giovedì, febbraio 17, 2011

Libri raccomandati: 'La ribellione delle masse' di J. Ortega Y Gasset



‎"C'è un fatto che, bene o male che sia, è decisivo nella vita pubblica europea dell'ora presente.

Questo fatto è l'avvento delle masse al pieno potere sociale. E poiché le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, né tanto meno governare la società, questo significa che l'Europa soffre attualmente la più grave crisi che popoli, nazioni, culture possano patire.

Questa crisi si è verificata più d'una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome.

Si chiama la ribellione delle masse." Ha da poco compiuto settant'anni il libro più noto di Ortega y Gasset, "La ribellione delle masse", un titolo che ha lasciato lunga traccia di sé nella memoria del secolo appena concluso.


mercoledì, febbraio 16, 2011

Eppur si muove...


L'impressione, che si ricava al termine della convention di 'Futuro e libertà' a Milano, è quella di un movimento politicamente teso ad innovare la società e le istituzioni.

Il richiamo alle riforme per allineare l'Italia all'Europa all'interno di una comune vocazione liberale e popolare con il cosiddetto polo della nazione, che dialoghi con Bossi e Bersani e Di Pietro per cambiare l'assetto del senato, facendone una camera delle regioni, nell'ambito della riforma federalista in discussione e conseguentemente la legge elettorale per la formazione di una nuova repubblica; l'attenzione ai giovani e alla società civile, cui proporre modelli di etica civile, non basati sul mito del denaro e delle scorciatoie facili per arrivare al successo; un'organizzazione legata alla forma del 'partito-non partito', nella quale abbiano sempre più spazio, non gli uomini di apparato, ma i rappresentanti della società, delle associazioni di volontariato, di tutela dei consumatori e dei corpi intermedi non legati alla partitocrazia; l'apertura verso circoli e sodalizi culturali in grado di dialogare col mondo moderno e le sue problematiche, elaborando soluzioni nuove, al di là di vecchi schemi ideologici. 

Si tratta di elementi che, se rafforzati sul piano pragmatico ed organizzativo, possono rappresentare una novità di rilievo per quella grande fascia di scontenti della politica che non sanno come uscire dal guado delle caste e della democrazia mafiosa.

Folli e il centrodestra


Stefano Folli autorevole commentatore del ''Sole 24 ore'' , in un'intervista a 'Radio radicale' pone il dilemma per ''Futuro e libertà', che sintetizza in: o liberale o popolare. 
A leggere il testo completo però il suo argomentare non risulta per nulla convincente. Anzi.
Le osservazioni di Folli non mi paiono molto lucide ed attuali.
Dall’ex direttore della pur gloriosa ‘Voce Repubblicana’ci saremmo aspettati una valorizzazione dei temi laici e popolari, che hanno caratterizzato per molto tempo i mazziniani di varie generazioni, legati da un filo ideale all’eredità della destra storica risorgimentale, inglobata poi nel liberalismo.
Non si vede perché l’anima liberale non possa coniugarsi con quella popolare dei partiti moderati europei, laddove gli steccati con la stessa liberal-democrazia sono più simbolici che reali, in un’ Europa divenuta ormai fin troppo laicista.
Sembrano, quelle dell’esimio editorialista, distinzioni di lana caprina, datate e un po’ passatiste, con qualche intonazione azionista da secondo dopoguerra.

L’dea, non del terzo polo, ma del polo degli italiani o della nazione, reclama un amalgama fra i vari partiti e partitini, in nome di princìpi comuni: libertà, partecipazione della società civile alla gestione del potere pubblico, attenzione laica ai valori cristiani, contro lo strapotere dello stato, nel rispetto della persona e delle differenze culturali, lotta alla partitocrazia, alla schiavitù fiscale, ai monopoli economici, difesa dell’ambiente, e via dicendo:

sono tutti argomenti di comune condivisione ideale, all’interno del bipolarismo che regna nel vecchio continente e non si capisce perché liberale e popolare (non plebiscitario) debbano essere due termini, carichi di significati coesistenti, necessariamente in conflitto tra loro.

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http://www.libertiamo.it/2011/02/12/folli-%E2%80%98fli-decida-se-essere-un-partito-ppolare-o-un-partito-liberale/'

Donne in piazza

Donne in piazza? A volte serve manifestare, perché non basta prendere la metro, come scrive Mughini, per capire che esiste un'Italia  diversa e migliore da quella che traspare dalle cronache mondane e giudiziarie e da gossip che riempiono i mass-media. 


Si rischia di considerare la cosiddetta' maggioranza silenziosa' sempre pronta ad appoggiare silenziosamente i benpensanti parrucconi ed ipocriti, che più che al popolo pensano ai loro affari privati, una volta eletti in parlamento e nelle varie giunte locali per fare la rivoluzione liberale.Altro che anti-puritanesimo. Qui siamo all'oscenità elevata a sistema.


