mercoledì, gennaio 16, 2013

Michele Marsonet: Solidarietà e mercato

Si legge spesso sui giornali che,‭ ‬in una democrazia liberale,‭ ‬legalità e etica sono cose diverse,‭ ‬ragion per cui la dimensione etica dev’essere nettamente distinta da quella politica ed economica.‭ ‬I liberisti odierni hanno ragioni da vendere quando mettono in guardia contro i pericoli di‭ “‬politicizzazione‭” ‬dell’economia,‭ ‬e ciò è ancor più giustificabile nel caso italiano,‭ ‬soprattutto rammentando quanto è avvenuto nel nostro Paese durante gli ultimi decenni.‭ ‬Tuttavia occorre chiedersi se,‭ ‬tra l’infeudamento dell’economia alla politica da un lato,‭ ‬e l’individualismo quale unico metro di giudizio dall’altro,‭ ‬non esistano davvero altre strade praticabili.‭ ‬Il liberismo,‭ ‬in altre parole,‭ ‬non può essere un dogma da difendere a ogni costo,‭ ‬e la fine ingloriosa di coloro che sui dogmi costruirono le loro fortune passate dovrebbe indurre tutti ad adottare un sano realismo quando si discute di questi temi.
Ipotizzare un individuo isolato dalle cui scelte,‭ ‬in meccanica congiunzione con le scelte degli altri individui,‭ ‬si possa dedurre l’intera struttura della vita sociale,‭ ‬è mera utopia.‭ ‬Ed è un’utopia che è la speculare controparte dell’idea secondo cui l’intera struttura della vita sociale può essere dedotta dalla‭ “‬classe‭” ‬intesa come entità a se stante.‭ ‬Si tratta,‭ ‬in ogni caso,‭ ‬di ipostatizzazioni che nulla hanno a che fare con la vita concreta‭; ‬nel primo caso si presuppone la presenza di un mitico individuo isolato,‭ ‬nel secondo l’altrettanto mitica presenza di una classe che prescinde dagli individui che la compongono.
In realtà,‭ ‬sin dalla nascita noi non siamo mai individui isolati,‭ ‬bensì individui che agiscono in un contesto sociale.‭ ‬Facciamo insomma parte di un gruppo che si è dato delle regole,‭ ‬e queste regole determinano il senso stesso delle nostre azioni.‭ ‬Non solo.‭ ‬Il nostro gruppo è parte di un gruppo più vasto,‭ ‬e quest’ultimo è parte di un gruppo più vasto ancora,‭ ‬e così via,‭ ‬sino a giungere al gruppo più vasto in assoluto,‭ ‬includente tutti coloro che vengono definiti esseri umani.‭ ‬Si noti,‭ ‬ad ogni buon conto,‭ ‬che risulterebbe assai difficile determinare che cosa sia un individuo prescindendo dall’intera rete di relazioni sociali che fissano i criteri in base ai quali si svolge la sua vita.
Tuttavia occorre aggiungere ancora qualcosa per completare il quadro.‭ ‬L’insieme delle relazioni sociali di cui abbiamo appena parlato dà vita al mondo sociale,‭ ‬e tale mondo ha via via conquistato una sua dimensione autonoma che è difficile contestare.‭ ‬Istituzioni,‭ ‬forme di governo,‭ ‬regole,‭ ‬etc.‭ ‬sono certamente prodotti del genere umano,‭ ‬ma la loro forza è tale da produrre ciò che oggi si chiama‭ “‬reazione di feed-back‭” (‬retroazione‭)‬,‭ ‬grazie a cui essi sono influenzati dalle azioni degli individui ma,‭ ‬a loro volta,‭ ‬le influenzano.‭ ‬Se non teniamo conto di questo fatto,‭ ‬diventa arduo dare un senso alle nostre stesse azioni.
Se io e alcuni di voi decidessimo oggi di dar vita a un circolo culturale,‭ ‬è evidente che l’esistenza di tale circolo dipenderebbe da quella degli individui che lo hanno creato.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬non è affatto meno evidente che l’esistenza del circolo influenzerebbe la nostra,‭ ‬in quanto la sua creazione ci differenzia da tutti gli altri individui che non ne sono membri.‭ ‬Ma si può pure notare che,‭ ‬dando vita al circolo,‭ ‬noi in un certo senso trascendiamo il presente per proiettarci nel futuro,‭ ‬in quanto il nostro circolo presumibilmente si propone di organizzare delle attività destinate a migliorare il livello culturale nostro e di altre persone.‭ ‬Da questo esempio tutto sommato semplice,‭ ‬possiamo partire per illustrare esempi via via più complessi,‭ ‬sino a giungere ad una spiegazione plausibile della nascita e della crescita delle istituzioni e delle forme di governo.‭ ‬Abbiamo,‭ ‬dunque,‭ ‬una sorta di doppia dipendenza.‭ ‬Da un lato le istituzioni politico-sociali dipendono dagli individui,‭ ‬in quanto non potrebbero neppure essere immaginate in loro assenza‭ (‬in altri termini,‭ ‬esse non si creano da sole:‭ ‬in un pianeta privo di esseri umani non ci sarebbero istituzioni sociali‭)‬.‭ ‬Dall’altro gli indivui dipendono,‭ ‬anche se non in modo totale,‭ ‬dal contesto sociale in cui sono inseriti‭ (‬la‭ “‬solidarietà‭” ‬altro non è che il riconoscimento di questo vincolo originario con gli altri membri della società‭)‬.
