domenica, ottobre 31, 2010

”Liberal chic, liberal snob”



Negli ultimi tempi si moltiplicano le censure nei confronti di chi, a torto o a ragione, è considerato fuori dal club degli snob o chic con docg di appartenenza liberale.

Può sembrare un paradosso eppure non esistono solo i radical chic: nel nostro paese, spuntano come funghi i liberal chic, che si ritengono depositari di una verità molto difficile da dimostrare, sia sul piano ideologico che su quello culturale.

L’ultimo intervento dogmatico l’ho letto su ‘l’Occidentale’, a proposito del ‘Manifesto d’ottobre’ di ‘Fare futuro’, che ha raccolto consensi trasversali e pertanto è stato classificato come prodotto di ex fascisti ed ex comunisti.

Sono andato a leggerlo questo manifesto e vi ho trovato, oltre a pertinenti considerazioni sulla fine degli ismi, anche commendevoli citazioni della Arendt e di Einaudi ed un discorsivo programma al servizio della libertà, intesa nel senso più ampio e moderno (vale a dire con occhi aperti alla realtà contemporanea, ai problemi derivanti dalla industrializzazione e l’economia globalizzata, le prospettive dei giovani e la necessità di una più vasta partecipazione nelle istituzioni di strati della società civile finora non rappresentati.

Qualunque mente, non condizionata da pregiudizi e tabù classisti, avrebbe colto segnali interessanti e stimolanti riflessioni
contro i luoghi comuni e le banalità della partitocrazia, che affligge il paese con le caste e le corporazioni, che l’affliggono da circa un cinquantennio.

E quindi un fertile terreno di dibattito e nuove idee, che da un lato ci riportano all’Europa comunitaria e dall’altra alla necessità di una ‘rivoluzione liberale’ per uscire dalla palude attuale.

Evidentemente i sassi nello stagno danno fastidio ai comodi guardiani dell’esistente e delle rendite di posizione legate a sorpassare etichette.

Ortega y Gasset avevaa bollato, già nel secolo scorso, come semi-paralisi mentali le obsolete distinzioni tra destra e sinistra, Von Hayek aveva avvertito che nessuno ha diritto di auto-proclamarsi liberale a dispetto di altri, e il buon Sergio Ricossa, rifuggendo da superficiali e presuntuose definizioni, per distinguersi dai conformisti chic e snob, preferì proclamarsi un libertario.

‘Liberale’ è per noi una categoria dell’animo: ecco perché non crediamo ai guru dispensatori di dottrina e di titoli tanto formali quanto fasulli.

lunedì, luglio 19, 2010

UNA CERTA IDEA DELL' ITALIA




Il capo del governo si sente solo e lamenta che ognuno pensa per sé: perché non ascolta le parole di Paolo Borsellino, allorché, in una delle ultime sue conferenze, collega la crisi del paese e della giustizia alla partitocrazia, che imperversa dal centro alla periferia, per alimentare soprattutto egoismi e corruttele?

Perché non fa della figura di questo umile (ed ingenuo) servitore dello stato, assassinato in circostanze oscure, dopo essere stato abbandonato dalle istituzioni, il simbolo della rifondazione dell'area moderata, sui principi di libertà e di legalità?

Perché non s'impegna a combattere tutte le mafie compresa quella politica (che si alimenta di caste e clientele, nepotismi, intrecci miserabili tra economia e partiti, affari poco trasparenti), ristabilendo un legame forte con la società civile e le persone per bene, amanti del proprio paese (senza distinzioni tra nord e sud), desiderose di vedere realizzata una democrazia sostanziale, autentica e compiuta?

Perché, anziché parlare al suo movimento, inquinato da compromessi ogni giorno più gravi, che favoriscono mestatori e politicanti da strapazzo, non prospetta a tutto il paese un programma serio e realistico, per la riforma dell'ordinamento ed il superamento effettivo dei guasti della prima repubblica?

Perché non torna ad essere il leader del paese reale, liberando i cittadini dal peso della burocrazia e delle corporazioni, dalla schiavitù del fisco, dai profittatori del potere?

Perché non realizzare una 'certa idea dell'Italia', che non è solo quella di Paolo, ma della maggioranza degli italiani?

giovedì, maggio 27, 2010

Danilo Barsanti e il diario del conte Alamanno Agostini

In Prigione, il diario del conte Alamanno Agostini detenuto politico a Forte Stella nel 1833. Danilo Barsanti, Edizioni Polistampa, Firenze, 2010

Il libro di Danilo Barsanti sarà presentato all'Ussero il 4 giugno (ore 18:00) dal dott. Maurizio Tortorella (vicedirettore di Panorama), dal prof. Filippo Danovi (professore ordinario di Diritto processuale civile all'Università di Milano-Bicocca) e dall'avv. Lorenzo Gremigni Francini (presidente del Crocchio Goliardi Spensierati). Seguirà un drink.