E' necessario quindi, che oggi, mentre il governo cerca puntelli, a destra e a manca, per proteggere il capo del capo, dalla spada di Damocle dei processi, che il ceto medio e piccolo borghese, insieme con le classi più deboli e diseredate, ' massacrati', in nome della crisi globale e della stagnazione economica, con aumenti vergognosi di tasse e balzelli criminali, al solo scopo di foraggiare partiti e partitini, carrozzoni piccoli e grandi, società partecipate dai politicanti, enti inutili e la celebre maggioranza silenziosa sia partecipe anche della protesta contro il malcostume e l'idea sciagurata secondo cui, per avere un po' di spazio nel mondo del lavoro, la strada obbligata sia quella della mercificazione e della rassegnazione alle prepotenze dei 'lorsignori'.


Non furono le donne cilene a decretare la fine di un regime, battendo, per le strade, pentole e coperchi?


http://notizie.tiscali.it/articoli/collaboratori/giampieromughini/11/02/donne-in-piazza-dignita.html

martedì, febbraio 15, 2011

Il rimpasto

Questa storia del rimpasto ci riporta indietro nel tempo, alla prima repubblica ed ai governi di coalizione, per i quali era necessario, di tanto in tanto, distribuire incarichi nuovi e prebende inedite per accontentare i botoli indisciplinati.


Oggi come allora s’inventano nuovi posti di governo o sottogoverno senza grande fantasia, neppure aggiornando linguaggio e terminologia.


In questa legislatura c’è stato l’ingresso della Santanchè, che non si sa bene di che cosa si occupi; probabilmente ora è la volta di esponenti dei ‘responsabili’, e del gruppo di Storace, che finalmente vede legittimata ‘La destra’ al governo.


Nessuno pare ricordare i dissidi tra parlamentari interni alla maggioranza. Vanno tutti d’amore e d’accordo?
C’è da dubitarne.


Intanto una cosa è certa: la visione liberale pare allontanarsi sempre di più.
Fu Bondi a prendere l’iniziativa per dire, da buon ex comunista, all’indomani del voto di fiducia, che il pdl assomiglia più ad una formazione laburista che moderata e che le riforme annunciate e realizzate, ed i programmi vanno nella direzione del welfarestatalista, secondo la migliore tradizione del socialismo d’antan(quello craxiano).


E allora è probabile che, con l’apporto storaciano (o staraciano), e col permesso della lega, da liberale, la rivoluzione possa diventare nazional-socialista.


Insomma una bella pastetta. Tanto per cambiare.

lunedì, gennaio 31, 2011

Baffino non ha torto


Massimo D'alema rimane uno dei politici di riferimento della sinistra italiana.

La sua personalità non risulta appannata, nonostante i rovesci della sua fortuna politica.

La sua figura insieme con quella di Fini, rappresenta l'unico nuovo possibile, in questo panorama di cariatidi della partitocrazia ed in questo cimitero d'elefanti del parlamento nazionale.

Vi chiederete che c'entra D'Alema con il centro-destra. Eppure gli agganci non mancano.

Ricordo un recente articolo di Franco Cardini, molto polemico nei confronti del presidente della camera, che mi lasciò esterrefatto, considerata anche la mia non consentanea visione di un cattolicesimo guelfo ed ammiccante al socialismo europeo dell' illustre medievista ed impareggiabile saggista-romanziere di pura toscanaccia razza.

Il suo attacco al leader di 'Futuro e Libertà' era dettato da motivazioni nobili ed azzardate.

Detta in soldoni la tesi dell'insigne storico ricalcava la tesi della 'grande coalizione' atta ad abbattere il berlusconismo e tutti i guai di cui era stato ed è portatore e, per questo scopo, in sintonia magari col manifesto d'ottobre, era necessario considerare un'alleanza tattica (e fors'anche strategica ) con la sinistra italiana e, segnatamente, con il Partito Democratico, per superare le contraddizioni di un governo fatto ad immagine e somiglianza di un'azienda, che nulla ha da spartire con il paese reale.

Ora, in altro modo, sullo stesso tema, sostanzialmente, torna 'Baffino' con la sua proposta di un'alleanza costituente, per uscire dalla palude in cui i berluscones hanno portato l'Italia, rendendola ridicola agli occhi dell'Europa e del mondo, in un momento in cui, l'assetto della nazione dovrebbe trarre maggior vigore è volontà di rinascita, forte determinazione a rappresentare un soggetto politico protagonista nella crisi continentale e mediterranea.

Vorrà il rassemblement liberal- cattolico- popolare del nuovo polo raccogliere l'invito di D'Alema e della sinistra democratica?

Qualche segno d'attenzione si coglie, interpretando la contingenza attuale come foriera di nuove catastrofi e quindi di una nuova emergenza.

Chi non ha interessi di poltrona forse vorrà badare ai cittadini e alla gente comune, come amava ripetere la buon'anima di Francesco Cossiga.

E probabilmente varrebbe la pena di riflettere sull'urgenza delle riforme e di una transizione, attenta al bene della comunità, verso nuove elezioni ed una nuova stagione politica, che spazzi via i veleni e i disastri di questa seconda cosiddetta repubblica.

giovedì, novembre 04, 2010

Matrix e Sansonetti

' Il saggio Sansonetti'

Matrix ha celebrato ieri la presunta assoluzione del premier per Ruby, dopo le dichiarazioni del Procuratore capo di Milano (relative peraltro alla sola procedura seguita dalla Questura in materia di affido).