Ho detto che tale dipendenza non è totale per un motivo molto semplice:‭ ‬l’individuo non dipende soltanto dal contesto sociale in quanto,‭ ‬da un certo punto di vista,‭ ‬egli è pure parte del mondo naturale.‭ ‬Per quanto riguarda la sua configurazione fisica e materiale,‭ ‬egli è un oggetto tra gli oggetti e,‭ ‬in ultima analisi,‭ ‬le particelle subatomiche di cui noi siamo fatti sono le stesse che compongono qualsiasi oggetto che ci circonda,‭ ‬dal più piccolo al più grande.‭ ‬Tuttavia non può essere questo il nostro segno distintivo,‭ ‬altrimenti non vi sarebbe differenza alcuna tra me e,‭ ‬per esempio,‭ ‬il computer mediante il quale sto scrivendo.‭ ‬La differenza risiede,‭ ‬appunto,‭ ‬nell’essere noi inseriti in un mondo sociale che è in gran parte autonomo da quello naturale.‭ ‬Questo mondo sociale ci fornisce non solo le regole per l’azione o il linguaggio per comunicare in maniera intersoggettiva,‭ ‬ma anche gli strumenti per metterci in contatto con il mondo naturale di cui noi stessi facciamo parte dal punto di vista meramente fisico.‭ ‬Il nostro rapporto con il mondo naturale è sempre un rapporto mediato,‭ ‬giacché la scienza stessa è un prodotto sociale,‭ ‬e gli strumenti scientifici che usiamo per indagare la natura sono il prodotto di una ricerca storica che trova in ambito sociale la sua giustificazione ultima‭ (‬il desiderio di conoscere il mondo circostante‭)‬.‭ ‬Infine,‭ ‬la nostra stessa attività concettuale,‭ ‬mediante la quale categorizziamo il mondo,‭ ‬ha senso soltanto all’interno di un contesto sociale.‭ ‬L’uso dei concetti‭ ‬-‭ ‬come quello del linguaggio‭ ‬-‭ ‬sorge e si sviluppa solo in un ambiente comunicativo:‭ ‬l’individuo isolato,‭ ‬che comunica solo con se stesso e tiene conto unicamente dei propri scopi e dei propri desideri è mera finzione e indebita ipostatizzazione.
Tutto ciò ci conduce direttamente al concetto di‭ “‬solidarietà‭”‬.‭ ‬Si tratta,‭ ‬come tutti sappiamo,‭ ‬di un concetto oggi piuttosto impopolare a causa dell’uso distorto che di esso è stato fatto in un passato anche recente,‭ ‬per cui esiste il timore‭ ‬-‭ ‬peraltro fondato,‭ ‬se si guarda all’esperienza trascorsa‭ ‬-‭ ‬che la solidarietà si trasformi in assistenzialismo che costa senza dare nulla in cambio.‭ ‬Il concetto di solidarietà deve tornare al centro dell’attenzione se si vuole evitare l’acuirsi di una crisi sociale già molto profonda.‭ ‬Come già detto in precedenza,‭ ‬la‭ “‬solidarietà‭” ‬altro non è che il riconoscimento del vincolo originario e indistruttibile che ognuno di noi intrattiene con gli altri membri della società.‭ ‬In altre parole,‭ ‬se rammentiamo che il nostro essere individui è inevitabilmente segnato dal nostro stare in rapporto organico con gli altri,‭ ‬allora comprenderemo che uno spostamento ragionevole di risorse può servire ad alleviare le tensioni sociali dando vita a una migliore qualità complessiva della vita.‭ ‬Per incamminarsi su questa strada occorre rinunciare all’io atomizzato e solipsistico‭ (‬e sostanzialmente fittizio‭) ‬teorizzato da tanti pensatori liberali e liberisti dei nostri giorni.‭ ‬Occorre insomma rinunciare a questo‭ “‬io‭” ‬che si espande a dismisura,‭ ‬sino ad annullare tutto il resto.‭ ‬Bisogna negare l’equivalenza‭ “‬Io‭ = ‬mondo‭”‬,‭ ‬nel senso che l’io e il mondo sarebbero in pratica la stessa cosa‭ (‬proprio come,‭ ‬in tanta parte della filosofia contemporanea,‭ ‬linguaggio e mondo sono la stessa cosa‭)‬.‭ ‬Se il mondo è una semplice proiezione dell’io,‭ ‬diventa pressoché impossibile trovare ragioni per stare insieme.
Si noti,‭ ‬tuttavia,‭ ‬che la solidarietà non è un concetto attraente solo a livello teorico.‭ ‬Esso ha delle ricadute sul piano pratico,‭ ‬e può addirittura essere vista sotto un profilo utilitaristico.‭ ‬Se,‭ ‬in nome della solidarietà,‭ ‬si rinuncia a qualcosa per favorire gli altri,‭ ‬è probabile che le tensioni sociali possano essere mantenute entro livelli tollerabili,‭ ‬contribuendo così a migliorare la qualità della vita sia di chi dà sia di chi riceve.‭ ‬In caso contrario,‭ ‬esiste il rischio che i soggetti più deboli‭ (‬e tra questi vanno inclusi anche i giovani,‭ ‬che risentono meno della mediazione dell’esperienza‭) ‬scelgano la strada della violenza.‭ ‬In questo senso,‭ ‬occorre riconoscere che il mercato,‭ ‬per quanto indispensabile,‭ ‬non produce valori,‭ ‬ma efficienza.‭ ‬Qualcuno potrebbe obiettare che anche l’efficienza è,‭ ‬in fondo,‭ ‬un valore,‭ ‬ma a mio avviso essa non è sufficiente‭ ‬-‭ ‬da sola‭ ‬-‭ ‬a fondare la vita sociale.‭ ‬Credere dunque che la dimensione economica goda di un predominio assoluto su tutte le altre non porta affatto a un maggiore benessere diffuso,‭ ‬bensì alla crescita del disagio sociale.