Il Diario di Alamanno Agostini racconta 100 giorni di carcere di un nobile pisano sospettato di aver collaborato alla preparazione di un moto mazziniano nella Toscana del 1833.

Alamanno Agostini, è un proprietario fondiario colto ed illuminato, nonché, secondo la polizia granducale, uno dei capi riconosciuti del liberalismo pisano. La sera del 4 settembre 1833 viene arrestato a Firenze come misura preventiva e successivamente incarcerato a Portoferraio senza prove né processo, al fine di acquisire una confessione attraverso interrogatori in carcere, fidando nell'isolamento psicologico e nella disperazione del detenuto.

Si tratta di un documento importante per capire il pensiero di un liberale toscano che ha fiducia nella giustizia nonostante i duri metodi di custodia preventiva applicati dai magistrati granducali, permettendo inoltre di comprendere le condizioni di vita nelle prigioni toscane.


Danilo Barsanti è docente di Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Nei suoi numerosi studi si è interessato delle trasformazioni del territorio, delle istituzioni politiche, dei ceti dirigenti e dell’università nella Toscana dei secoli XVI-XIX

www.polistampa.com
Catalogo on-line Edizioni Polistampa: romanzi, poesia, saggi, libri darte. Recensiti e accuratamente catalogati 3000 scrittori, 2500 monografie, 25 periodici. Aggiornato quotidianamente, il sito permette lacquisto on-line con sconti fino al 25%. Polistampa copre con il suo catalogo tutti i settori u...

giovedì, marzo 18, 2010

Il ducismo


Se qualcuno pensasse che il fenomeno del ducismo sia stato circoscritto al fascismo ed abbia ormai esaurito la sua storica esistenza, dovrebbe sensatamente ricredersi.

La frase coniata da Longanesi, probabilmente con sottile senso dell'ironia, ''Mussolini ha sempre ragione'', riveduta ed aggiornata, accompagna in realtà tutto il nostro cammino di nazione in bilico perenne tra populismo e anarchismo, familismo e provincialismo, qualunquismo e statalismo, sempre in cerca di uno stellone accompagnato da un uomo del destino, che si prenda la briga di tutelarci, risolvendo i problemi della nostra quotidianità, ma lasciandoci liberi di compiere piccole e grandi malefatte. Il ducismo e il culto della personalità del capo sono nel Dna dell'homo italicus.

Basti pensare al 'Principe' ispirato da Cesare Borgia per considerare seriamente l'ipotesi di un sottile filo rosso, teso a individuare di volta in volta e non sempre con scelta felice, il buon padre della patria da innalzare sul trono ed osannare, servire conformisticamente ed abbattere quando non è più in buona salute o è colpito dai rovesci della fortuna.

Nel periodo della monarchia risorgimentale, non c'erano molti sforzi da fare, bastava il re accompagnato da qualche buon cancelliere.

Durante il ventennio, applaudire il condottiero inviato dalla provvidenza fu uno sport condiviso e diffuso da quasi tutta la popolazione.

Nel secondo dopoguerra, fu la volta di personaggi allevati all'ombra della Chiesa, dal piglio meno virile, ma pur sempre dai modi accattivanti e pii a riscuotere successi elettorali abbastanza duraturi.
Pensiamo a Degasperi prima e Andreotti dopo, considerati per decenni i salvatori dell'Italia e della democrazia.

Esauritosi un ciclo piuttosto critico con la stagione del compromesso storico e del caf, che vide affiorare il social fascista Craxi, il decisionista ritrovato, dopo diversi anni di molle tran-tran parlamentarista, ecco apparire, sulle macerie della prima repubblica, l'uomo nuovo dell'economia imprenditoriale, nato fuori dalle segreterie dei partiti, animato dall'idea un po' balzana di dare nuovo impulso alla politica con la sua discesa in campo contro i professionisti della politica, proprio nel momento in cui la società caracollava verso il vuoto di potere o era prossima alla conquista del governo da parte della sinistra.

Il grande Silvio divenne l'eroe dei moderati e della maggioranza silenziosa, il suo successo ricordava per qualche aspetto quello di Guglielmo Giannini, il fondatore dell'Uomo Qualunque, e Forza Italia appariva alla gente comune un movimento lontano dalla partitocrazia, dal gioco delle clientele, dal deteriore parlamentarismo, aperto alla società civile e destinato a compiere finalmente la rivoluzione liberale. Un rinnovamento sempre auspicato e mai realizzato per ammodernare il paese, sburocratizzarlo, renderlo degno della sua grande storia di civiltà e per promuovere i ceti produttivi contro il parassitismo pubblico, coltivato dai partiti dopo lo spodestamento dello stato.
Nei confronti del nuovo leader capace finalmente di parlare ai cittadini, fuori del politichese, com'era da aspettarsi ci furono acclamazioni e lodi, fiducia esaltante, consenso altissimo e infine anche una buona dose... d'idolatria, nella convinzione di aver ritrovato un nuovo duce, democratico e liberale, ma sempre duce.