La parte più penosa della trasmissione è stata la sceneggiata della Santanché, con le sue labbra tremolanti inneggianti alla bontà ineguagliabile del presidente del consiglio e i ragionamenti a pera del maestrino Sgarbi, che continuava a distinguere la virilità autentica di SB, con le sue molte donne di passaggio nella sue varie residenze, in rapporto alla sudditanza psicologica di Fini dalla onnipresente ed onnipotente suocera, implacabile divoratrice di chissà quali favori.

L'unico in grado di ragionare è sembrato il giornalista Sansonetti, che con tono pacatissimo ha potuto dire la verità sulla mercificazione e lo sciacallaggio esercitati da alcuni giornali,sia a destra che a sinistra, in barba alla deontologia professionale e all'etica di un tempo e, soprattutto, alla libertà ed obiettività dell'informazione.

Se parole equilibrate possono pronunziarsi oggi solo da chi proviene dalla sinistra antagonista, vuol dire che questo paese è proprio alla frutta.

vinci

mercoledì, novembre 03, 2010

Tea Party Milano intervento del Prof. Antonio Martino


In molti abbiamo sperato che il Professore facesse un passo avanti (proprio sulla scorta di quanto accadde con la marcia di Torino, nella quale fu protagonista con Ricossa e Marongiu della riscossa dei moderati), in direzione dei ‘riformatori liberali’, per rappresentare quella inversione di rotta del pdl, accartocciato ormai su posizioni perfidamente partitocratiche, quell’alternativa capace di realizzare la rivoluzione liberale, facendosi designare Ministro dell’economia.

Purtroppo non è nell’indole dell’uomo compiere strappi ed abbandonare il partito che lo ha eletto, né brigare, o semplicemente presentare la propria candidatura per il dicastero che più gli si attaglia.


Egli rimane (e rimarrà) un illustre professore,capace di lezioni esemplari, ma non di protagonismo politico,seppure nell’interesse del suo paese, che ama profondamente e lealmente- come ha dimostrato nel periodo un cui resse, con alto senso di dignità responsabilità e competenza il Ministero della difesa.

Purtroppo dobbiamo rassegnarci.Joint press conference following the informal meeting of NATO De





domenica, ottobre 31, 2010

”Liberal chic, liberal snob”



Negli ultimi tempi si moltiplicano le censure nei confronti di chi, a torto o a ragione, è considerato fuori dal club degli snob o chic con docg di appartenenza liberale.

Può sembrare un paradosso eppure non esistono solo i radical chic: nel nostro paese, spuntano come funghi i liberal chic, che si ritengono depositari di una verità molto difficile da dimostrare, sia sul piano ideologico che su quello culturale.

L’ultimo intervento dogmatico l’ho letto su ‘l’Occidentale’, a proposito del ‘Manifesto d’ottobre’ di ‘Fare futuro’, che ha raccolto consensi trasversali e pertanto è stato classificato come prodotto di ex fascisti ed ex comunisti.

Sono andato a leggerlo questo manifesto e vi ho trovato, oltre a pertinenti considerazioni sulla fine degli ismi, anche commendevoli citazioni della Arendt e di Einaudi ed un discorsivo programma al servizio della libertà, intesa nel senso più ampio e moderno (vale a dire con occhi aperti alla realtà contemporanea, ai problemi derivanti dalla industrializzazione e l’economia globalizzata, le prospettive dei giovani e la necessità di una più vasta partecipazione nelle istituzioni di strati della società civile finora non rappresentati.

Qualunque mente, non condizionata da pregiudizi e tabù classisti, avrebbe colto segnali interessanti e stimolanti riflessioni
contro i luoghi comuni e le banalità della partitocrazia, che affligge il paese con le caste e le corporazioni, che l’affliggono da circa un cinquantennio.

E quindi un fertile terreno di dibattito e nuove idee, che da un lato ci riportano all’Europa comunitaria e dall’altra alla necessità di una ‘rivoluzione liberale’ per uscire dalla palude attuale.

Evidentemente i sassi nello stagno danno fastidio ai comodi guardiani dell’esistente e delle rendite di posizione legate a sorpassare etichette.

Ortega y Gasset avevaa bollato, già nel secolo scorso, come semi-paralisi mentali le obsolete distinzioni tra destra e sinistra, Von Hayek aveva avvertito che nessuno ha diritto di auto-proclamarsi liberale a dispetto di altri, e il buon Sergio Ricossa, rifuggendo da superficiali e presuntuose definizioni, per distinguersi dai conformisti chic e snob, preferì proclamarsi un libertario.

‘Liberale’ è per noi una categoria dell’animo: ecco perché non crediamo ai guru dispensatori di dottrina e di titoli tanto formali quanto fasulli.

lunedì, luglio 19, 2010

UNA CERTA IDEA DELL' ITALIA




Il capo del governo si sente solo e lamenta che ognuno pensa per sé: perché non ascolta le parole di Paolo Borsellino, allorché, in una delle ultime sue conferenze, collega la crisi del paese e della giustizia alla partitocrazia, che imperversa dal centro alla periferia, per alimentare soprattutto egoismi e corruttele?

