giovedì, agosto 18, 2011

Sparate di...mirto...



CALA_BRIGANTINO_1-293x186Tra i nostri aspiranti scrittori, viaggiatori ed esploratori, ve ne sono alcuni in grado di stupirvi per la loro innervata capacità di vedere quello che non c’è e di raccontarlo come se fosse vero.

L’affabulazione nasce da personalità corroborate da salde radici nella terra dello spirito, dall’umiltà, dall’ansia genuina di conoscere, dall’uso appropriato della lingua e dalla volontà di convivere con gli elfi in un mondo magico, dove l’intuizione regna sovrana accanto al genio. Per questo i veri talenti letterari saranno sempre pochi e molto spesso sono incomprensibili alle masse televisive e degliaficianados dei rotocalchi.

Non è con le piroette grammaticali, sintattiche e linguistiche, tutte volte ad épater les bourgeois che si coglie il bersaglio. Spesso questo in realtà si allontana e dopo i fuochi d’artificio, passata la festa, la puzza di bruciato si avverte per un bel po’ di tempo, in mezzo alla cenere degli scintillanti fuochi fatui.

E’accaduto a tale Rumiz, firma assai nota di un non meno noto quotidiano ad alta diffusione, venendo a costituire un’aggravante per l’autore, tentare l’inganno per i lettori poco attenti alla realtà più che ai giochi di prestigio e ai funambolismi.

Abbiamo sempre pensato che per conoscere un località e la sua storia, non basta affidarsi alle notizie riportate per sentito dire, né tantomeno ritenere oro colato il contributo degli amici, soprattuto se corregionali. E’ un vizio che affligge molti scrittori di prestigio, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Calabria al Veneto. Non ne è immune neppure il re dei bleuffer dell’industria culturale, l’ineffabile Umberto Eco.

Si ha un bel dire che siamo europei o internazionalisti e addirittura apolidi; ciò forse è vero per altri paesi, ma non per il nostro, dove su tutto sovrasta il campanile o la regione di appartenenza.

Chi te l’ha detto? Ah, beh! un mio caro amico, uno delle mie parti… Con simili allusioni avete indicato un facile lasciapassare con una risposta, a conti fatti, del tutto banale. Anzi, vi siete serviti di quelrelata refero, che nei tribunali ordinari o no vi rende subito poco attendibili.

Ecco quel che è successo al detto Rumiz andando a visitare La Maddalena, come inviato speciale del mega-giornale di appartenenza, per un’inchiesta niente di meno sulle ‘Case degli spiriti’.

Intanto, all’incipit, con una prosa scoppiettante, ci rappresenta la materia storica, composta da pietre di granito, ben modellate dalla nascita del Regno Sardo–Piemontese, e dall’occupazione militare dei Savoia delle ‘isole intermedie’ nei confronti dei gallo-corsi, come una sorta di conquista  del Conte Dracula, cui adattare il’ Deserto dei Tartari’  dal quale l’articolista vorrebbe trarre linfa vitale e probità di stile, nonché congruità di argomenti e punti di riferimento, puntando a calare in un’atmosfera rarefatta ciò che allegorico non è per sua stessa sostanza.

Quelli che polemicamente vengono chiama Forti sabaudi sono strutture difensive, batterie e fortezze dei sardo-piemontesi, che risalgono, nella loro prima realizzazione addirittura al 1767 e ai tempi della Convenzione.

Il primo battesimo di fuoco come prima pietra miliare del grande progetto di una potente piazzaforte militare, che avrebbe cambiato il suo volto ed i suo destino, La Maddalena, infatti, l’ ebbe col tentativo di accerchiamento dell’allora luogotenente Napoleone Bonaparte, il quale fallì nel tentativo di annettere la Sardegna alla Francia rivoluzionaria, grazie alla pronta ed efficace risposta del nocchieroDomenico Millelire e dei suoi volonterosi adepti, tra i quali il pilota Rossetti, nel respingere nelle acque dell’Isola di S. Stefano gli assalti del nemico, dal Forte di Balbiano, il 22 – 23 febbraio 1793 …

Un’impresa che valse all’eroe isolano  la prima medaglia d’oro della Regia Marina.

Altro che Punta Rossa, come ama rappresentare, nel suo servizio, il nostro inviato speciale, la fatiscente versione della  fortezza Bastiani del capolavoro di Dino Buzzati.

A Punta Rossa in verità, con il forte, realizzato  tra i vari insediamenti, vi sono caserme ed alloggi, utilizzati anche in tempi relativamente recenti come teatro di esercitazioni di vario tipo dalla Marina,fino a poco tempo prima della loro dismissione dal demanio militare. Ed oggi frequentatissima da turisti  c’è la stupenda Spiaggia del relitto (per il fasciame semi- sommerso di un vecchio bastimento mercantile).