Se fate caso al clima arroventato, quasi da guerra civile, nel quale l'odio degli avversari si riversa senza misura verso Berlusconi, i Berluscones ed il Berlusconismo, e al modo in cui i sostenitori del premier reagiscono, soprattutto nella difesa della persona e di ogni scelta, anche non felice, fatta dal capo, vi accorgerete che viviamo ancora nel tempo che privilegia il culto della personalità, rispetto ai programmi e alle idee.

La maggioranza pare reggersi soltanto sulle vittorie elettorali del Presidente del Consiglio, sulla sua capacità di tenere unito quello che ormai è divenuto un partito come gli altri e di liberarsi dalle insidie di amici e avversari interni, di difendersi dai colpi della magistratura e dagli attacchi velenosi dell'opposizione e dai media che la sostengono, spesso senza rispetto delle regole democratiche e dei principi di tolleranza.

Il ducismo salverà il paese dalle mille contraddizioni che lo attanagliano, dall'assalto alla diligenza delle corporazioni, dalla resistenza delle vecchie nomenklature, dall'urgenza di riforme che realizzino finalmente uno stato di diritto, l' effettiva divisione dei poteri, l'efficienza della magistratura e la sua spoliticizzazione, le liberalizzazioni, la meritocrazia e l'abbattimento delle sovrastrutture burocratiche e fiscali, il voto di scambio, la restaurazione dello spirito comunitario ed il valore indiscutibile dell'individuo-persona?

Il punto è qui.

Non è il caso di moderare il tifo, di allontanare gli yes man, e di pensare seriamente al futuro, con il rafforzamento delle caratteristiche e delle finalità del partito leggero delle origini, senza cedimenti alla lotta del potere per il potere, all'allocazione di posti per nepotes, vassalli valvassini e valvassori, di cui la prima vittima sarebbe proprio il nostro tanto amato ed odiato caudillo?


lunedì, gennaio 25, 2010

Anno Zero ha raggiunto vette eccelse.


L'ultima trasmissione ha superato se stessa nella rassegna degli eccessi.

Santoro, con il grugno bagnato, assomigliava ad un cinghiale infuriato; Flores d'Arcais, con gli occhi spiritati, ad un rabbioso inquistore spagnolo; Marco Travaglio, con il naso sempre più lungo, a Mangiafuoco; Vauro, con le vignette svolazzanti, ad un palestinese kamikaze e Grillo ad un clochard che invocava un'altra bevuta all'osteria.

Uno spettacolo unico, rutilante, farsesco,ingiurioso e deprimente.

E se Bertolaso si sbagliasse?


In poche ore di visita ad Haiti, Il capo della protezione civile ha ricavato l'idea che gli americani fanno solo spettacolo ed hanno un esercito senza comando per far fronte al terremoto.Sostiene anzi che il comando non dovrebbe essere affidato ad un militare, impreparato a d'organizzare gli aiuti per l'emergenza, ma ad un manager come lui.

Temiamo che i successi e gli allori conseguiti abbiano alterato il giudizio di Guido Bertolaso.

Gli americani avranno molti difetti, ma in fatto di organizzazione, com'è s'è visto nella ricostruzione effettuata, dopo il crollo delle due torri, hanno dato buoni esempi di efficienza ed efficacia concrete e positive.

In una situazione catastrofica come quella haitiana, d'altra parte, solo l'intervento dell'esercito può garantire la normalizzazione e creare le basi per una rinascita della vita sociale.Certamente i risultati non possono essere immediati, nel caos generalizzato, con le bande di delinquenti che imperversano in tutta l'isola, gli sciacalli, i disperati che sfuggono ad ogni controllo.

Adelante con juicio.

Aspettiamo, prima di emettere sentenze, di vedere come gli eventi si svilupperanno nelle prossime settimane per avere un quadro chiaro. Nessuno ha doti profetiche al riguardo, neppure l'illustre sottosegretario di stato Bertolaso.

domenica, ottobre 18, 2009

Io quoto, tu quoti...



'Le distorsioni del linguaggio'
Dire '
Io mi quoto' andava di moda qualche anno fa ed indicava la spontanea, o quasi, autotassazione a favore di qualche persona od ente da finanziare, in mancanza di sovvenzioni pubbliche.
Recentemente, si parla spesso di quote 'condominiali' che l'amministratore è obbligato a recuperare per la gestione dei servizi comuni immobiliari e che, secondo un progetto di legge, dovrebbe garantire, in futuro, con esborsi personali, in assenza di un'azione esecutiva nei confronti dei soggetti morosi.
Non è neanche da molto tempo, che si parla di quote 'rose', che vanno ad aggiungersi alle locuzioni 'in alta quota' o 'bassa quota', collegate ai voli aerei o alle scalate di montagne.
Quello che risulta però del tutto inusitato alle mie orecchie è il verbo 'quotare' nell'uso disinvolto e moderno, che moltissimi tra noi usano come un segno di distinzione dalla massa d'incolti o di analfabeti o semianalfabeti, di andata e di ritorno, a voler significare che si preferisce una opinione o una posizione o un'iniziativa di qualcuno o di qualcuna particolarmente autorevole e persuasivo.
Ero ben fermo fino a pochi mesi fa alle frasi canoniche : 'è una persona quotata, molto quotata, poco quotata', etc.
Ora, non si vedono che pronunciamenti, dichiarazioni, proclami e sentenze, che si sublimano nel fatidico' Ti quoto', ovvero, quoto Tizio, Caio, Sempronio, Filano,etc. lasciando tutti muti e rispettosi.
Dove mi quoti? verrebbe da chiedere all'entusiasta sostenitore. In borsa? Ma, io non sono una società, un'industria, una banca, un'assicurazione: sono un individuo(absit iniuria verbis!) come te. Che mi quoti a fare? Che ho fatto di male? Se insisti, potrei addirittura offendermi e mandarti a quel paese.