Michele Marsonet: La democrazia è un bene assoluto ?


La democrazia non è un bene assoluto, né lo è quella sua particolare versione intrisa di liberalismo che oggi prevale in Occidente. La democrazia, anzi, è pericolosa, perché molto spesso – per non dire quasi sempre – porta al governo i peggiori mediante elezioni cosiddette “libere”. Bene fanno i dirigenti cinesi a dire che – loro - della democrazia non sanno che farsene: gli occidentali se la tengano e buon pro gli faccia. E, visto che ormai sono lanciato, metto nel calderone pure Putin. Bene fa il leader russo post-sovietico a fissare paletti che non si possono abbattere: democrazia sì, ma fino a un certo punto. Aggiungo infine, per fare buon peso, Bashar al-Assad. Bene fa il dittatore siriano a respingere gli appelli alla democratizzazione che gli giungono da ogni dove. Sicuramente lo abbatteranno tramite la solita “guerra giusta” combattuta per procura ma, dopo, seguirà il solito caos e i fondamentalisti islamici avranno via libera anche a Damasco.
Questi strani pensieri mi frullano in testa da un paio di giorni. Dapprima confusi, sono diventati via via più netti e precisi, anche se contraddicono le mie più intime convinzioni liberaldemocratiche. Quale l’origine? Potrei identificarla nell’indecente talk show di Santoro del quale Berlusconi è stato protagonista assoluto, ma non è vero. In realtà sono le reazioni seguite all’evento che mi hanno fatto sentire – all’improvviso – anti-democratico.
Già. I riflettori erano stati appena spenti ed è subito iniziato il coro dei peana. A destra un grosso respiro di sollievo. “Lui” c’è ancora. Non è cotto come i nemici pretendevano. Al contrario: quando tira fuori gli artigli nessuno è in grado di reggere il confronto. Non importa l’aspetto fisico sempre più posticcio, i capelli che paiono incollati con l’attak, gli occhi così stirati da farlo sembrare un giapponese, il ghigno perpetuo frutto di innumerevoli lifting. “Lui”, comunque, c’è, e le sue truppe cammellate possono rimettersi in marcia sotto la solita bandiera.
A sinistra e al centro, ammesso che quest’ultimo esista, respiro di affanno. Il cadavere, a dispetto di ogni previsione, è resuscitato, è uscito dalla tomba come Lazzaro sentendo la voce di Gesù-Santoro. E allora via con le gag, i gesti plateali, le battute da caserma, le solite eterne promesse cui tantissimi abboccano, dai ferrovieri agli avvocati, dai giornalai ai professori universitari. Toglierà l’IMU e penserà a come reperire i soldi mancanti. Bacchetterà Europa e Germania e ci ridarà la cara, vecchia lira, rendendoci felici. Di chi la colpa se il nostro Paese si è trovato sull’orlo di un default scongiurato all’ultimo istante? Di Monti e dei tecnici, ovviamente. Lui, anche se mummificato, ci aveva lasciato in condizioni splendide: ristoranti pieni, navi da crociera affollate, clima festaiolo permanente.
Che l’uomo di Arcore sia un grande comunicatore lo sapevamo tutti. In tema di retorica e di abilità discorsiva nessuno regge botta, e men che mai Monti, Bersani e gli altri leader e leaderini oggi presenti sulla scena. Eppure la realtà non si può modificare con l’abilità dialettica, sia pure di grande livello. Invece no. La realtà sparisce e viene sostituita da un’apparenza intessuta di sogni, illusioni e, soprattutto, bugie grandi come elefanti. Però sogni, illusioni e bugie pagano. Lo show, stando ai sondaggi, ha fruttato dal 10 al 15% di consensi in più all’eventuale partito del Cav., del quale ancora non si conosce il nome poiché la sigla Pdl non gli piace più.
Mi si può obiettare che questa è davvero democrazia allo stato puro. In fondo Berlusconi è andato nella tana del nemico, si è sottoposto al contraddittorio e… ha vinto (almeno sul piano delle parole). In democrazia prevale chi riceve più voti degli altri. Poco importa la bontà delle proposte, la credibilità (e fattibilità) dei programmi. E neppure conta il passato, se si è abbastanza abili da cancellarlo facendo intravedere una nuova verginità. Se la maggioranza degli elettori ci crede il gioco è fatto, e forse proprio questo accadrà.
Sulla stampa italiana ho letto commenti che stupiscono. Un giornalista ha persino tirato in ballo il concetto weberiano di “capo carismatico”, che il nostro incarnerebbe a pieno titolo. Davvero incredibile: chissà che ne direbbe Max Weber. Un altro ha tentato il paragone con De Gaulle, e in questo caso viene da ridere se appena si rammenta la biografia e la figura austera del generale e statista francese. Nessuno ha invece pensato a un parallelo con Juan Domingo Peron, assai più legittimo e plausibile.
Tornando agli strani pensieri anti-democratici che mi frullano in testa, noto che oggi molti parlano della necessità di “dimenticare Platone”, essendo il filosofo greco l’antesignano del pensiero totalitario. Stando almeno all’interpretazione che ha fornito Karl Popper il quale, ne La società aperta e i suoi nemici, equipara “totalitarismo” e “utopia”. E se così non fosse? Se ricordassimo Platone invece di dimenticarlo? E se, infine, tornassimo ad attribuire valenza positiva al concetto di “utopia”?
So bene che il tentativo platonico di tratteggiare la società ideale governata dai migliori e dai competenti pone problemi pressoché irrisolvibili. Chi è in grado di individuare con sicurezza i migliori e i competenti e, soprattutto, con quali strumenti si può controllare il loro operato? Tuttavia penso che gli intellettuali, invece di appiattirsi su un eterno presente, dovrebbero costantemente formulare proposte utopiche, pur consci che non sono realizzabili qui e ora.
E’ possibile che i miei pensieri anti-democratici svaniscano domani come neve al sole e che lo spirito pratico riprenda il sopravvento. Ed è pure possibile che solo una minoranza si faccia impressionare dallo show berlusconiano, comprendendo gli altri la distinzione tra apparenza e realtà. Resta però l’amarezza nel constatare come e quanto, in Italia, parole nobili come “democrazia” e “liberalismo” vengano usate a sproposito.

sabato, gennaio 05, 2013

Non è tutto mercato

Non tutto è mercato. 

Commettiamo spesso l'errore di confondere la libertà, concetto più ampio, con l'economicismo o il mercatismo, che spesso sono più alleati dello statalismo, come lo stesso esempio dell'Italia dimostra. 

Profitti privati e debiti pubblici sono frutto del capitalismo di stato come lo definisce Geminello Alvi, sul modello cinese.

 Molte, troppe cariatidi nella politica italiana. 

Inoltre, si  esagera nel descrivere il liberal - cattolicesimo di Monti.

Né in passato, né nella cosiddetta Agenda vi sono indicazioni chiare sul modello renano, che l'ex premier intenderebbe perseguire, pur nel marasma generale dei rapporti tra lavoro e capitale e nulla fa ritenere possibile un cambiamento di rotta in tal senso.

L'economia sociale di mercato vuol dire soprattutto destatalizzazione, ed è ben lungi dall'essere un obiettivo del Monti bis, specialmente nella profilata ipotesi di un compromesso con la sinistra, comprendente, per lo più, forze storicamente ed ideologicamente stataliste.

L'appoggio dato alla scelta civica da personaggi di spicco della partitocrazia, o movimenti che si richiamano alle consolidate prassi degli accordi sottobanco per il mantenimento dei privilegi di casta, con ricorso alla tassazione a sostegno di lobby e carrozzoni politici, la dice lunga sui veri conservatori dell'establishment, con il consenso del Vaticano e della finanza internazionale.

Il capitale dovrebbe essere mobilitazione di energie creative, nello spirito dell'autentica libertà d'iniziativa e d'intrapresa individuale e tendere allo scambio e al dono, più che alla mercificazione e all'abbrutimento dell'uomo, considerato non già persona, ma numero al servizio del potere di qualsiasi genere.

L'esatto contrario di quanto avviene da troppo tempo nel nostro paese e che si vorrebbe perpetuare.


venerdì, gennaio 04, 2013

Autoaffondamento

Monti autoaffonda sotto il peso dello snobismo e dell'autoreferenzalità. 

Essendo stato nominato premier per grazia divina, crede di poter dispensare rabbiosi consigli a destra e a manca, con una supponenza ed un'acredine degne dei peggiori partitanti.

L'ultima battuta su Brunetta lo qualifica come uno dei più brutali e rissosi uomini politici della prima repubblica, a nulla valendo gli atteggiamenti curialeschi e la gesticolazione semi-artcolata a conferirgli il carisma cui aspira e di cui è purtroppo sprovvisto.

Il gambero Monti

Verso la prima repubblica...

Luca Ricolfi, in un lucido articolo pubblicato sulla Stampa del 31.12.12, ha fatto le pulci all'Agenda Monti per ricavarne un'ineccepibile conclusione. L'ex premier ha in mente un allontanamento dalle posizioni squisitamente moderate e punta all'alleanza con la sinistra storica, preferendo impostazioni stataliste e fondate soprattutto sull'austerity piuttosto che sui tagli della spesa pubblica, tramite un aumento della tassazione.

Ricolfi ha analizzato molto bene la strategia messa in atto dai montiani: depredare i voti dei moderati per privilegiare quelli che un tempo il Cardinale Siri definiva' i comunistelli di sagrestia', fautori della collettivizzazione forzata a mezzo del fisco, da attuarsi con un'alleanza con il Pd ed evitando in tal modo moti di piazza, turbolenze sindacali e reazioni della sinistra radicale e alternativa. 