Ma non è questa l’unica incertezza  del racconto, che ambirebbe ad essere definito poetico, immaginifico, un po’ decadente ed icastico, ma pur sempre di elevato livello letterario.

Capiamo certamente che i voli pindarici sono l’esatto contrario della precisione cronachistica, anche se gli articoli si riconducono tutti alle dimore perdute sparse per l’Europa ed altrove.

Un tour tra i fantasmi del passato qui, nonostante il pur sempre vitale Compendio garibaldino, il Centro d’ascolto ed osservazione dei delfini, la Scuola di vela più prestigiosa d’Europa e la rinata ‘Pineta di Cala Garibaldi’, prossima al mare, finalmente restituita all’uso pubblico con le svariate baie e calette di Caprera,  appare poco o punto pertinente.

Se spiriti ci sono nell’Isola dell’Eroe dei due mondi, questi sono ispirati dalla natura e dalla vegetazione, dal mare con i suoi ricordi e dalla energia rigeneratrice delle sue correnti, dai mille profumi della macchia mediterranea , dal vento che ripulisce da tutte le scorie ogni angolo di roccia.

In realtà, il nostro maturo boy- scout ha voluto imitare scrittori di spessore come il citato Buzzati o D’Annunzio e magari Hemingway, ma non c’è riuscito.

Descrive con consumata ambiguità le caratteristiche del luogo dove sorge il Centro Velico, ricavato negli hangar  e sulle banchine della vecchia Marina militare, ancora solidi e resistenti al tempo, ormai son passati decenni, a testimonianza che tutto si rinnova e non muore, mentre è possibile raggiungere traguardi ambiziosi ed invidiabili, anche a dispetto della classe dirigente miope o intorpidita o adagiata sugli allori militari con le sue rendite di posizione assicurate alla popolazione ormai ab immemorabili.

Il Nostro accenna alle eoliche escursioni tra i graniti, le insenature, gli alberi , sebbene non convinca molto il resoconto di un repentino avvicendarsi di tramontana, libeccio e grecale, volendo magari semplicemente far intendere che siamo al cospetto di un marinaio provetto, oltre che di uno storico attento e non presuntuoso.

Egli afferma pure nel diario della giornata che nelle librerie o biblioteche della cittadina non ci sono pubblicazioni riguardanti i vari fortilizi presenti un po’ dappertutto e sbaglia.

I ”Forti dell’Arcipelago”,   pubblicato nel 1995, a cura dell’architetto Cianchetti, sotto l’egida della presidenza del Consiglio,   costituisce tuttora  un aureo libretto, molto ben concepito e documentato, un ormai celebre piccolo scrigno di notizie preziose per tutti, in particolare per chi voglia apparire come colui che ha capito l’anima profonda di una terra unica,  contrassegnata da vicende umane e sociali inconfondibili.

Chi con serietà di studioso e amore da neofita ha voluto entrare nella dimensione speciale dell’Arcipelago maddalenino, l’ha fatto con costante umiltà e  genuino candore, con delicatezza e un riguardo estremo per la gente ed i luoghi visitati, con un atteggiamento rispettoso nel timido tentativo di alzare il velo di un mistero non  del tutto svelabile.

Dall’Ammiraglio Garelli, non uno spettro, ma personaggio di spicco, intellettualmente vivace, che si colloca tra i primi storiografi  della Maddalena, all’acutissimo Mario Soldati, all’indomabile ribelle Oriana Fallaci, e tanti altri, più o meno illustri viaggiatori, senza pregiudizi né superstizioni, né furberie od opportunismi, fino all’indimenticabile e nobilissima Gin Racheli, scrittrice soavissima, perspicace e minuziosa di ogni anfratto e scopritrice dell’aura, che aleggia dalle colline ai boschi, alle spiagge, al mare e agli abissi, che accolsero (altro che attesa senza seguito…del nemico!), nella seconda guerra mondiale, i generosi marinai della’ Roma’ , vittime sacrificali dell’immane tragedia delle nostre forze armate, a sigillo di una temperie culturale e morale e di una lunga serie di avvenimenti carichi di emozioni e sentimenti elevati, nient’affatto dimenticati, ma gelosamente custoditi nella mente della gente semplice. Un  patrimonio complesso e diversificato, che dalla sua nascita segna il destino di una delle località strategicamente più importanti dell’Occidente, una delle perle del Mediterraneo sotto i più svariati punti di vista.

Non basta affermare, purtroppo, come fa l’elegiaco narratore del grande quotidiano, che le sparate di mirto (?) nell’ atmosfera incantata di Caprera, sono sensuali (!) e che si fa visita all’antica Osteria di Lio’ per persuadere il colto e l’inclita di esser penetrati nell’intimità, nel cuore e nel carattere di una comunità e farsi ritenere credibili per poter essere infine adottati  dalla comunità locale…

Adelante con juicio avrebbe suggerito qualcuno, prima di avventurarsi  in descrizioni improbabili di ciò che non si conosce a fondo.