mercoledì, giugno 24, 2009

Disintossicazione



Dopo 'l'overdose' elettorale, confesso che sono stufo di slogan e gossip, di dichiarazioni fasulle e proclami da operetta: la politica è un male necessario e per fortuna non è tutto, sia nella vita privata sia nelle relazioni sociali; neppure si può pretendere che sia un fondamento della società civile, che magari in quest'italia ridotta a un colabrodo, non sarà un granché, ma è, comunque, sotto-rappresentata da partiti e partitanti al potere.

Credo sia utile una disintossicazione dai veleni della campagna elettorale, per riappropriarsi di se stessi e ricomporre la propria integrità psico-fisica, guardando oltre la politica ed i 'comitati d'interesse' che sono andati all'assalto di comuni e province nel nome del progresso e del cambiamento - termini che suonano innegabilmente falsi e che nascondono soltanto, nel migliore dei casi, la volontà d'incrementare una nuova professione senza qualità, quella del 'politicante'.

Ho notato che alcuni nuovi eletti presenti su Fb hanno creato nuovi movimenti e nuovi partiti e che cominciano a chiedere iscrizioni e contributi: mi sembra una pantomima già vista decine e decine di volte.

Molti pensano che la salvezza, per loro, verrà dal nuovo proliferare di combriccole, di destra, centro e sinistra. Una vera pena.

Nessuno è contento della situazione generale, né al governo né all'opposizione, ma tutti sono concordi nel dire che le province sono una 'cartina di tornasole' importante, come se non sapessere che si tratta di 'enti inutili' destinati a succhiare l'ultimo latte dell'ultima vacca da mungere.

Una politica seria le abolirebbe d'un colpo destinando i quattrini ad alleggerire il peso della crisi. Ma così non è.

Si continua a parlare di parlamento di' nominati' e non di eletti, dimenticando che l'art.49 della Costituzione reclamerebbe una regolamentazione degli 'enti di fatto', chiamati partiti, mentre nessuno di essi ha messo nel programma un impegno fondamentale per la vita democratica: chiarire obblighi e responsabilità, funzioni e limiti di organizzazioni, che hanno espropriato lo stato da decenni, lottizzando tutto quello che era possibile infeudare, per garantirsi un potere senza fine né controllo, con clientele e nepotismi e sistematici accordi spartitori tra i vari gruppi in gioco.

Non si parla del' voto di scambio' o delle 'scelte uninominali' imposte dalle segreterie dei partiti, prima dell'attuale legge elettorale, che rimane una porcata, ma che va bene a quasi tutti, dato l'esito del referendum.

Si può pensare che la nomenklatura, nella quale si contano per carità anche persone di ottimo livello, voglia autoriformarsi? Sarebbe ridicolo.

Ecco allora crescere l'astensionismo ed il disgusto, non solo per le intossicazioni della politica, ma per tutta la categoria dei politici.

Le cifre sono in pauroso aumento, ma 'lorsignori' fanno finta di non accorgersene...

E' gente che non vota perché o si rifà alla pre-politica o alla meta-politica o addirittura alla metafisica, ovvero ritiene che la cosiddetta 'classe dirigente' del governo e dell'opposizione sarà costretta a dare le dimissioni da se stessa, per autoconsunzione, non rappresentando più nulla e nessuno.

Nel frattempo è meglio occuparsi di altro, senza dare troppo peso alle sceneggiate di queste 'élites non élites'.

mercoledì, giugno 10, 2009

Gheddafi è un dittatore !


Gheddafi è un dittatore!, si urla dall'opposizione.


Nessuno se n'era mai accorto prima.Anzi egli godeva della simpatia e della solidarietà di tutti i progressisti nostrani, che lo hanno sempre considerato una vittima delle nefande imprese coloniali italiane dal 1911 in po, nonché dell'accurata e partecipe attenzione accurata di storici partigiani come Del Boca, che ogg finalmentei dichiara chiusa la partita dei debiti da risarcire, almeno sul piano economico, al Capo del Governo libico.