Perché non fa della figura di questo umile (ed ingenuo) servitore dello stato, assassinato in circostanze oscure, dopo essere stato abbandonato dalle istituzioni, il simbolo della rifondazione dell'area moderata, sui principi di libertà e di legalità?

Perché non s'impegna a combattere tutte le mafie compresa quella politica (che si alimenta di caste e clientele, nepotismi, intrecci miserabili tra economia e partiti, affari poco trasparenti), ristabilendo un legame forte con la società civile e le persone per bene, amanti del proprio paese (senza distinzioni tra nord e sud), desiderose di vedere realizzata una democrazia sostanziale, autentica e compiuta?

Perché, anziché parlare al suo movimento, inquinato da compromessi ogni giorno più gravi, che favoriscono mestatori e politicanti da strapazzo, non prospetta a tutto il paese un programma serio e realistico, per la riforma dell'ordinamento ed il superamento effettivo dei guasti della prima repubblica?

Perché non torna ad essere il leader del paese reale, liberando i cittadini dal peso della burocrazia e delle corporazioni, dalla schiavitù del fisco, dai profittatori del potere?

Perché non realizzare una 'certa idea dell'Italia', che non è solo quella di Paolo, ma della maggioranza degli italiani?

giovedì, maggio 27, 2010

Danilo Barsanti e il diario del conte Alamanno Agostini

In Prigione, il diario del conte Alamanno Agostini detenuto politico a Forte Stella nel 1833. Danilo Barsanti, Edizioni Polistampa, Firenze, 2010

Il libro di Danilo Barsanti sarà presentato all'Ussero il 4 giugno (ore 18:00) dal dott. Maurizio Tortorella (vicedirettore di Panorama), dal prof. Filippo Danovi (professore ordinario di Diritto processuale civile all'Università di Milano-Bicocca) e dall'avv. Lorenzo Gremigni Francini (presidente del Crocchio Goliardi Spensierati). Seguirà un drink.

Il Diario di Alamanno Agostini racconta 100 giorni di carcere di un nobile pisano sospettato di aver collaborato alla preparazione di un moto mazziniano nella Toscana del 1833.

Alamanno Agostini, è un proprietario fondiario colto ed illuminato, nonché, secondo la polizia granducale, uno dei capi riconosciuti del liberalismo pisano. La sera del 4 settembre 1833 viene arrestato a Firenze come misura preventiva e successivamente incarcerato a Portoferraio senza prove né processo, al fine di acquisire una confessione attraverso interrogatori in carcere, fidando nell'isolamento psicologico e nella disperazione del detenuto.

Si tratta di un documento importante per capire il pensiero di un liberale toscano che ha fiducia nella giustizia nonostante i duri metodi di custodia preventiva applicati dai magistrati granducali, permettendo inoltre di comprendere le condizioni di vita nelle prigioni toscane.


Danilo Barsanti è docente di Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Nei suoi numerosi studi si è interessato delle trasformazioni del territorio, delle istituzioni politiche, dei ceti dirigenti e dell’università nella Toscana dei secoli XVI-XIX

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giovedì, marzo 18, 2010

Il ducismo


Se qualcuno pensasse che il fenomeno del ducismo sia stato circoscritto al fascismo ed abbia ormai esaurito la sua storica esistenza, dovrebbe sensatamente ricredersi.

La frase coniata da Longanesi, probabilmente con sottile senso dell'ironia, ''Mussolini ha sempre ragione'', riveduta ed aggiornata, accompagna in realtà tutto il nostro cammino di nazione in bilico perenne tra populismo e anarchismo, familismo e provincialismo, qualunquismo e statalismo, sempre in cerca di uno stellone accompagnato da un uomo del destino, che si prenda la briga di tutelarci, risolvendo i problemi della nostra quotidianità, ma lasciandoci liberi di compiere piccole e grandi malefatte. Il ducismo e il culto della personalità del capo sono nel Dna dell'homo italicus.

Basti pensare al 'Principe' ispirato da Cesare Borgia per considerare seriamente l'ipotesi di un sottile filo rosso, teso a individuare di volta in volta e non sempre con scelta felice, il buon padre della patria da innalzare sul trono ed osannare, servire conformisticamente ed abbattere quando non è più in buona salute o è colpito dai rovesci della fortuna.

Nel periodo della monarchia risorgimentale, non c'erano molti sforzi da fare, bastava il re accompagnato da qualche buon cancelliere.

Durante il ventennio, applaudire il condottiero inviato dalla provvidenza fu uno sport condiviso e diffuso da quasi tutta la popolazione.

Nel secondo dopoguerra, fu la volta di personaggi allevati all'ombra della Chiesa, dal piglio meno virile, ma pur sempre dai modi accattivanti e pii a riscuotere successi elettorali abbastanza duraturi.
Pensiamo a Degasperi prima e Andreotti dopo, considerati per decenni i salvatori dell'Italia e della democrazia.