Alla fine della lettura, non sapremo neppure che cos’è stato il sistema delle fortificazioni, eretto tra il 1767 al 1806, dopo il 1887 e tra la prima e la seconda guerra mondiale nel Nord della Gallura, per il nostro paese: neanche una piccola consolazione per i più curiosi di storia patria.

lunedì, agosto 15, 2011

Lasciate riposare Santoro &C

Qualcuno avverte mancanza d’informazione?
Io credo che ne abbiamo in eccesso e in tutte le salse: non solo tiggì e vari magazine settimanali, ma in tutte le trasmissioni d’intrattenimento le notizie, specialmente quelle morbose, sono oggetto di analisi da strapazzo anche da parte di esperti di grido.Non se ne può più.
Ormai siamo al ‘Cortile globale’, dove le chiacchiere ed il gossip imperano.
Altra cosa sono i talk show politici o politicizzati, quasi tutti in vacanza, i quali non fanno informazione, ma lavorano al servizio della lottizzazione partitocratica, con attacchi proditori all’opinione pubblica, per l’assoluta mancanza di obiettività.
Chi ha nostalgia dei Santoro, Floris, Gabanelli, Ferrara e compagnia cantante, tanto da volerli vedere perfino a Ferragosto?
Io no. La rai- radiotelevisione è uno stipendificio a tutti noto, una centrale di distribuzione d’ incarichi e sinecure per partitanti e loro ‘nepotes’ e ‘clientes’ .4cc6ece171_4640519_lrg
Dove siano finiti i giornalisti seri e non gl’imbonitori di propaganda ideologica nessuno lo sa.
Per limitare i danni di questo pachiderma, giustamente condannato da K. Popper, per la sua deliquenziale attività di manipolazione delle coscienze dei cittadini, è ormai indispensabile almeno tentare di modificare il nostro sistema pubblico, prendendo a modello quello francese o inglese od optando per un’autentica liberalizzazione.
Impresa disperata se non impossibile. Fino a quando, con le tasse e gli altri salassi del fisco centrale o federale, i poveri beoti italici non si accorgeranno che sarebbe ora di abolire la casta dei cosiddetti giornalisti al servizio del potere… di maggioranza e di opposizione.
Santoro & soci, di destra o di sinistra, almeno d’estate, risposino e ci lascino tranquilli, senza affannarci a capire con che squadra giocheranno, a suon di  milioni,  la prossima stagione di campionato televisivo. Che il conduttore di Anno Zero stia con Sky o La 7 può importare solo a qualche critico di giornale con poca fantasia e fuori dalla realtà di un paese in preda ai soprassalti della crisi economica e, come diceva Giusti, preoccupato soprattutto di dover 'tirare quattro paghe per il lesso', quel lesso che gronda abbondante per la classe dei gazzettieri ed anchorman privilegiati dal regime.

sabato, agosto 13, 2011

Il successo


Credo di poter condividere una definizione di successo, colta al volo durante un’intervista ad uno scrittore contemporaneo, il quale saggiamente indica la libertà come significato autentico e pregnante del termine.
Successo uguale libertà.
Quando un uomo può alzarsi, camminare, lavorare o riposare solo se lo vuole, muoversi come gli pare, decidere secondo la sua scelta, non render conto che a se stesso, vivere senza costrizioni, in armonia con la propria anima e il mondo circostante, si può dire che ha raggiunto nella libertà ( che non è arbitrio) il proprio successo.
Affascinante e vero.
Difficile, ma non impossibile traguardo dell’ esistenza, senza dimenticare il detto agostiniano che si coniuga bene con la proposizione precedente: libertas vivit in interiore homine.02scene

mercoledì, luglio 27, 2011

Il topino e la gruviera

Quel genio incompreso di Giuliano Amato ha tirato fuori, dal cilindro di prestigiatore della politica da operetta, l'originale idea d'imporre la patrimoniale per dare sollievo alle casse dello stato, ampiamente depredate da decenni di assistenzialismo e deficit causati da finamziamenti illeciti ai partiti e ai carrozzoni clientelari in nome del socialismo progressista e cristiano.

Per i suoi meriti di topino attaccato alla gruviera, il nostro beneamato esperto di economia statalista e di manovre sotterranee nei palazzi di governo, si è guadagnato l'appellativo di Sottile


Il dottor Sottile tanto raffinato non pare proprio. 

Non pago di aver messo le mani nei risparmi bancari dei ceti meno protetti e virtuosamente dediti al risparmio, 'inventa' una misura di per sé odiosa e degna dei sovrani birbanti del medio-evo, pronti a tosare i sudditi per far fronte alle proprie scialacquature ed agli sprechi di quella  corte dei miracoli  che corrisponde al nome di parlamento. 

Bella prova di sensibilità democratica e di rispetto per la libertà del cittadino.