Gli accordi del Colonnello con la Fiat non destarono, al tempo in cui avvennero (c'era ancora l'Avvocato), grande scandalo: anzi si sottolineò il 'realismo negli affari' della casa torinese, la quale ne venne fuori a fatica, solo dopo alcuni anni.


Ora, se il realismo si applica al commercio o al capitale (soprattutto automobilistico) 'nulla quaestio', ma se lo si applica in politica, nell'interesse del paese ( leggasi traffico di clandestini verso l'Italia ed investimenti in Libia) non va più bene.


Certo, Gheddafi andrà a parlare in Parlamento, e trattandosi di visita di Stato, l'evento forse era inevitabile.


Ma se questo consentirà alle nostre imprese di lavorare in Libia e l'orrido commercio di schiavi potrà essere, anche grazie a questo tributo, limitato, in fondo, si sarà trattato di un sacrificio utile per tutti gl'italiani.Lasciamo poi che sia la storia a dire una parola definitiva, quando sarà il momento, sulla complessa natura dei rapporti tra le due nazioni.

domenica, maggio 31, 2009

L'usserino Giuseppe Giusti:celebrazioni del bicentenario della nascita.


In occasione delle celebrazioni nazionali del bicentenario della nascita dell'usserino Giuseppe Giusti (1809-1850) vi segnalo che l’Editore Felici ed il Direttore della collana "Collezione del Caffè dell’Ussero" Alessandro Panajia, hanno accolto nella Collezione, visto anche l’oblio con il quale le Istituzioni pisane hanno lasciato cadere l’occasione per rievocare il celebre poeta di Monsummano, la ristampa anastatica della godibile e pregevole Vita di Giuseppe Giusti scritta da lui medesimo, raccolta e compilata da Guido Biagi sull’epistolario del poeta e stampata da Felice Le Monnier in prima edizione nel 1898.


Le sale del Caffè furono frequentate dal Giusti più delle aule della vicina Università.


All’Ussero il poeta di Monsummano si accompagnava con i goliardi più spensierati, aprendo a tutti le braccia ed il cuore.


E tutti insieme giocavano, bevevano, canzonavano gli sgobboni, discutevano di politica ed uscivano, poi, a far la serenata alle belle, o a vociare, per le strade silenziose, i cori dei "tre colori".

La presentazione del volume sarà SABATO 6 GIUGNO alle ore 17:30 al Caffè dell'Ussero a Pisa.


Agostino Agostini Venerosi DellaSeta

martedì, maggio 05, 2009

I veleni della politica


I veleni della politica
"E le tre ragazze entrate effetti­vamente nelle liste delle candi­dature per le europee? :Lara Comi ha due lauree, ha coordi­nato i giovani del Pdl in Lom­bardia, è dirigente della Giochi Preziosi. Mai andata in tv. Licia Ronzulli è una manager della sanità di altissimo livello, è re­sponsabile delle professioni sa­nitarie e delle sale operatorie del Galeazzi; l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli la stima molto, va due volte l’an­no in Bangladesh. Barbara Ma­tera è laureata in scienze politi­che, me l’ha consigliata Gianni Letta, è la fidanzata del figlio di un prefetto suo amico. Ecco, ha fatto una parte in Carabinie­ri 7 su Canale 5, ma mai la veli­na. Insomma, mi creda, è una montatura. Parliamo di tre ra­gazze in gamba su settantadue candidati. E che male c’è se so­no anche carine? Non possia­mo candidare tutte Rosy Bin­di... "

L'intervista sul 'Corriere' di oggi al presidente del consiglio approfondisce altri temi di natura semi-privata che lasciamo alla valutazione del lettore. Qui pare invece importante sottolineare come in Italia non sia ancora possibile fare un passo avanti verso una politica che non sia intrisa di veleni e non conduca ad sempre più grave imbarbarimento del costume sociale.

Ci viene da pensare che alla fine tutto questo non sia frutto di una democrazia tentata e non realizzata, immatura e inaffidabile perché sorretta da consorterie che badano solo al potere e non ai cittadini e al benessere, in tutti sensi, della società.

Al momento in cui scoppiò il dramma del terremoto, sembrò che l'opposizione all'attuale governo avesse fatto una scelta di solidarietà sociale nel segno della nazione, per garantire la ricostruzione nel modo migliore, e nei tempi più solleciti, delle zone dell'Abruzzo colpite dal sisma.

Dopo poche settimane, la legge della jungla ha prevalso, travolgendo il clima di concordia, che sembrava potesse prevalere sulle fazioni, con distorsioni della realtà, diffamazioni, calunnie ed odi personali.

Non c'è da aspettarsi niente di buono, se la vita privata di un personaggio pubblico, senz'alcuna preoccupazione per la verità, viene usata come strumento di lotta politica, facendo prevalere il gossip sulla privacy ed il trash su alcune regole fondamentali della democrazia autentica.

Altro che federalismo, sussidiarietà, autonomia e tutte le garanzie, che si vogliono attuare nel nome dello stato di diritto e del rispetto della persona.