Esauritosi un ciclo piuttosto critico con la stagione del compromesso storico e del caf, che vide affiorare il social fascista Craxi, il decisionista ritrovato, dopo diversi anni di molle tran-tran parlamentarista, ecco apparire, sulle macerie della prima repubblica, l'uomo nuovo dell'economia imprenditoriale, nato fuori dalle segreterie dei partiti, animato dall'idea un po' balzana di dare nuovo impulso alla politica con la sua discesa in campo contro i professionisti della politica, proprio nel momento in cui la società caracollava verso il vuoto di potere o era prossima alla conquista del governo da parte della sinistra.

Il grande Silvio divenne l'eroe dei moderati e della maggioranza silenziosa, il suo successo ricordava per qualche aspetto quello di Guglielmo Giannini, il fondatore dell'Uomo Qualunque, e Forza Italia appariva alla gente comune un movimento lontano dalla partitocrazia, dal gioco delle clientele, dal deteriore parlamentarismo, aperto alla società civile e destinato a compiere finalmente la rivoluzione liberale. Un rinnovamento sempre auspicato e mai realizzato per ammodernare il paese, sburocratizzarlo, renderlo degno della sua grande storia di civiltà e per promuovere i ceti produttivi contro il parassitismo pubblico, coltivato dai partiti dopo lo spodestamento dello stato.
Nei confronti del nuovo leader capace finalmente di parlare ai cittadini, fuori del politichese, com'era da aspettarsi ci furono acclamazioni e lodi, fiducia esaltante, consenso altissimo e infine anche una buona dose... d'idolatria, nella convinzione di aver ritrovato un nuovo duce, democratico e liberale, ma sempre duce.

Se fate caso al clima arroventato, quasi da guerra civile, nel quale l'odio degli avversari si riversa senza misura verso Berlusconi, i Berluscones ed il Berlusconismo, e al modo in cui i sostenitori del premier reagiscono, soprattutto nella difesa della persona e di ogni scelta, anche non felice, fatta dal capo, vi accorgerete che viviamo ancora nel tempo che privilegia il culto della personalità, rispetto ai programmi e alle idee.

La maggioranza pare reggersi soltanto sulle vittorie elettorali del Presidente del Consiglio, sulla sua capacità di tenere unito quello che ormai è divenuto un partito come gli altri e di liberarsi dalle insidie di amici e avversari interni, di difendersi dai colpi della magistratura e dagli attacchi velenosi dell'opposizione e dai media che la sostengono, spesso senza rispetto delle regole democratiche e dei principi di tolleranza.

Il ducismo salverà il paese dalle mille contraddizioni che lo attanagliano, dall'assalto alla diligenza delle corporazioni, dalla resistenza delle vecchie nomenklature, dall'urgenza di riforme che realizzino finalmente uno stato di diritto, l' effettiva divisione dei poteri, l'efficienza della magistratura e la sua spoliticizzazione, le liberalizzazioni, la meritocrazia e l'abbattimento delle sovrastrutture burocratiche e fiscali, il voto di scambio, la restaurazione dello spirito comunitario ed il valore indiscutibile dell'individuo-persona?

Il punto è qui.

Non è il caso di moderare il tifo, di allontanare gli yes man, e di pensare seriamente al futuro, con il rafforzamento delle caratteristiche e delle finalità del partito leggero delle origini, senza cedimenti alla lotta del potere per il potere, all'allocazione di posti per nepotes, vassalli valvassini e valvassori, di cui la prima vittima sarebbe proprio il nostro tanto amato ed odiato caudillo?


lunedì, gennaio 25, 2010

Anno Zero ha raggiunto vette eccelse.


L'ultima trasmissione ha superato se stessa nella rassegna degli eccessi.

Santoro, con il grugno bagnato, assomigliava ad un cinghiale infuriato; Flores d'Arcais, con gli occhi spiritati, ad un rabbioso inquistore spagnolo; Marco Travaglio, con il naso sempre più lungo, a Mangiafuoco; Vauro, con le vignette svolazzanti, ad un palestinese kamikaze e Grillo ad un clochard che invocava un'altra bevuta all'osteria.

Uno spettacolo unico, rutilante, farsesco,ingiurioso e deprimente.

E se Bertolaso si sbagliasse?


In poche ore di visita ad Haiti, Il capo della protezione civile ha ricavato l'idea che gli americani fanno solo spettacolo ed hanno un esercito senza comando per far fronte al terremoto.Sostiene anzi che il comando non dovrebbe essere affidato ad un militare, impreparato a d'organizzare gli aiuti per l'emergenza, ma ad un manager come lui.

Temiamo che i successi e gli allori conseguiti abbiano alterato il giudizio di Guido Bertolaso.

Gli americani avranno molti difetti, ma in fatto di organizzazione, com'è s'è visto nella ricostruzione effettuata, dopo il crollo delle due torri, hanno dato buoni esempi di efficienza ed efficacia concrete e positive.

In una situazione catastrofica come quella haitiana, d'altra parte, solo l'intervento dell'esercito può garantire la normalizzazione e creare le basi per una rinascita della vita sociale.Certamente i risultati non possono essere immediati, nel caos generalizzato, con le bande di delinquenti che imperversano in tutta l'isola, gli sciacalli, i disperati che sfuggono ad ogni controllo.

Adelante con juicio.