Più che sottile, il prof Amato (?) è uno dei peggiori esempi di leninismo spicciolo e di furberia borbonica, una figura di furiere dei grandi gruppi economici e dei poteri forti, da cui spera di ricavare qualche prebenda istituzionale nel prossimo avvenire, come se l'attuale assetto sociale e politico possa consentire ancora giochi da saltimbanchi e non sia destinato mai a render conto delle proprie malefatte.

martedì, luglio 26, 2011


George Steiner

Cambridge . 

L' Europa, dice George Steiner, si può scandire in cinque assiomi. Innanzitutto è una mappa di caffè, dal locale di Lisbona amato da Pessoa a quei superbi concentrati di fantasmi che sono i ritrovi della Vienna fin de siècle. Luoghi di gioco e pensiero, arte e massonerie, dove la gente discute, scrive, fa pettegolezzi, tesse speculazioni e intrighi. Il secondo marchio del continente sta nel proporsi come geografia camminabile, a misura di piedi, dunque generatrice di testi impregnati dalla cadenza dei passi di quei molti poeti e pensatori che hanno creato e riflettuto camminando. Il terzo punto comune ai popoli europei sta nel chiamare strade e piazze coi nomi di scienziati, pittori, artisti e romanzieri: tutt' altra logica rispetto agli Stati Uniti, paese allergico ai memoranda. Il quarto assioma condiviso dall' Europa sta nella doppia derivazione da Atene e da Gerusalemme: identità sincretica e conflittuale che può spiegarne le tensioni interne. Pensiero laico e democratico da una parte, spiritualismo e misticismo dall' altra, con l' apparato di dogmi che ne consegue. La quinta caratteristica dell' Europa è la consapevolezza della sua condanna: l' imperativo della fine di un mondo che nel Novecento, tra grandi guerre, bestialità di Auschwitz e orrori del Gulag, ha consentito lo sterminio di cento milioni di esseri umani. Sono le basi su cui Steiner, saggista acuto e provocatorio, esploratore originale di percorsi paralleli, storia e filosofia, letteratura e arti visive, ha costruito il viaggio fulminante di Una certa idea d' Europa. Della sua "idea d' Europa" apocalittica e piena di sdegno, ma anche di ammirazione e nostalgia, Steiner parla nella sua casa di Cambridge, prima di una passeggiata tra le architetture storiche di un' università «dove da settecento anni», racconta il professore, «si sviluppano le scienze occidentali». Nel suo futuro ci sono vari appuntamenti con l' Italia: il 30 maggio l' università di Bologna gli conferirà la sua sedicesima laurea ad honorem, e a fine marzo del 2007 terrà una lezione magistrale alla Fiera del Libro di Torino. Nel frattempo Garzanti sta traducendo il suo nuovo libro, Dieci ragioni per la tristezza del pensiero. In Una certa idea d' Europa lei traccia il quadro buio di un' Europa dominata dal consumismo e dalla globalizzazione, lanciando un grido d' allarme sulle sorti di un continente in balia del «dispotismo del mercato di massa». «La situazione è più che preoccupante. L' istruzione è allo sbando, i giornali di qualità perdono copie, i giovani sanno manovrare i computer ma non leggono più. L' unica religione mondiale è lo sport: nemmeno Max Weber capì che la passione per il calcio avrebbe assunto queste proporzioni. Una rinascita di interessi culturali potrebbe avvenire solo per reazione a catastrofi incombenti: una crisi economica devastante o lo scatenarsi della sfida islamica all' Europa. Quando le cose peggiorano la cultura risorge. A Londra, nei rifugi antiaerei, sotto i bombardamenti, si lessero più libri di quanto non fosse mai accaduto prima. E durante l' assedio di Leningrado circolavano musica, letteratura e poesia». Nella prefazione a Una certa idea di Europa, Mario Vargas Llosa critica le sue prospettive pessimistiche, sostenendo che oggi, nonostante tutto, l' incremento di consumatori di prodotti culturali genuini, romanzi, mostre e concerti, ha raggiunto livelli prima inimmaginabili. «Non sono d' accordo. è vero che la musica riempie ancora le sale, e che i musei sono affollati. Ma l' opera lirica è a rischio, e ovunque il livello culturale sta precipitando. Forse, più