E' un po' il gioco della balena bianca che prendeva i voti a destra per inaugurare tristi connubi con l'estrema sinistra fino ad arrivare al compromesso (anti)storico.

Con questo sistema, a dispetto delle parole di Monti, si perpetua la conservazione della nomenklatura: non per nulla pronubi di queste malsane nozze appaiono i soliti Casini e l'apprendista stregone Montezemolo, al quale già molti moderati avevavo prestato il proprio consenso in buona fede, sperando in un serio rinnovamento del centro-destra, da realizzarsi sulle rovine del berlusconismo. 

Piaccia o no, a parte Grillo, Il giornalista Giannino è l'unico a dire cose giuste sui mali d'Italia e sui programmi da applicare per uscire dalla crisi e dallo statalismo più bieco in nome della libertà della persona contro il Leviatano e nell'interesse stesso della Chiesa, la quale sperando di salvare se stessa e i suoi beni, si affida al neo-sagrestano, fiduciario dell'alta finanza, per non soccombere politicamente ed economicamente. 

Più di quanto non sia già stata sconfitta da una società civile, che ha perso qualsiasi riferimento di tipo religioso, e considera il cattolicesimo alla stregua di  un' ideologia mondana, il Vaticano finge di credere che i catto- comunisti e i post- comunisti abbiano cambiato pelle e siano ora unti del Signore : non si avvede che questa strada è insidiata da trappole mortali, che accelerano la fine dell'Istituzione .

lunedì, dicembre 31, 2012

Perché Monti?


Andrà a finire così: voteremo la lista Monti. 

Perché lo vogliono il Vaticano, la Confindustria, la BCE, la Germania, gli USA, L'Onu, la Nato, Israele e i banchieri, la Palestina e i fratelli Mussulmani, il wwf, l'Unicef, Green Peace e l'Eni, Mamma Rai e l'Enel, la Bocconi e la Luiss, la Ferrari e la Fiat, Equitalia, la Cei e Bersani.

Perché non ci sono alternative e abbiamo bisogno dell'uomo della provvidenza.
Perché abbiamo la testa fra le nuvole e vogliamo salire in cielo.
Perché siamo disperati. Perché siamo masochisti.

S.Terenzo

Molte donne si sono recate a messa in abiti succinti per manifestare la loro protesta contro il parroco di S. Terenzo. 

La sfilata sul sagrato della Chiesa ha certamente smentito ogni ipotesi di provocazione nei confronti degli uomini, i quali avrebbero preferito non vedere tali agghiaccianti esempi di seduzione, per non restare terrorizzati.

La dimostrazione quindi può dirsi perfettamente riuscita.

''Ricordi sott'odio'' di Indro Montanelli

Sarcastici, fulminanti, sornioni, escono, a dieci anni dalla morte di Indro Montanelli, gli epitaffi, rimasti finora inediti, scritti dal giornalista per puro divertimento negli anni Cinquanta. Nella carrellata di «ritratti taglienti per cadaveri eccellenti» c’èanche il suo: «Qui/riposa/ Indro Montanelli./Genio compreso,/spiegava agli altri/ciò /ch’egli stesso/non capiva» e l’epitaffio per la moglie Colette Rosselli, cronista di costume e pittrice. «Qui/riposa/Colette Rosselli/tardiva/eroina/d’un melodramma/ di cui/portò il lutto/con grazia/divina». Sono Ricordi sott’odio, a cura di Marcello Staglieno, nei quali Montanelli (morto il 22 luglio del 2001 a Milano) svela con il suo sguardo dissacratore i retroscena e le contraddizioni dei salotti letterari e dei personaggi del mondo della cultura, dell’editoria, della politica e dello spettacolo di quegli anni. Ad aprire il libro l’epitaffio per il suo «cattivo» maestro e grande amico, Leo Longanesi: «Qui giace/per la pace di tutti/ Leo Longanesi/uomo imparziale./Odiò/il prossimo
suo/come/se stesso». Quest’ultimo, insieme a quello dedicato a Zavattini («Non piangete/per/Cesare Zavattini/ha già pianto/lui per tutti noi») sono gli unici due testi del libro già pubblicati. Illuminanti come aforismi, questi brevi componenti sono nello stesso tempo una foto di gruppo della stagione che precede il boom economico. Così del grande autore de Gli indifferenti Montanelli scrive: «Qui giace il più rappresentativo e completo di tutt’i personaggi di Moravia: Alberto» e del leader storico del Partito comunista: «Qui/riposa/Palmiro Togliatti/impiegato modello/di/rivoluzioni/parastatali». «Manoscritti su tovagliette in qualche trattoria milanese, ora su un block notes, ora dattiloscritti con la sua Lettera 22 su carta da bozze, ora autografi su una rubrica telefonica», come spiega nell’introduzione Staglieno, questi epitaffi sono potuti diventare un libro grazie alla collaborazione del Fondo manoscritti di Pavia, che ha messo a disposizione gli originali dei taccuini sui quali Montanelli appuntava questi testi. Così é stato possibile «rendere nota al grande pubblico una parte della produzione letteraria montanelliana rimasta finora sconosciuta» dice in una nota l’editore Rizzoli, che di Montanelli ha da poco pubblicato Ve lo avevo detto, dedicato a Silvio Berlusconi. Ultimo grande inviato d’assalto, fondatore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, Montanelli, originario di Fucecchio (Firenze) dove era nato nel 1909, è autore di circa una cinquantina di libri. In questi epitaffi si rivela tutto il suo talento di sbeffeggiatore delle ipocrisie e piccolezze di amici e nemici e la sua capacità di trasformare lo sdegno in ironia e la cattiveria in arte. Cosi del fondatore del settimanale «L’Uomo Qualunque» dice: «Qui giace/Guglielmo Giannini/ucciso/dal dolore/di essere/un/uomo qualunque» e del Lord Brummel del teatro italiano: «Qui giace/un frac./Dentro/c’era una volta/Luigi Cimara». Nel libro anche ritratti di Piero Calamandrei, Amintore Fanfani, Giulio De Benedetti, Wanda Osiris, Luchino Visconti e Giovanni Ansaldo e due illustrazioni, in inchiostro di china su carta, che John Alcorn ha dedicato a Montanelli, per gentile concessione della famiglia Alcorn, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. «Una Spoon River» all’acido prussico, definisce Staglieno questi Ricordi sott’odio che in fondo sono sì «affilate stelle filanti», «epigrammi assassini» ma tutti sembrano «una testimonianza, per il postero lettore, dei risvolti nascosti dietro una realtà “ufficiale” spesso, inclusi i propri amici, troppo retoricamente celebrativa». Ordinati secondo «criteri di compiutezza e di gusto», alcuni, precisa ancora Staglieno, «sono di schietta ispirazione longanesiana» e benché scritti alle soglie del boom economico mostrano una sostanziale amarezza montanelliana perché «Indro - conclude Staglieno - aveva in parte intuito che taluni aspetti di quel tempo erano sulla scivolosa china verso la realtà d’oggi». _________

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INDRO MONTANELLI, Ricordi sott’odio Rizzoli, Milano 2011, pp. 218, 17 euro
Mauretta Capuano (da Il Cittadino.it, 13 ottobre 2011)

domenica, dicembre 23, 2012

Restyling ?