Aspettiamo, prima di emettere sentenze, di vedere come gli eventi si svilupperanno nelle prossime settimane per avere un quadro chiaro. Nessuno ha doti profetiche al riguardo, neppure l'illustre sottosegretario di stato Bertolaso.

domenica, ottobre 18, 2009

Io quoto, tu quoti...



'Le distorsioni del linguaggio'
Dire '
Io mi quoto' andava di moda qualche anno fa ed indicava la spontanea, o quasi, autotassazione a favore di qualche persona od ente da finanziare, in mancanza di sovvenzioni pubbliche.
Recentemente, si parla spesso di quote 'condominiali' che l'amministratore è obbligato a recuperare per la gestione dei servizi comuni immobiliari e che, secondo un progetto di legge, dovrebbe garantire, in futuro, con esborsi personali, in assenza di un'azione esecutiva nei confronti dei soggetti morosi.
Non è neanche da molto tempo, che si parla di quote 'rose', che vanno ad aggiungersi alle locuzioni 'in alta quota' o 'bassa quota', collegate ai voli aerei o alle scalate di montagne.
Quello che risulta però del tutto inusitato alle mie orecchie è il verbo 'quotare' nell'uso disinvolto e moderno, che moltissimi tra noi usano come un segno di distinzione dalla massa d'incolti o di analfabeti o semianalfabeti, di andata e di ritorno, a voler significare che si preferisce una opinione o una posizione o un'iniziativa di qualcuno o di qualcuna particolarmente autorevole e persuasivo.
Ero ben fermo fino a pochi mesi fa alle frasi canoniche : 'è una persona quotata, molto quotata, poco quotata', etc.
Ora, non si vedono che pronunciamenti, dichiarazioni, proclami e sentenze, che si sublimano nel fatidico' Ti quoto', ovvero, quoto Tizio, Caio, Sempronio, Filano,etc. lasciando tutti muti e rispettosi.
Dove mi quoti? verrebbe da chiedere all'entusiasta sostenitore. In borsa? Ma, io non sono una società, un'industria, una banca, un'assicurazione: sono un individuo(absit iniuria verbis!) come te. Che mi quoti a fare? Che ho fatto di male? Se insisti, potrei addirittura offendermi e mandarti a quel paese.

mercoledì, giugno 24, 2009

Disintossicazione



Dopo 'l'overdose' elettorale, confesso che sono stufo di slogan e gossip, di dichiarazioni fasulle e proclami da operetta: la politica è un male necessario e per fortuna non è tutto, sia nella vita privata sia nelle relazioni sociali; neppure si può pretendere che sia un fondamento della società civile, che magari in quest'italia ridotta a un colabrodo, non sarà un granché, ma è, comunque, sotto-rappresentata da partiti e partitanti al potere.

Credo sia utile una disintossicazione dai veleni della campagna elettorale, per riappropriarsi di se stessi e ricomporre la propria integrità psico-fisica, guardando oltre la politica ed i 'comitati d'interesse' che sono andati all'assalto di comuni e province nel nome del progresso e del cambiamento - termini che suonano innegabilmente falsi e che nascondono soltanto, nel migliore dei casi, la volontà d'incrementare una nuova professione senza qualità, quella del 'politicante'.

Ho notato che alcuni nuovi eletti presenti su Fb hanno creato nuovi movimenti e nuovi partiti e che cominciano a chiedere iscrizioni e contributi: mi sembra una pantomima già vista decine e decine di volte.

Molti pensano che la salvezza, per loro, verrà dal nuovo proliferare di combriccole, di destra, centro e sinistra. Una vera pena.

Nessuno è contento della situazione generale, né al governo né all'opposizione, ma tutti sono concordi nel dire che le province sono una 'cartina di tornasole' importante, come se non sapessere che si tratta di 'enti inutili' destinati a succhiare l'ultimo latte dell'ultima vacca da mungere.

Una politica seria le abolirebbe d'un colpo destinando i quattrini ad alleggerire il peso della crisi. Ma così non è.

Si continua a parlare di parlamento di' nominati' e non di eletti, dimenticando che l'art.49 della Costituzione reclamerebbe una regolamentazione degli 'enti di fatto', chiamati partiti, mentre nessuno di essi ha messo nel programma un impegno fondamentale per la vita democratica: chiarire obblighi e responsabilità, funzioni e limiti di organizzazioni, che hanno espropriato lo stato da decenni, lottizzando tutto quello che era possibile infeudare, per garantirsi un potere senza fine né controllo, con clientele e nepotismi e sistematici accordi spartitori tra i vari gruppi in gioco.

Non si parla del' voto di scambio' o delle 'scelte uninominali' imposte dalle segreterie dei partiti, prima dell'attuale legge elettorale, che rimane una porcata, ma che va bene a quasi tutti, dato l'esito del referendum.

Si può pensare che la nomenklatura, nella quale si contano per carità anche persone di ottimo livello, voglia autoriformarsi? Sarebbe ridicolo.

Ecco allora crescere l'astensionismo ed il disgusto, non solo per le intossicazioni della politica, ma per tutta la categoria dei politici.

Le cifre sono in pauroso aumento, ma 'lorsignori' fanno finta di non accorgersene...