che all' Europa, Vargas Llosa pensa all' America Latina, dove cresce una grande letteratura e sono in tanti a voler studiare di più. Concorderei col suo ottimismo se si parlasse del Messico. Non ho mai visto giovani più appassionati e fiduciosi nel futuro di quelli delle università messicane. Ma chieda ai migliori studenti delle università inglesi o francesi come vedono il domani: nelle università europee l' incuria dei docenti è vergognosa, insultante per i giovani. Intanto crolla il livello dell' istruzione scolastica. Sull' argomento scuola bisognerebbe essere un po' stalinisti. In una notte Stalin decise che gli insegnanti di matematica e lingue nelle scuole dovevano avere una preparazione pari a quella dei professori universitari. Fu così che nel sistema sovietico ci fu un' esplosione di qualità. Con risultati come lo Sputnik e molto altro». Una certa idea d' Europa, alla fine, dà spazio alla speranza di un miglioramento in base a due constatazioni: il crollo dell' ideologia marxista e la perdita di forza del cristianesimo, che condurrebbe a un umanesimo laico e a una tolleranza finora ignota all' Europa. è così drastico il suo rigetto dell' ideologia cristiana? Non ne considera i valori positivi? «Il cristianesimo non ha ancora chiarito i termini del suo ruolo nell' Olocausto, e questo getta un' ombra sinistra sulla civiltà cristiana europea. Ci sono stati alcuni riconoscimenti isolati, episodi di papi in visita a sinagoghe... Però non basta: la Chiesa, nel suo sistema educativo, non affronta la responsabilità dell' orrore. E l' Europa non ammette il multiforme ruolo del cristianesimo in quella che è stata la mezzanotte della storia. Il suo antisemitismo è profondo e plurisecolare, radicato nei Vangeli. Finché l' Europa non si confronterà con la lunga preistoria delle camere a gas, molti pericoli avveleneranno questa civiltà. Che oggi si trova a fronteggiare il problema immenso della sfida islamica, e sembra molto impreparata a farlo. Per un verso i fanatici islamici vogliono distruggerci, per l' altro c' è un fanatico come Bush che conversa con Dio. Almeno Berlusconi non ha il suo numero di telefono». Lei parla spesso dell' incubo dell' antisemitismo e del suo riaffiorare odierno. Si possono analizzarne le cause? «L' antisemitismo sta crescendo ovunque in Europa: si assiste a un ritorno della paura degli ebrei persino là dove gli ebrei sono solo un piccolo gruppo di sopravvissuti. è difficile capire perché, e la risposta non può venire solo dall' Islam, il cui monoteismo è tanto vicino al giudaismo quanto lontano dal cristianesimo: la religione islamica condivide con gli ebrei ortodossi la negazione delle immagini. Resta il fatto che un piccolo paese come Israele tiene in pugno i destini del mondo, e questo dà fastidio. Intanto dall' Islam non sorge alcuna leadership filosofica o morale capace di protestare contro l' intolleranza dei fanatici islamici». Rispetto alla potenza dell' America, proiettata nel futuro e sempre capace di dimenticare, l' Europa, lei scrive, è sommersa dal proprio passato. Secondo lei non c' è avvenire per questo continente? «In America l' ascensore è ancora in salita, mentre in Europa il tramonto, sul piano dell' imperialismo e dell' egemonia diplomatica, è avvenuto da tempo. Per quanto riguarda gli investimenti scientifici e tecnologici non c' è confronto. Si può discutere sulle potenze in grado di superare l' America, ci si può chiedere se la sua partita si giocherà con l' India o con la Cina, ma è fuori discussione che si giochi con l' Europa, che oggi è soprattutto un museo, meraviglioso e irritante. Ma anche se in molti settori la situazione è disperata, un tentativo andrebbe fatto. Questa civiltà nata dal pensiero greco e dalla moralità ebraica dovrebbe provare a riaffermare alcune convinzioni oscurate dai peggiori influssi americani. Ritrovare il realizzarsi della conoscenza, la ricerca disinteressata del sapere, la creazione della bellezza. La ridefinizione dell' istruzione secondaria e dei media rientra nei compiti più urgenti».