Sul benemerito quotidiano on line ''Il Legno Storto'', è apparso un articolo del direttore del ''Tempo'' Mario Sechi dal titolo Come rifondare il centrodestra. Dalla serie di commenti colpisce da parte di un lettore il richiamo alla destra di Almirante. Traendo spunto da tale indicazione e dalle considerazioni di Sechi, schierato su posizione montiane mi sono venute spontanee alcune riflessioni.
Queste. 

Ma dove sta scritto che per rifare la destra è necessario ricostituire il msi? 
Quel partito, come il fascismo, appartengono al passato e tutti i tentativi per dargli una forma moderna e credibile sul piano delle idee e  di un progetto culturale perseguibile in concreto, si sono schiantati contro il muro delle ideologie o peggio dell'opportunismo politico.

Migliaia di giovani sono caduti vittime, come i loro padri, di un tranello partitocratico scatenando, dall'apertura di un vaso di Pandora, tutto il peggio possibile, utile soltanto a chi voleva una carriera parlamentare e scranni regionali, provinciali comunali e posti di sottogoverno.

Chi dette un contributo serio al rinnovamento di uomini e principii, prendendo atto della fine della seconda guerra mondiale e di quella civile ed adeguandoli ai tempi moderni nel solco di tradizioni ancora vitali, furono alcuni giornalisti, intellettuali, scrittori, uomini delle professioni, e di cultura dotati di un minimo di senso dello stato e della nazione, pur in un contesto atlantico ed europeo, accomunati da ideali conservatori e liberali con maestri come Prezzolini, Longanesi, Montanelli, Ansaldo, Artieri, Mathieu e diversi altri, determinati a creare un'alternativa al catto-comunismo e all'economicismo.

Se le fila devono riprendersi, è di là che bisogna ripartire e non dai cascami del nostalgismo e del passatismo fine a se stesso.
Ma oggi il problema si fa più complesso con la globalizzazione e la perdita di autonomia dei singoli stati di fronte al prepotere economico, tanto da mettere in serio rischio libertà individuali e collettive ed il rispetto stesso della persona umana - con il livellamento verso il basso dei ceti medio-piccoli e l'omologazione massificante.

E su questo versante voci nuove, sganciate dagli ideologismi e dai luoghi comuni di derivazione post- comunista, non se ne sentono, all'infuori di quella che a torto è stata definita 'la nouvelle droite' di Alain de Benoist e del suo cenacolo di pensatori spregiudicati, intesi a suerare la falsa alternativa tra destra e sinistra, nel senso paradossale indicato da Ortega Y Gasset, il quale definiva tali categorie politiche come semi-paralisi mentali o,  in casa nostra, dalle idee eterodosse di Geminello Alvi e dei fautori dello stato-minimo con una visione economica fondata sul dono e non sul calcolo degli interessi e tanto meno sul modello cinese di capitalismo, che è quello che sta avendo la meglio anche in Occidente.

Allora la domanda che si pone è: Mario Sechi ha indicato una strada e un metodo che tengono conto delle questioni accennate in Italia e in Europa?
Siamo sicuri che il montismo sia una dottrina ed abbia la potenziale capacità di affrontare le sfide della modernità?
Siamo persuasi che la via tedesca riuscirà ad averla vinta sui mercati drogati e il super-colonialismo USA e cinese?
E' possibile un impero germanico accanto a quello nord-americano e della Cina?

Basterà il modello renano, da noi quasi del tutto sconosciuto, a liberare forze ed energie nuove dalla società civile, per ristabilire la concorrenza, un'economia basata sul patrimonio e non sulla finanza, un assetto sociale, con pochi poteri statali efficienti,  alimentato da un serio ed essenziale federalismo, da comunità intermedie ben strutturate e accompagnato da sussidiarietà non assistita?
Mi pare che finora Monti e i suoi sostenitori non abbiano dato risposte precise, ma che si accontentino di pensare ad un ruolo  dell'Italia accettabile in un'Europa ancora troppo confusa e di governare, non tanto nel senso della moderazione, quanto di un inaudito accordo con il PD di Bersani (a rimorchio di Vendola).

Forse il disegno di Monti è di rifondare,  non tanto il centrodestra, quanto    il centro sinistra.

Un paradosso ?

In politica tutto è possibile. 

Il timore in tal caso è che lo statalismo non diminuisca, mentre le sacche di privilegio, pubblico o privato, permangano o magari s'incrementino in una suprema beffa nei confronti dei cittadini.

sabato, dicembre 22, 2012

Tutti a Teatro

E' cominciata la campagna elettorale e si susseguono le presentazioni di candidati e movimenti. Sono tutti dei ex machina, capaci, manco a dirlo, di risolvere i problemi del paese con l'appoggio del popolo e in nome della democrazia.

E' una specie di epidemia il dopo Monti: la fila dei candidati, personaggi pubblici provenienti da varie estrazioni (imprenditoria, partitocrazia, magistratura, mondo dello spettacolo, università, sindacati, professioni) è talmente lunga che si fa fatica a starci dietro, ma tutti danno l'impressione di essere convinti di proporre le scelte migliori per la comunità.

Ma chi ci crede
Sì andiamo tutti a teatro per vedere questi nuovi protagonisti sulla scena pubblica, ma la gente sempre più avvertita dalle vicende degli ultimi anni non si lascia tanto incantare.

La politica e l'antipolitica sono in conrapposizione forte, ma ciò non vuol dire che ci siano motivi per lasciarsi ancora influenzare dagli aspiranti padroni del vapore o da vecchi manovratori. 

Si parla di società civile, ma nessuno sa cosa sia questa società civile, che annaspa tra tasse e disgusto generalizzato per i partiti e che non ha più tabu', perche non crede più agli slogan e ai luoghi comuni.

Un magistrato, in vena di battute non troppo distanti dalla realtà, anziché commentare la nuova legge anti-corruzione, fa una denuncia ideologica affermando che la corruzione è fra tutti, pubblici enti e privati cittadini, e tra cittadini tra loro.

Il bel paese è tutta una corruzione? 
E chi ci salverà? 
Un nuovo Robespierre, un nuovo terrore?

Occorre diffidare in primo luogo dei giacobini

La libertà è troppo importante per affidarci ai demagoghi, ai tribuni della plebe, ai giustizieri, ai politicanti vecchi e nuovi.

Pensiamo ad organizzarci come singoli e come comunità senza dare deleghe a nessuno, specialmente se sono deleghe in bianco.


venerdì, ottobre 26, 2012

Dove sono le idee generose ?


La nostra politica è stata non solo piccola, ma miserabile ed ha distrutto la possibilità di coltivare idee generose nell'interesse della comunità. 


I valori di libertà sono stati interpretati ad usum delphini per permettere ad ognuno di fare i propri comodi e difendere privilegi ingiustificati.