In questi giorni si assiste ad uno spettacolo indecente, un ritorno alla clava e alla tribù (con tutto il rispetto per la tribù).

Non siamo ancora un paese unito, se di fronte alle tragedie, l'argomento più importante da dibattere consiste nel quesito: veline sì, veline no?

venerdì, aprile 17, 2009

Santoro è il popolo !


La mia considerazione è tutta per Santoro.

Avevo anche proposto un contributo dell'otto per mille per sostenere la trasmissione 'Anno Zero', viste le polemiche suscitate con la trasmissione sul terremoto, la quale ha svelato verità inenarrabili e scomode per la protezione civile, a dispetto degli osanna delle TV di regime (Mediaset).

Le dimissioni avrebbero dovute essere un gesto 'volontario', un ulteriore segno di solidarietà nei confronti del 'fondamentalista' Vauro, per sottolineare l'ingiustizia della Commissione di vigilanza contro la libertà d'espressione ampiamente intesa (che comprende,cioè, il vilipendio, l'ingiuria, la diffamazione, il turpiloquio, la diffusione di notizie false tendenziose e magari qualche procurato allarme, per tenere desta l'attenzione nei confronti delle vittime).

Ma esse riguardano i giornalisti 'borghesi', se rilevano che siano venute meno le ragioni della fiducia con l'editore.
Non la Rai. Che è del 'popolo' (in astratto),e non di chi paga il canone!

Perché il popolo, rappresentato da Santoro, dovrebbe curarsi di chi dissente da 'Anno Zero' e non vorrebbe finanziare questa trasmissione con i propri quattrini?

Il conduttore sa bene che, fin quando ci sarà lo Stato a gestire la Rai, lui non deve dimettersi, ma per il bene della causa, suo personale e dei suoi collaboratori, deve generosamente autofinanziarsi con le tasse dei contribuenti.

Rivoluzionario sì, ma non scemo!

lunedì, marzo 23, 2009

Viva La Monarchia !


'Ballando sotto le stelle' Si è conclusa ieri la fortunata trasmissione condotta da Milly Carlucci con una sarabanda di coppie note e meno note, in gara per ballare a turno, undici difficilissimi balli, che hanno entusiasmato progressivamente il pubblico. Non credevo che la gara evolvesse così positivamente, dopo l'esibizione nella prima puntata del 'noto urlatore' Vittorio Sgarbi. Mi son dovuto ricredere nelle puntate successive anche se viste a tratti. Dopo le grottesche vicende degli eredi di Casa Savoia, la semplicità e l'educazione di Emanuele Filiberto, la sua sincerità unita ai modi affabili, ad uno spontaneo cameratismo nei confronti degli altri concorrenti, ho tratto un sospiro di sollievo, vedendo finalmente smentita l'antica massima, applicabile a tutti i protagonisti della storia patria, secondo cui 'il meglio della famiglia si trova tutto sotto la terra'. Auguriamo di cuore al giovane principe di riscuotere una sempre maggiore simpatia e considerazione negli animi degl'italiani, i quali hanno un disperato bisogno di esempi di correttezza e gentilomeria, dopo lo sfacelo dei giorni attuali, in cui la fanno da padrone Marina Ripa di Meana e Fabrizio Corona, impegnati più che nell'eleganza dei balli tradizionali a sommergersi d'insulti violenti e pecorecci. Ma l'ammirazione più fervida va alla maestra di ballo e splendida dama di Emanuele, il quale senza la presenza di un simile gioiello, non avrebbe neppure lontanamente potuto aspirare alla vittoria di questa competizione. L'immagine di Natalia Titova, dalle movenze armoniose e delicatamente sensuali, priva di qualsiasi esibizionismo ha donato alla platea e al pubblico l'immagine stessa della bellezza e del fascino femminile, il sorriso splendente ed il magico sguardo dei suo incantevoli occhi hanno dominato sulle altre belle concorrenti. Concordiamo senza riserve con il giudizio del Prof. Zecchi che, a commento dello spettacolo l'ha definita 'stupenda'. E alla quale secondo me si può aggiungere anche l'appellativo di 'regina'. Si, Natalia Titova è una stella fissa soggiogante, una vera regina ! Viva la Monarchia !

lunedì, marzo 16, 2009

Questo è il nuovo PLI !



(Intervista all'Avv. Stefano Maffei, membro della segreteria del partito liberale italiano, dopo l'ultimo congresso).

(1) Quanti anni ha, di che cosa si occupa, quando ha iniziato la sua militanza nel pli e perché?

Ho 34 anni e sono un docente universitario. Mi occupo di diritto e giustizia penale e in questi mesi lavoro particolarmente al progetto europeo JUSTIS, attivo a Parma in collaborazione con il King's College e la London School of Economics, che si occupa di misurazione dei livelli di fiducia dei cittadini nella giustizia. Mi sono sempre sentito "liberale" e rimpiango di non avere iniziato prima l'impegno militante. Il mio più che un impegno è un grido di dolore.

(2)Vuole spiegare meglio quest'ultima frase?