E' gente che non vota perché o si rifà alla pre-politica o alla meta-politica o addirittura alla metafisica, ovvero ritiene che la cosiddetta 'classe dirigente' del governo e dell'opposizione sarà costretta a dare le dimissioni da se stessa, per autoconsunzione, non rappresentando più nulla e nessuno.

Nel frattempo è meglio occuparsi di altro, senza dare troppo peso alle sceneggiate di queste 'élites non élites'.

mercoledì, giugno 10, 2009

Gheddafi è un dittatore !


Gheddafi è un dittatore!, si urla dall'opposizione.


Nessuno se n'era mai accorto prima.Anzi egli godeva della simpatia e della solidarietà di tutti i progressisti nostrani, che lo hanno sempre considerato una vittima delle nefande imprese coloniali italiane dal 1911 in po, nonché dell'accurata e partecipe attenzione accurata di storici partigiani come Del Boca, che ogg finalmentei dichiara chiusa la partita dei debiti da risarcire, almeno sul piano economico, al Capo del Governo libico.


Gli accordi del Colonnello con la Fiat non destarono, al tempo in cui avvennero (c'era ancora l'Avvocato), grande scandalo: anzi si sottolineò il 'realismo negli affari' della casa torinese, la quale ne venne fuori a fatica, solo dopo alcuni anni.


Ora, se il realismo si applica al commercio o al capitale (soprattutto automobilistico) 'nulla quaestio', ma se lo si applica in politica, nell'interesse del paese ( leggasi traffico di clandestini verso l'Italia ed investimenti in Libia) non va più bene.


Certo, Gheddafi andrà a parlare in Parlamento, e trattandosi di visita di Stato, l'evento forse era inevitabile.


Ma se questo consentirà alle nostre imprese di lavorare in Libia e l'orrido commercio di schiavi potrà essere, anche grazie a questo tributo, limitato, in fondo, si sarà trattato di un sacrificio utile per tutti gl'italiani.Lasciamo poi che sia la storia a dire una parola definitiva, quando sarà il momento, sulla complessa natura dei rapporti tra le due nazioni.

domenica, maggio 31, 2009

L'usserino Giuseppe Giusti:celebrazioni del bicentenario della nascita.


In occasione delle celebrazioni nazionali del bicentenario della nascita dell'usserino Giuseppe Giusti (1809-1850) vi segnalo che l’Editore Felici ed il Direttore della collana "Collezione del Caffè dell’Ussero" Alessandro Panajia, hanno accolto nella Collezione, visto anche l’oblio con il quale le Istituzioni pisane hanno lasciato cadere l’occasione per rievocare il celebre poeta di Monsummano, la ristampa anastatica della godibile e pregevole Vita di Giuseppe Giusti scritta da lui medesimo, raccolta e compilata da Guido Biagi sull’epistolario del poeta e stampata da Felice Le Monnier in prima edizione nel 1898.


Le sale del Caffè furono frequentate dal Giusti più delle aule della vicina Università.


All’Ussero il poeta di Monsummano si accompagnava con i goliardi più spensierati, aprendo a tutti le braccia ed il cuore.


E tutti insieme giocavano, bevevano, canzonavano gli sgobboni, discutevano di politica ed uscivano, poi, a far la serenata alle belle, o a vociare, per le strade silenziose, i cori dei "tre colori".

La presentazione del volume sarà SABATO 6 GIUGNO alle ore 17:30 al Caffè dell'Ussero a Pisa.


Agostino Agostini Venerosi DellaSeta

martedì, maggio 05, 2009

I veleni della politica


I veleni della politica
"E le tre ragazze entrate effetti­vamente nelle liste delle candi­dature per le europee? :Lara Comi ha due lauree, ha coordi­nato i giovani del Pdl in Lom­bardia, è dirigente della Giochi Preziosi. Mai andata in tv. Licia Ronzulli è una manager della sanità di altissimo livello, è re­sponsabile delle professioni sa­nitarie e delle sale operatorie del Galeazzi; l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli la stima molto, va due volte l’an­no in Bangladesh. Barbara Ma­tera è laureata in scienze politi­che, me l’ha consigliata Gianni Letta, è la fidanzata del figlio di un prefetto suo amico. Ecco, ha fatto una parte in Carabinie­ri 7 su Canale 5, ma mai la veli­na. Insomma, mi creda, è una montatura. Parliamo di tre ra­gazze in gamba su settantadue candidati. E che male c’è se so­no anche carine? Non possia­mo candidare tutte Rosy Bin­di... "

L'intervista sul 'Corriere' di oggi al presidente del consiglio approfondisce altri temi di natura semi-privata che lasciamo alla valutazione del lettore. Qui pare invece importante sottolineare come in Italia non sia ancora possibile fare un passo avanti verso una politica che non sia intrisa di veleni e non conduca ad sempre più grave imbarbarimento del costume sociale.

Ci viene da pensare che alla fine tutto questo non sia frutto di una democrazia tentata e non realizzata, immatura e inaffidabile perché sorretta da consorterie che badano solo al potere e non ai cittadini e al benessere, in tutti sensi, della società.