Ora accade che tutti i partiti siano allo sbando, ma nell'area moderata pare prevalere il fine di conservare la tecnocrazia al potere, per salvarsi dal naufragio, mentre i tentativi di reagire alla decadenza della società civile si concentrano sull' economicismo e l'homo oeconomicus, in nome di un  liberismo portato alle conseguenze estreme, il quale considera lo stato (anche quello minimo)ciarpame o zavorra da buttare in mare, consentendo il risveglio di moti egoistici e separatisti nell'illusione di fare il bene del cittadino.


Ci avviciniamo ad uno stadio di sempre più avanzata schiavitù nei confronti di un Moloch, che s'identifica ormai come predominio di una partitocrazia, alimentata da una folle tassazione a carico dei ceti medio-bassi, per consentire al capitalismo finanziario di prosperare a danno della più elementare equità e delle delle persone più deboli.


Effettivamente sarebbe necessaria una reazione libertaria, la quale rivaluti i soggetti sociali intermedi e rifondi organicamente l'ordinamento generale all'insegna di un nuovo umanesimo.


Considerato l'attuale stato dell'arte ed i pronunciamenti dei leader, dubito che la cultura del nostro paese, considerata nel suo complesso, per lo più asservita da troppo tempo alle ideologie e al principe, riesca ad orientare le scelte dell'elettorato verso l'auspicabile grande politica ed un profondo rinnovamento del costume, lasciando campo libero a sacrosanti movimenti di protesta, purtroppo privi finora della necessaria competenza a governare per affrontare la complessità del reale, le sfide della modernità, favorendo le aspirazioni e le esigenze spirituali di uomini non ancora privi delle proprie radici.

Dove sono le idee generose ?

lunedì, ottobre 22, 2012

Votare Giannino e sperare in Grillo




Come non votare per Giannino e i suoi amici? 
Le cose dette al Teatro Quirino appaiono anche non stereostipate ( il welfare non si abbatte, si ricrea ) inducono al consenso elettorale dei moderati. 
Gli intervenuti hanno pronunciato parole appropriate sul piano tecnico ed economico, elencato fatti veri ed insopportabili e denunciato senza peli sulla lingua una classe politica decotta e parassitaria. 
Lo spettacolo è stato ben rappresentato ed ha avuto applausi sentiti e calorosi, ad indicare che finalmente qualcosa si muove in direzione di una buona politica. 
Eppure i maestri saliti sul palco, pur esprimendo argomenti eccellenti, lasciavano un po' la bocca asciutta. 
Mancava la visione di un avvenire non esclusivamente legato all'Homo Oeconomicus, che si ponesse un po' più in là dello stretto economicismo. 
Populismo tecnicista? Forse è proprio questo è il limite. 
Per lanciare il cuore oltre lo steccato, bisognerebbe aver appreso qualche lezione della 'Psicologia delle folle' di Le Bon
Non è sufficiente che l'amico Falasca invochi un anticipo dell'età scolare, il raddoppio dei progetti 'Erasmus' e la rivoluzione digitale. 
Una rivoluzione autentica,seppure non violenta, coinvolge ragione e passione; genera un fuoco rigeneratore ed una volontà di programma comune per uomini e cittadini che vivono la vita nella sua complessità, nelle più varie sfaccettature e rifiutano di riconoscersi in una sola dimensione. 
Dunque? 
Si può votare per i gianniniani (movimento non certamente all'altezza dell'antico e vivace 'Uomo qualunque'), augurandosi che prendano i voti dell'ex pdl, sperando peraltro che la battaglia la vinca Grillo, sbaragliando la vecchia e maleodorante partitocrazia con tutte le sue patetiche e pericolose lobby.

lunedì, ottobre 08, 2012

Teologia delle tasse

Crediamo che il clima ecumenico tra laicissimi atei e religiosissimi pacifisti, riuniti ad Assisi, abbia suscitato un'euforia ingiustificata nella mente di Monsignor Ravasi accorto commentatore de ''La domenica''de Il sole 24 h nella sua universalistica rubrica denominata il ''Breviario''. 

Alla presenza del Capo dello Stato e forse proprio per questo, dimentico delle profonde sottigliezze descritte da un Santo come Tommaso, sempre più dimenticato, dai sacerdoti di professione, ha parlato di tasse e di peccati. 

''Chi non paga le tasse è un peccatore'' ha detto angelicamente il robusto personaggio, dimentico dei numerosi suicidi e della disperazione di tanti imprenditori e no, che non sanno come raggiungere la seconda settimana per sopravvivere e delle innumerevoli scandalose dilapidazioni di denaro poubblico da parte di privati, regioni, comuni province e partitocrati di stato.

Peccato è il caso di dire, ma per altri motivi.

Ricordavamo una chiesa schierata dalla parte del cittadino contro il potere. 

Ora i rappresentanti del cristianesimo scrivono sui giornali confindustriali e fanno  propaganda per equitalia, dimenticandosi del travaglio infinito dell'Imu sui beni ecclesiastici e dei molti affari poco trasparenti con la cricca da parte dei finanzieri vaticani.

giovedì, settembre 13, 2012

Attenti all'ircocervo


E' vero il termine liberale è ormai diffuso dappertutto e le dichiarazioni autoreferenziali di partiti e politicanti, intellettuali e giornalisti nel senso del liberalismo si sprecano. Giorni fa un abile inviato speciale del 'Corsera' definiva liberali di sinistra Renzi e Marino e li accomunava a al nome di Giannino.

Si fa una grande mescolanza dei termini liberal e liberali come se avessero lo stesso significato. Ciò non toglie che la patente di verità non possa essere attribuita agevolmente a circoli  movimenti e gruppi, che si ammantano di un termine nobile per fare i propri comodi e perseguire scopi diametralmente opposti ai principi di libertà.

Annita Garibaldi, pronipote dell'eroe dei due mondi,appartiene al Movimento federalista europeo, che si richiama a Gobetti, Bobbio, Spinelli & company.
Questo raggruppamento non si preoccupa di definere, sul proprio giornale, Piero Ostellino come il capofila dei 'liberali all'arancia'..., i quali se non puzzano di fascismo, poco ci manca.

Insomma la confusione è alle stelle e questa è il terreno favorevole per annientare chi tenta di salvaguardare un patrimonio ideale, culturalmente ricco e vivace e di coltivare alcune idee tradizionali elaborando soluzioni moderne per la società contemporanea, al di là dei dogmatismi e dei pregiudizi di chi si crede depositario del verbo anche tra liberali d.o.c. o chic.

E' utile pertanto rispettare alcuni criteri ermeneutici di fondo, ai quali si richiamava lo stesso Croce: liberale non vuol dire liberista, liberale di sinistra è sinonimo di liberal- socialista ed azionista e quindi rappresenta l'ircocervo, una vera e propria contraddizione in termini.