 - LEONETTA BENTIVOGLIO, Repubblica.it - 11.02.2006

martedì, giugno 21, 2011

L'idea liberale


''Riscoprire Panfilo Gentile''
Ci sono libri che lasciano un segno incancellabile nella memoria e nella personalità di ciascuno di noi.
Finora mi era capitato con qualche autore di romanzi o racconti particolarmente significativi perché contenenti l’impronta di una civiltà incancellabile.
Penso ad esempio a ‘Memorie di Adriano’ di M. Yourcenar di cui sono sempre innamorato come il primo giorno del nostro incontro.
Ma devo riconoscere che lo stesso risultato è stato raggiunto dal saggio unico, inimitabile, carico d’oro ed argento, benché composto di sole cento pagine, di Panfilo Gentile.
Benché scritto negli anni cinquanta, ripubblicato nel 2002 dalla Fondazione Einaudi, per i tipi della Casa Editrice Rubattino, risplende come un diamante ben lavorato e di preziosissima fattura, destinato ad illuminare la mente senza soluzione di continuità.
Pensereste che le lezioni di Kant o di Nietzsche o di Einaudi siano destinate a scomparire? Certamente no.
E così è pure per ‘L’Idea Liberale’del nostro autore aquilano per nascita e romano d’adozione.
C’è una lunga ed articolata storia con le tesi di questo chiarissimo ed illustre, poliedrico e geniale Professore di Filosofia del Diritto, avvocato senza retorica, scrittore brillante, ricercatore serio e profondo, indagatore di vari campi dello scibile, attento osservatore del fenomeno religioso e della dottrina cristiana da un punto di vista rigorosamente laico, nonché politologo e scienziato della politica, come testimonia la storia della sua elevata opposizione al regime dei partiti, che tuttora ci affligge e deprime, nel nome del più puroliberalismo.
Il suo j’accuse contro la partitocrazia, ed il sistema di corruzione da essa derivante, per il nostro sistema politico e giuridico.
Nacque negli anni sessanta con un libro esplosivo quanto veritiero, implacabile testimonianza della pseudo-democrazia, instauratasi nel nostro paese con la nascita delle istituzioni repubblicane, nonostante gli sforzi generosi di alcuni padri costituenti, studiosi ed intellettuali di vaglia a cominciare da Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, fino ad Ernesto Rossi e Filippo Burzio: ‘Democrazie mafiose’ è uno studio organico e rigoroso dei vizi mortali, che affliggono il nostro paese, dal parlamentarismo, all’instabilità dell’esecutivo, il dominio delle peggiori oligarchie (o caste), gl’intrecci perversi tra politica e affari, clientelismo, nepotismo e delinquenza organizzata.


Quanti luoghi comuni sul liberalismo

Panfilo Gentile riesce a diradare le nebbie e le fumosità attorno ad un termine, liberale, che è diventato abusato ed anche per questo è spesso frainteso od utilizzato strumentalmente.
Chi rifiuta un nobile blasone? Nessuno o quasi.
Attività liberali erano quelle legate alla civiltà rinascimentale ed all’umanesimo che a suavolta traeva fonte vitale dal patrimonio classico della civiltà greco-romana. Attribuito a personaggi eminenti della storia, qualificava la loro grandezza morale, la generosità, la magnificenza, il mecenatismo, ogni nobile qualità dell’animo e della visione del mondo.
Ma la sua nascita filosofica si lega inevitabilmente alla Restaurazione e, sorprendentemente, viene dopo il democraticismo, figlio del giacobinismo, di cui costituirà un salutare correttivo.
E’ questa una distinzione importante. il governo del popolo tout court può dar luogo a pericolose deviazioni fino alla demagogia e alla dittatura della maggioranza, che conculca ed annulla i diritti delle minoranze.
La democrazia liberale ha invece al suo centro la persona umana e l’individuo ed è contrassegnata dal limite posto al potere dello Stato posto dallo Stato medesimo, nel nome della centralità del singolo non della massa.
Nessuno potrà negare la saggezza di chi intravede nel trionfo del demos un dato negativo: esso rappresenta un demone che soffoca non solo l’individuo, ma le comunità intermedie, le voci della società reale, tutto ciò che nasce per spontanea aggregazione al di fuori dello Stato e magari in contraddittorio con lo stesso, per affermare i princìpi di superiorità del diritto naturale.
Sa queste premesse, si dipana la differenza teorica e pratica tra la democrazia e il liberalismo.
Scrive Gentile che gli inconvenienti dei moderni regimi democratici possono essere così riassunti: suggestioni irrazionali delle masse; esclusione di tutte quelle élites che sono sprovviste dei  requisiti necessari (correntemente negativi) per inserirsi nella gara per il potere; mediocrità delle élites politicamente efficienti; precarietà dei governi.
I tratti caratteristici della ‘liberal-democrazia’ consistono quindi essenzialmente: in una concezione che considera la democrazia incarnata in determinate oligarchie temperate (posto che la dottrina democratica non è fondata in ragione né storicamente mai attuabile ); che considera i gruppi dirigenti, o aspiranti a divenire tali,  coloro hanno accettato la rinunzia alla violenza per raggiungere il potere o per restarvi; il liberalismo è democratico non per devozione a princìpi astratti, ma per considerazioni concrete, perché quelle oligarchie chiamate democrazia, nelle condizioni date, sono quanto di meglio  sia storicamente ottenibile; riconoscendo i difetti degli istituti vigenti, sotto il nome della democrazia, ne cerca anche i correttivi:il liberalismo insomma è il miglior modo di essere democratico, in quanto contribuisce a salvare e conservare le democrazie dal pericolo della democrazia metafisica; è l’opposto del giacobinismo e del radicalismo.