Al momento in cui scoppiò il dramma del terremoto, sembrò che l'opposizione all'attuale governo avesse fatto una scelta di solidarietà sociale nel segno della nazione, per garantire la ricostruzione nel modo migliore, e nei tempi più solleciti, delle zone dell'Abruzzo colpite dal sisma.

Dopo poche settimane, la legge della jungla ha prevalso, travolgendo il clima di concordia, che sembrava potesse prevalere sulle fazioni, con distorsioni della realtà, diffamazioni, calunnie ed odi personali.

Non c'è da aspettarsi niente di buono, se la vita privata di un personaggio pubblico, senz'alcuna preoccupazione per la verità, viene usata come strumento di lotta politica, facendo prevalere il gossip sulla privacy ed il trash su alcune regole fondamentali della democrazia autentica.

Altro che federalismo, sussidiarietà, autonomia e tutte le garanzie, che si vogliono attuare nel nome dello stato di diritto e del rispetto della persona.

In questi giorni si assiste ad uno spettacolo indecente, un ritorno alla clava e alla tribù (con tutto il rispetto per la tribù).

Non siamo ancora un paese unito, se di fronte alle tragedie, l'argomento più importante da dibattere consiste nel quesito: veline sì, veline no?

venerdì, aprile 17, 2009

Santoro è il popolo !


La mia considerazione è tutta per Santoro.

Avevo anche proposto un contributo dell'otto per mille per sostenere la trasmissione 'Anno Zero', viste le polemiche suscitate con la trasmissione sul terremoto, la quale ha svelato verità inenarrabili e scomode per la protezione civile, a dispetto degli osanna delle TV di regime (Mediaset).

Le dimissioni avrebbero dovute essere un gesto 'volontario', un ulteriore segno di solidarietà nei confronti del 'fondamentalista' Vauro, per sottolineare l'ingiustizia della Commissione di vigilanza contro la libertà d'espressione ampiamente intesa (che comprende,cioè, il vilipendio, l'ingiuria, la diffamazione, il turpiloquio, la diffusione di notizie false tendenziose e magari qualche procurato allarme, per tenere desta l'attenzione nei confronti delle vittime).

Ma esse riguardano i giornalisti 'borghesi', se rilevano che siano venute meno le ragioni della fiducia con l'editore.
Non la Rai. Che è del 'popolo' (in astratto),e non di chi paga il canone!

Perché il popolo, rappresentato da Santoro, dovrebbe curarsi di chi dissente da 'Anno Zero' e non vorrebbe finanziare questa trasmissione con i propri quattrini?

Il conduttore sa bene che, fin quando ci sarà lo Stato a gestire la Rai, lui non deve dimettersi, ma per il bene della causa, suo personale e dei suoi collaboratori, deve generosamente autofinanziarsi con le tasse dei contribuenti.

Rivoluzionario sì, ma non scemo!

lunedì, marzo 23, 2009

Viva La Monarchia !


'Ballando sotto le stelle' Si è conclusa ieri la fortunata trasmissione condotta da Milly Carlucci con una sarabanda di coppie note e meno note, in gara per ballare a turno, undici difficilissimi balli, che hanno entusiasmato progressivamente il pubblico. Non credevo che la gara evolvesse così positivamente, dopo l'esibizione nella prima puntata del 'noto urlatore' Vittorio Sgarbi. Mi son dovuto ricredere nelle puntate successive anche se viste a tratti. Dopo le grottesche vicende degli eredi di Casa Savoia, la semplicità e l'educazione di Emanuele Filiberto, la sua sincerità unita ai modi affabili, ad uno spontaneo cameratismo nei confronti degli altri concorrenti, ho tratto un sospiro di sollievo, vedendo finalmente smentita l'antica massima, applicabile a tutti i protagonisti della storia patria, secondo cui 'il meglio della famiglia si trova tutto sotto la terra'. Auguriamo di cuore al giovane principe di riscuotere una sempre maggiore simpatia e considerazione negli animi degl'italiani, i quali hanno un disperato bisogno di esempi di correttezza e gentilomeria, dopo lo sfacelo dei giorni attuali, in cui la fanno da padrone Marina Ripa di Meana e Fabrizio Corona, impegnati più che nell'eleganza dei balli tradizionali a sommergersi d'insulti violenti e pecorecci. Ma l'ammirazione più fervida va alla maestra di ballo e splendida dama di Emanuele, il quale senza la presenza di un simile gioiello, non avrebbe neppure lontanamente potuto aspirare alla vittoria di questa competizione. L'immagine di Natalia Titova, dalle movenze armoniose e delicatamente sensuali, priva di qualsiasi esibizionismo ha donato alla platea e al pubblico l'immagine stessa della bellezza e del fascino femminile, il sorriso splendente ed il magico sguardo dei suo incantevoli occhi hanno dominato sulle altre belle concorrenti. Concordiamo senza riserve con il giudizio del Prof. Zecchi che, a commento dello spettacolo l'ha definita 'stupenda'. E alla quale secondo me si può aggiungere anche l'appellativo di 'regina'. Si, Natalia Titova è una stella fissa soggiogante, una vera regina ! Viva la Monarchia !