Il grido di dolore è legato al riconoscimento del fatto che l'educazione, i mass media e più in generale lo stile di vita degli italiani sembrano oggi ostacolare i "ragionamenti complessi". La politica pare essersi ridotta a slogan e alternative secche: immigrati si/no, inasprimento delle pene si/no, aiuti alle imprese si/no. Il limite di questa classe dirigente è quello di avere illuso gli italiani che tali alternative possano fornire risposte esaustive a quelli che, invece, sono temi straordinariamente complessi, e per i quali servono competenze e qualità, non populismo e demagogia.


(3)Lei fa parte della segreteria del pli, a seguito dell'ultimo congresso. Può indicare quale programma intende attuare il suo partito nel panorama politico attuale?

Sintetizzerei il programma politico del PLI su tre aree: l'alleggerimento dello Stato, la difesa dello Stato laico e la valorizzazione di merito e competenze. In occasione delle elezioni europee il PLI porterà avanti alcune "battaglie" in linea con la propria tradizione culturale. Mi preme qui soprattutto tranquillizzare chi teme che i "liberali" bandiscano ogni impegno dello Stato in economia: un impegno allo Stato lo chiediamo, ed è quello di pagare con puntualità i debiti ai propri fornitori. Uno Stato non può essere "sociale" se non è anche "puntuale".

(4)Non crede che l'alleanza del segretario del pli, il riconfermato Stefano de Luca con Paolo Guzzanti, nominato ex abrupto vice-segretario, accentui l'impronta personalistica che già gravava in passato sul partito?

Se personalità del calibro di Paolo Guzzanti trovano oggi nel PLI l'unico luogo autentico per una critica liberale verso l'attività del Governo me ne compiaccio. Il Presidente Berlusconi ha usurpato il titolo di liberale con un sapiente uso mediatico della bandiera dell'anticomunismo. Ma chi può credere che sia liberale un Governo che rifiuta di inserire nella propria agenda l'abolizione delle province, che regala 6 mila miliardi delle vecchie lire all'Alitalia che non esita a fare uso della decretazione di urgenza anche in una materia tanto delicata come il fine vita? Benvenuto quindi a Paolo Guzzanti e spero che altri si uniscano; in primis penso a Antonio Martino, ex Ministro della Difesa, che proprio nei giorni scorsi ha espresso nei confronti del Governo le stesse riserve che il PLI esprime da tempo, nel più completo ostracismo dei mass-media.

(5)Pensa sia realistico il progetto di un pli autonomo per le prossime elezioni europee? Chi potrebbe essere il papabile? Lo stesso Guzzanti?


La legge elettorale obbliga il PLI, per svariate ragioni, a cercare e promuovere alleanze. Sono in corso negoziati serrati, e questo mi obbliga a una certa cautela in proposito. Un punto però è fuori discussione: il PLI non potrà allearsi con nessuno dei 2 partiti di plastica (il PD con e senza elle) che sono corresponsabili del degrado della cultura politica italiana e, più in generale, del declino del Paese.

(6)
Lei ritiene coerente con le origini storiche del pli una convergenza con i radicali, come pare auspichi il vicesegretario attuale?


Sarei felice di una convergenza con i radicali, che storicamente nascono proprio come la corrente di sinistra dei liberali. Certo, è innegabile che le decisioni politiche del Partito radicali talvolta risultano indistinguibili dalle intuizioni - ma anche dagli umori - di Marco Pannella. Un matrimonio non si può fare senza la sposa, ma io resto ottimista su questo, come su altri fronti.

(7)Le elezioni all'ultimo congresso sono state contestate dalla minoranza guidata da Diaconale e Taradash, sollevando qualche dubbio sul corretto utilizzo delle procedure, sollevando ombre sulla trasparenza del partito, assimilabile per tali 'defaillances' ai vecchi gruppuscoli partitocratici, nostalgici dei pentapartito di antica memoria e dei compromessi sottobanco, per ottenere prebende e poltrone o poltroncine alla vecchia maniera. Che cosa risponde?

E' chiaro che gli screzi congressuali hanno lasciato qualche strascico, ma non credo il punto fossero poltrone e poltroncine, visto che il PLI oggi ne offre ben poche ai propri adepti. Al contrario, Taradash e Diaconale hanno subito dopo fatto valere le proprie "entrature governative", il primo con la nomina a Presidente di un Parco Nazionale, il secondo con la benedizione per la corsa di sindaco a Livorno. Faccio ad entrambi gli auguri di buon lavoro e di successo, ma ci tengo a rimarcare come il PLI sia oggi il punto di riferimento per chi ritiene che i liberali non possano confondersi con un Presidente monopolista, con gli aiuti al comune di Catania, con chi propone un federalismo senza precisarne i costi...Potrei continuare...


(8)
All'incontro di 'Libertiamo', la rivista di Benedetto della Vedova, sono stati esaminati svariati temi politici e culturali, da dibattere all'interno del futuro partito della libertà, con autorevoli interventi di parlamentari e dello stesso Berlusconi, auspicando che la voce della 'polarità liberale' dia corpo ad un progetto futuro per la crescita della democrazia e della libertà nel nostro paese.