I circoli dei notabili liberali ben vengano dunque per i giovani, purché si rispettino grammatica e sintassi della politica depurata dagli ideologismi e si coniughi correttamente la parola liberalismo.

venerdì, aprile 06, 2012

La Pasqua lontana



 Ad andare a ritroso con la memoria, viene alla mente una Pasqua lontana: una festa da celebrare in comunità, in famiglia, con gli amici, nel segno di una tradizione antica, che forse si sta perdendo per sempre.

La settimana santa era uno spettacolo per l’anima semplice: le campane mute, i sepolcri, la processione e l’attesa della Resurrezione la domenica mattina, dopo la messa della mezzanotte, durante la quale, accoccolati su una sedia di paglia della parrocchia, dietro i banchi affollati da famiglie intere di fedeli o presunti tali, era facile addormentarsi durante la lunga rituale veglia solenne accompagnata da una predica lunghissima dal pulpito del monsignore, oppure durante la messa del mezzogiorno successivo, nella cappella delle suore dedicata alla Vergine Maria, un ambiente più raccolto, intimo ed accogliente col suo sepolcro e le insegne della via crucis lungo le pareti.

In ogni caso era il clima festoso il vero protagonista.

Dopo il preannuncio della domenica precedente con le palme innalzate al cielo nell’attesa della grande gioia del mistero del ritorno alla vita.
Quella festa non si sente più, purtroppo.

La fede stemperata nella ricorrenza un po’ troppo dispersiva, in mano ormai ai maestri cioccolatieri, le ‘scampagnate’ fuori porta, ridotte a semplice reliquia di una civiltà contadina e pastorale dimenticata frettolosamente, il culto della cucina povera ridotto a mera curiosità gastronomica e non più luogo d’incontro amichevole, agape dissoltasi nel grigiore della banalità dei sentimenti.

Si fa ogni anno troppo lontana la bella Pasqua d’amore alla quale eravamo stati educati coltivando la speranza di un’umanità migliore, di rapporti non sclerotizzati che vivevano nella freschezza dei moti del cuore, per credenti e no.

Un evento sempre più rarefatto e forzoso, pallida testimonianza di un mondo che declina lentamente nel nulla.

Neppure la crisi economica, con le sue restrizioni nei consumi, riesce a farci percepire la bellezza spirituale, la spontaneità ed il senso del sacro di tempi lontani.

mercoledì, aprile 04, 2012

Dante Troisi il magistrato che fu...


E’ stato ripubblicato da Sellerio ‘’Il diario di un giudice’’, edito per la prima volta da Einaudi nel 1956, con una postfazione poco accorta di Andrea Camilleri, il quale ha in mente una figura diversa di magistrato, un po’ più terra terra, immerso nella società civile, uomo tra gli uomini ed anche affetto da strabismo o partigianeria come un comune cittadino e non alieno dai richiami della politica, materia poco commestibile, a nostro parere per chi voglia esercitare un potere imparziale, servo solo della legge e del diritto.
Il fatto è che dopo Troisi, che pure fu un intellettuale aperto al mondo contemporaneo, sofferente per il ruolo pesante di chi deve emettere sentenze, che comunque incidono sull’anima e la carne dei nostri simili, si è persa nella nebbia la funzione un tempo definita, non senza ragione, sacrale del giudicare.
Oggi si parla tranquillamente perfino di un partito dei giudici o di una casta nel senso corporativo del termine e non nel senso teologico di un tempo.
Giudici come Troisi, esempio cristallino di onestà morale, di coscienza critica del sistema giudiziario, modello di servitore dello Stato, tormentato dal dubbio e dalla sensibilità della costante ricerca della verità, non esistono più: abbiamo solo burocrati.  

martedì, aprile 03, 2012

A Robinson manca Venerdì




Chi avesse pensato ad un nuovo ciclo di trasmissioni non contrassegnate dalla solita faziosità post-sessantottina, confidando nella figura accattivante di Luisella Costamagna, peraltro provvista del viatico filo-statalista ed assistenzialista della 7, ha dovuto in fretta ricredersi e ritrovarsi nel solito ambaradan degli orfani del padre-partito-padrone di berlingueriana e ormai stantìa memoria.
Ne è recente testimonianza lo show allestito sulle tasse e gli evasori, senza senso della realtà e il benché minimo discernimento per un tema talmente complesso per il quale sarebbe stata necessaria una disamina più accurata, meno plateale e demagogica.
La fiscalità, oggetto di disputa tra esperti e commentatori di alto livello e di fama internazionale, non è riconducibile alla elencazione dei soliti luoghi comuni o alla ripetizione ossessiva di slogan buoni tutt’al più per i comizi in piazza.
Tanto per dare un tocco caricaturale al dibattito (si fa per dire), tra un pm ancora in servizio e chiaramente impegnato nella cattura di delinquenti sociali (come razzisticamente sono stati definiti imputati ancora in attesa di giudizio) ed uno scrittore libertario, da tempo in lotta contro le esagerazioni e le menzogne diffuse per santificare un’attività spesso poco commendevole in uno stato di diritto, non si è pensato di meglio che collegarsi ad un circolo di periferia, composto dai soliti corbellati (pensionati ed operai) tramite un portavoce improbabile come il giovane romanziere della terra di Gramsci, Flavio Soriga, sorretto da un flatus gracile e roco, quasi impercettibile alle orecchie del pubblico e poco attendibile per la sua più che prevedibile azione di supporter per i tifosi della repressione tributaria.
In tale gallinaio di poveri derelitti masochisti, piegati da una tassazione vergognosa ed oscena di un apparato pubblico al tempo stesso inefficiente con i potenti ed impietoso con i deboli, si osava invocare la mannaia del fisco contro i cosiddetti evasori ( i quali com’è stato confermato, nel corso della discussione, sono ben conosciuti dagli esattori, ma rimangono impuniti per il vincolo, neppure tanto occulto, tra la politica agli affari, per il quale è più opportuno parlare tecnicamente di elusione anziché di evasione dal fisco, sorretto da una ragnatela di connivenze legislative, dipanatesi da tempo immemorabile per garantire salvacondotti indistruttibili ai ricchi o super ricchi, alle grandi società alle proprietà miliardarie a tutto danno dei ceti medio-piccoli, com’è ormai chiaro dalla politica canagliesca del governo tecnico, il quale non la capacità di eliminare gli sprechi del parassitismo pubblico, ma ricorre maramaldescamente all’impiccagione di schiere di cittadini privi di protezione sociale.
I colleghi universitari del premier continuano a sgolarsi, implorando maggiore decisione nella deforestazione dei privilegi e della costosa inutile giungla della spesa statale e degli enti locali ed il Prof continua a far finta di niente per continuare ad avere il fasullo appoggio della partitocrazia con la quale evidentemente sussiste un pactum sceleris inscindibile e sempre più vessatorio verso la gente comune.
Ora, organizzare una comparsata in cui il solito esemplare di virgulto della politica politicante dell’ultima periferia del paese si mette ad esaltare un patto civile tra i cittadini e il Moloch è un insulto per l’intelligenza degli scolari delle elementari, meno per chi in questo sistema ci sguazza, appartenendo ad una delle tante corporazioni o alla categoria sempre verde degli aspiranti valletti della casta.
Inutili gli appalusi preconfezionati dalla claque per corroborare tesi improbabili come quella che senza tasse i servizi per il cittadino difetteranno sempre di più distruggendo il welfare per i più poveri.Solo gli struzzi non vedono quel che accade nel verminaio della pubblica amministrazione in ogni campo si vada a parare. Senza voler fare d’ogni erba un fascio, pare ormai incontrovertibile che il fallimento regna sovrano in ogni settore pubblico, dalla sanità alla giustizia, dall’istruzione ai lavori pubblici, all’informazione, alla previdenza, plasticamente evidenziando quanto lo sperpero ed il ladrocinio regnino sovrani sulla pelle dei contribuenti.
Che dire dunque di Robinson? Gli manca il solito Venerdì per farne una trasmissione obiettiva al servizio della comunicazione non taroccata e delle opinioni libere.  

lunedì, marzo 26, 2012

Chi crede di essere Carlo Freccero?