Gentile si ricollega alla scuola elitaria dei Mosca e dei Pareto e quindi non può apprezzare le selezioni al contrario effettuate nei regimi democratici che aprono le porte alla massificazione analogamente alle dittature totalitarie, dove tutto viene livellato verso il basso e la sorte peggiore è riservata proprio alla classe operaia.
03-liberta1Uno studioso, che è passato dall’accettazione delle teorie socialiste al liberalismo, sa bene quali sono le vere differenze col marxismo e la sua evoluzione: fondamentalmente è ilgrande capitale, che snatura il lavoro dell’operaio, riducendolo ad un robot: le grandi concentrazioni e le grandi fabbriche non assicurano né la concorrenza, né la libertà d’impresa ed assomigliano più ad un totalitarismo che ad una libera e partecipata democrazia, che s’impernia sulla limitazione del potere e sul rispetto della persona umana.
Vi meraviglia questa tesi?
Certo, la vulgata anti-liberale non va tanto per i sottile. Nel migliore dei casi tende a vedere due facce della stessa medaglia il grande capitale (magari finanziario), il fordismoe lo stato totalitario inaugurato nel novecento.
Ma, spiega Gentile, che la vera natura del libersimo consiste invece nel mercato privo di condizionamenti, con regole del gioco rispettate da tutti, prevalentemente orientato, a meno che non si tratti di grandi ( e pochi) gruppi strategici per l’economia di un paese, verso la piccola e media impresa, alla quale non nega la possibilità di ammettere forme di partecipazione operaia alla gestione, con il risultato di promuovere non irreggimentazioni dei lavoratori, confiscando il tempo libero e la spiritualità, a tutto danno dell’anima del singolo individuo.
Al contrario, la civiltà liberale privilegia l’individuo e la sua maturazione culturale, l’arricchimento della personalità, garantendo a tutti la parità delle opportunità, condizioni di eguaglianza, promozione del merito, rimuovendo gli ostacoli alla crescita sociale.
Insomma, la vera rivoluzione operaia, nell’ottica del filosofo aquilano, è proprio larivoluzione liberale.
C’è da rimanere conquistati dall’esposizione di questa dottrina, la quale, dopo l’eliminazione di scorie ideologiche apparentemente indistruttibili, si lega, facendo tabula rasa delle superstizioni del novecento, alle nuove frontiere esplorate da altri autori di rango come Ropke o Popper o Hayek, senza trascurare il substrato religioso cristiano, caratteristico del mondo occidentale ed una tradizione europea impregnata di classicismo greco-romano, tanto da auspicare una rinnovata attenzione per i valori aristocratici, nel senso più autentico del termine (un’educazione volta alla salvaguardia della nobilitas naturalis, non a quella del censo o del sangue, come accennò in un altro contesto lo stessoT. Jefferson, desideroso di creare classi dirigenti esemplari per la comunità ed il paese.
Riscoprire Panfilo Gentile per i giorni nostri mi pare un’urgente indefettibile necessità, una grande risorsa per le nuove generazioni.

lunedì, giugno 20, 2011

' ROSA SHOCKING '


Un'isola è stataSpiaggiaRosaGra.jpg violata! titolano i giornali ed i telegiornali alla notizia che una troupe britannica, scesa da un panfilo al largo di Budelli nell'Arcipelago della Maddalena, ha potuto filmare uno spot pubblicitario su poltrone e divani: certo una bella immagine quella di un salotto immerso nel verde della macchia mediterranea tra un mare limpido color smeraldo e il cielo azzurro trasparente poggiato sulla sabbia finissima color rosa. 

Shock.


Pare che ci fosse un guardiano, il quale, inutilmento, ha tentato di opporsi al dispiegamento del set su una dellemeraviglie del globo, ma ha dovuto soccombere di fronte ad operai, tecnici e regista, che con determinazione assoluta ed assoluta indifferenza, per i divieti stabiliti in un provvedimento dell'Ente Parco, hanno potuto tranquillamente fare i propri comodi.

D'altra parte che cosa può significare una sanzione di 50 euro per chi macina milioni di euro di pubblicità?

Ma come, si dirà, è così facile accedere ad un paradiso proibito, senza che nessuno ti fermi prima di approdarvi? Sì, è possibile.

Di che cosa dispone un 'guardiano del parco' per impedire sbarchi inappropriati ed insultanti per l'ordine costituito?

Forse non ha neppure un vhf o un megafono, né una linea diretta con la Capitaneria o con gli Uffici del Parco.

Chi lo vede, lo scambia per un naufrago senza venerdì e lo ignora bellamente,  a meno che non decida di prenderlo a botte, per il tentativo d' intralciare il libero commercio...

Budelli deve la sua dannazione ad un emblematico ed enigmatico film del 1964, del celebre Michelange Antonioni, all'epoca sentimentalmente legato all'affascinante Monica Vitti. Il tema era quello, al tempo assai di moda, dell'alienazione, derivante, non tanto dalla teoria marxianadella critica al capitalismo o alla permanenza degli ultimi matti in manicomio, prima della loro liberazione a cura dipsichiatria democratica, quanto dall'incomunicabilità della società moderna.

