparare dal suo concittadino Aldo Fabrizi, il quale, a chi voleva stupire con un linguaggio fuori dalle righe, raccomandava, in puro romanesco, la saggia regola tradizionale del "parla come magni"!

Che sia questa la forma più adatta per fare comunicazione?

sabato, settembre 06, 2008

La fine del cervello non è la fine della vita


L'articolo della Prof. Lucia Scaraffìa, storica, sull'Osservatore Romano di pochi giorni fa, ha sollevato molte polemiche sulla definizione scientifica di morte cerebrale, soprattutto in rapporto al problema degli espianti per la donazione di organi.

Da un interessante dibattito, tra la stessa Scaraffìa ed il Prof. C.A.De Fanti, medico ed esperto in materia di trapianti, è venuta fuori una verità di cui sono in pochi a rendersi conto per le conseguenze dell'importanti sul piano biologico ed etico:"la morte cerebrale" non coincide con la cessazione delle" funzioni vitali"; la morte è un processo irreversibile, che non si compie con l'accertamento della fine dell'attività del cervello.

Tanto è vero che sono numerosi i casi di donne clinicamente morte, le quali hanno portato a termine con successo la gravidanza.

Il pubblico, nella stragrande maggioranza, non conosce questa semplice realtà, che pone interrogativi alla scienza sulla definizione di un concetto dato per scontato, ma che, invece, dev'essere ancora individuato con rigore accademico, per non destare confusioni pericolose tra la gente.

Sia dunque reso merito alla Prof. Scaraffìa per aver lanciato un sasso nello stagno, con il suo intervento sul quotidiano del Vaticano.

La sua argomentazione è un invito a riflettere sul tema, complesso ed articolato, per credenti e non credenti, laici e cattolici.