Ma chi crede di essere Carlo Freccero?





La sua immagine è fin troppo nota al pubblico televisivo e la fissità del suo sguardo, perso nei propri pensieri, quasi sempre sospesi tra odio ed aggressività, al di là di un approssimativo sorriso di maniera, non si può dire che predispongano alla simpatia e all'attenzione, né il linguaggio,  imperlato di goccioline di fatica sovrumana, per l'oggettiva difficoltà ad interloquire con il prossimo, non lo accreditano certamente come un personaggio di talento, ma piuttosto come un settario di stampo stalinista.

Ero rimasto all'ultima sua performance sul trespolo di Anno Zero (in compagnia del furbo contadinotto Antonio Di Pietro, entrambi accomunati dall'incurabile malattia giustizialista e dall'inestirpabile tendenza presenzialista), tutto intento a beatificare il geniale Celentano sanremese, interpretando la religione cristiana come l'altra faccia della medaglia marxista, antesignana della rivoluzione, della realizzazione del paradiso in terra. 

Ora, invece, ci si accorge che il primigenio e ricchissimo dirigente Rai, l'artefice insostituibile dei meravigliosi programmi del servizio pubblico, tesi a creare l'uomo nuovo del secondo millennio, manco a dirlo, fabbricato con indelebile impronta leninista, e pronto a combattere, al segnale di Pavlov, la reazione in agguato, non pone limiti alla propria onnipotenza e all'innata vocazione a divulgare il libretto rosso di Mao, ad esibire le tavole della legge totalitaria, a stabilire, da perfetto mandarino, di volta in volta, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto per il bene della causa.

Un giovane garbato, benché tosto, redattore delle pagine culturali di 'Libero'( inorridite gente!), Francesco Borgonovo, ha avuto la malaugurata idea di criticare la messa in onda in prima serata, sulla Tv pubblica, ad opera dell' ideologo Freccero, di una serie dedicata al sesso generalista (ivi compreso quello omofilo), atto ad erudire i pupi sui liberi costumi, ormai diffusi in tutta Europa tra adulti consenzienti, a dispetto delle conclamate, quanto introvabili, radici cristiane del vecchio continente.

Di quale peccato si è macchiato Borgonovo? 

Non tanto di aver rappresentato una voce diversa, non laicista, ma tendenzialmente rispettosa della religione cattolica, quanto di aver registrato una telefonata isterica, colma d'insulti ed invettive, rabbiosa e persecutrice del nostro magnifico e progressivo dirigente Rai, depositario non solo della verità rilevata, ma anche unico possessore della sola cultura che conti, quella post-comunista o radical chic e (udite, udite!) di averla resa nota, pubblicandola sulle pagine del suo quotidiano.

Ma come? 

Il deus ex machina della Televisione di Stato ingiunge all'articolista di un foglio conservatore di leggere dei libri e questi ha l'impudenza di andare a spifferare al mondo intero le parole biliose di un grande intellettuale di estrema sinistra, anziché cospargersi il capo di cenere, chiedere perdono ed inchinarsi di fronte al grande uomo di cultura?

Incredibile.

Anni di esercizio del potere di manipolare le masse hanno reso Freccero del tutto indifferente alla società reale: egli è pervicacemente convinto di dettare il galateo e ancor più d'impartire con supponenza lezioni culturali. 

Ma di quali libri parla?

Quelli che andavano di moda nel '68?

Quelli dei suoi maitres à penser, autori morali o materiali di stragi terroristiche? 

Oppure dei sempinterni visionari fanatici della rivolta bolscevica così ben definita dal compagno Fantozzi, a commento del capolavoro della cinematografia sovietica, come una c..... pazzesca?

Non si accorge che, nelle sue apparizioni e nei suoi stentati comizi, assomiglia, ogni giorno di più, alla figura del trinariciuto, fumante di collera, delle vignette di Guareschi e che i suoi banali tentativi d'incarnare un rosso gerarca addetto alla propanganda di regime sono solo patetici?



giovedì, settembre 15, 2011

Virtù civiche


C'è un magistrato, collocato fuori ruolo presso l'Agcom con uno stipendio 390 mila euro l'anno, viene portato ad esempio di correttezza e virtù civiche dal settimanale 'Panorama', perché ha rinunciato al suo stipendio di consigliere del Tar da 7 mila euro al mese, facendo presente di non sentirsela di percepire due stipendi in un momento di crisi del paese (!)

Ma, i giornali, berlusconiani o no, possono consentirsi tanta insulsaggine nei confronti dei lettori, evidentemente ritenuti tutti degli imbecilli ?

Il gesto di quel giudice non dovrebbe essere ritenuto normale? E chi lo sostituirà nel suo lavoro principale? E perché possono essere consentiti altri incarichi retribuiti a funzionari dello stato o ad alcuni di loro?

Il distacco di quel magistrato, e di tutti gli altri nella stessa condizione, regolarmente autorizzati dal consiglio superiore della magistratura, quanto viene a pesare sul buon funzionamento della giustizia e la buona gestione del debito pubblico nei casi di doppi o tripli emolumenti?ave

sabato, settembre 10, 2011

Che fare?



Sono scettico sulle possibilità di reale cambiamento del sistema. 



Ma che strade abbiamo per cambiare? 


Intanto cerchiamo di modificare la legge elettorale partendo dalla società civile.


Fondamentale è rendersi conto che la partitocrazia non ha confini né a destra 
né a sinistra.


I programmi di rinnovamento da qualunque parte vengano devono essere resi credibili anche dal comportamento di chi li propone.


Quel che vedo è esattamente il contrario.


Se i rappresentanti delle istituzioni rinunciassero a farsi ritrarre in atteggiamenti, che suonano offesa alla tanta gente in difficoltà economiche gravi, non sarebbe un piccolo segnale positivo?


Che cosa vediamo invece?


Politici che s'inseriscono a pieno titolo nello star system e che del popolo se ne stropicciano altamente.


Ci vuol molto a capire che la casta non soffre eccezioni. Non illudiamoci di avere risposte serie ai problemi del paese da questa classe politica.