Chiunque, ancora da sempliciotto,  amasse l'isola, vi poneva piede con delicatezza e rispetto. Non pensava agl' intellettuali e ai registi della 'nouvelle vague', ma rimaneva certamente incantato dai bianchissimi gigli di mare, dalla particolare composizione della sabbia, frutto di una felice combiinazione, in fondali ancora intatti, di granelli di rena e poseidonia, sullo sfondo di una sorta di sottile barriera corallina.

Era il regno dei subacquei, dei sub-archeologi, degli appassionati di riprese cinematografiche marine, come il grande Folco Quilici. Vi facevano soste quiete, nel rispetto religioso della natura, i panfili di veri vip, come Cesare Merzagora o Virna Lisi o lo stesso Aga Kan Karim.

Le riprese di 'Deserto Rosso' , il lungometraggio del cineasta ferarrese, portava alla ribalta nel mondo, le stupende immagini dell'elegante nuotata, nelle acque antistanti Budelli, di una tenera, graziossima, silfide isolana, l'indimenticabile Emanuela Pala Carboni, immortalata, in un servizio straordinario, sulle pagine della 'Nuova', dal principe dei cronisti maddalenini, Mario D'Oriano.

Dopo il successo cinematografico, finiva l'era dei pochi intimi, e a frequentare il sito, con il progredire della nautica da diporto e degli zoticoni con patente, furono i soliti barbari, i quali non trovavano di meglio che saccheggiare la spiaggia per portarsi dietro contenitori, piccoli e grandi, di sabbia rosa.

La creazione del 'Parco Nazionale dell'Arcipelago' fu la sola contro-misura possibile contro il vandalismo e la bulimia consumistica del paesaggio.
Ma evidentemente non basta.

Ancora non c'è 'un piano generale', che regolamenti, in dettaglio e razionalmente, fra l'altro l' afflusso di barche e turisti, benché alcuni importanti divieti siano operanti.

Non c'è soprattutto ''l'Autorità'', come il blitz dei cineoperatori inglesi ha dimostrato.

Perché non imporre sanzioni più severe e, prima ancora, perché non possibile controllare navi ed imbarcazioni da diporto in arrivo nel Parco?

La Guardia Costiera monitorizza la navigazione nelle Bocche di Bonifacio, contro gl'inquinamenti da petroliere,  ma non è ancora possibile imporre a chiunque acceda alle acque del circondario di fornire, via radio, i propri dati identificativi, l'itinerario, il periodo di permanenza, per ottenere l'autorizzazione a procedere, ad ormeggiarsi od ancorarsi nei punti prestabiliti.

E poi ci meravigliamo che arrivino i pirati? 

domenica, maggio 22, 2011

Moretti

Non condivido le valutazioni di Moretti: sono, come sempre, inficiate dall'ideologia e perseguono tesi tendenziose, banalizzando le posizioni della chiesa (composta anche da uomini fragili ed imperfetti come avviene in tutte le comunità) e seguendo luoghi comuni consolidati, viene fuori un feuilletton, privo di significati pregnanti. 

La psicanalisi poi è sempre un comodo stratagemma, per contrabbandare come scientifici argomenti superficiali. 

Insomma, dai suoi ultimi film, si trae la conferma del predominio costante del famoso culturame, una macchina propagandistica al servizio della menzogna e dell'ignoranza (con l'uso disinvolto delle teorie psicanalitiche, tratte da riviste di gossip).

Mangi cioccolata e nutella e faccia girotondi: sono le cose migliori che ha saputo fare in tempi recenti. 


Il cinema quello vero, alla Bergman o alla Allen, per non parlare di Fellini, Germi o Antonioni, non è pane per suoi denti, come del resto, il ricorso strumentale a psicologi- psicolabili...per far ridere un pubblico di bocca buona, dai gusti d'avanspettacolo.

martedì, maggio 03, 2011

Il Leviatano




Giampiero Mughini sostiene che la nostra Repubblica è fondata sulle tasse.

E' del  tutto vero. 

E quando le tasse aumentano, aumenta la schiavitù di un popolo, come sosteneva Von Hayek. 

Quindi, la nostra Repubblica rischia di diventare la tomba delle libertà. 

A che servono le tasse che paghiamo, con aliquote spropositate per qualsiasi comunità civile e la moltiplicazione di balzelli ad opera degli enti più impensati? 

A mantenere i privilegi dei Faraoni.

Nella mia città si pagano, in aggiunta a quelle dello stato, tasse per i passi carrabili, per l'ingresso a casa propria, per la sistemazione e risistemazione dei numeri civici, per l'acqua potabile non potabile, per gli allacci  ai servizi comuni, che moltiplicano i cosiddetti oneri di urbanizzazione, per la targa professionale, per la tarsu raddoppiata, se, all'interno dell'abitazione, c'è uno studio che non produce rifiuti, etc.

Eppure ci sono società che versano un'aliquota del 13%, 14%, in confronto ai livelli dei comuni mortali, ormai attestatisi sul 60, 70% del reddito.

Chi sopravviverà?

Il Leviatano.