Non le viene il dubbio il partitino che si fregia della denominazione di liberale sia ormai superato dalla storia e dalla temperie politica, favorita dalla nascita del pdl e che il suo scarso peso elettorale non faccia che favorire la frammentazione, e comunque la perdita di voti a favoe della sinistra? O pensa che con DeLuca e Guzzanti il pli sia destinato ad essere più di centrosinistra che di centrodestra?

Non sempre avere i numeri significa anche avere ragione. Un'alleanza a livello nazionale con la sinistra è fuori discussione, perchè il nostro progetto politico è un altro. Puntiamo, come ho già detto, a creare una vera e propria palestra per i giovani, in vista del dopo Berlusconi, in cui la politica italiana dovrà necessariamente ricominciare a fare i conti con le competenze e le professionalità, non più con "maggiordomocrazia" e "mignottocrazia". Ecco il senso del progetto dei 300, per i giovani liberali che si riconoscono nel nostro manifesto. Ai giovani dico: cercatemi su facebook, e aggiungetevi al gruppo dei 300. Sarà una bella avventura.


sabato, marzo 07, 2009

Parolacce e femminilità

Sarò un reazionario,
ma considero le parolacce profferite da una donna, senza motivo, tanto per il gusto di assomigliare a qualche camionista ubriaco, e le scurrilità gratuite, in stridente contrasto con la femminilità.

Quindi, se anche dovessi trovarmi di fronte alla donna più bella ed intelligente di questo mondo e la sentissi esercitare il turpiloquio o per vezzo o vocazione, resterei talmente disgustato che mi passerebbe ogni fantasia di seduzione.
Alzerei i tacchi e me la darei a gambe.

venerdì, febbraio 27, 2009

Attenzione


Chi frequenta Facebook è gravemente esposto ai più seri problemi di salute.

Ci riferiamo oltre che al maggiore network, anche a tutti gli altri presenti sul mercato, ovviamente, anche se per il favore di cui gode FB, il numero e la qualità degl'iscritti, una buona parte dei quali appartiene a classi d'istruzione elevata e ai ceti dirigenti della società, esso rappresenta il veicolo più importante di contaminazione.

Non pensiamo però che i pericoli siano rappresentati da ictus e altre malattie legate piuttosto allo stile di vita perseguito da ciascuno dei membri, quanto piuttosto dalle manie ossessivo- compulsive, connesse all'uso smodato degli strumenti di conoscenza e relazione, che il sito mette a disposizione.

In effetti, se ci si fa caso, in esso sono compresenti tutte le possibilità di comunicazione. Dal blog alla chat, ai gruppi di fan o spontanei, dalla politica al giornalismo, alla letteratura, ai film, alla musica, e via dicendo (chi più ne ha, più ne metta).

FB assomiglia moltissimo al grande fratello orwelliano: i dati vengono immagazzinati ad una velocità supersonica, la privacy vacilla, ed i controlli si sentono come il fiato sul collo (alcuni, peraltro, sono indispensabili, per impedire che il caos prevalga su tutti).

La possibilità, illusoria, di far parte di comunità globali o globalizzate rende dipendenti psicologicamente.

Se si sta troppo dietro alle infinite lusinghe telematiche in esso contenute, ci si accorge di essere in trappola: il web ci avvolge, blandisce, stuzzica, solletica il narcisisismo ed il presenzialismo, nonché la presunzione di poter dire la propria su su ogni argomenro e sul prossimo, anche violando i limiti del buon gusto e della discrezione, e, quindi, il rispetto della persona.

In mezzo al cicaleccio instancabile, il nostro io può perdere il senso della realtà, credendo di vivere una vita vera ed

autonoma, da cui le insidie del quotidiano sono state eliminate.

Un mondo ovattato che attenua tutti sensi.

Un universo artificiale nel quale disperdere la nostra personalità.

Per questo sarebbe utile che le conoscenze virtuali si tramutassero in relazioni, personali o di gruppo, effettive.

E' l'unico modo per non inebetire, come già accade con televisione e droghe.

martedì, febbraio 17, 2009

Soru, vittima di se stesso


Un giornalista di " Le Monde", non molto tempo fa, intervistò il Governatore della Sardegna.

Dopo una domanda, il Presidente della Regione cominciò a rispondere e subito s'interruppe, facendo calare il silenzio tra sé e l'interlocutore, il quale, dopo un'attesa che pareva interminabile, provò a sollecitare il completamento della risposta, rimasta a mezz'aria.


Immediatamente, a quella che gli pareva un'intrusione, Soru reagì stizzito, intimando all'intervistatore: non m'interrompa !




Perché riportiamo questa notizia riesumata da "Il Giornale" in campagna elettorale ?




Perché in questo aneddoto c'è buona parte del carattere dell'uomo e gl'indizi della sua debolezza come uomo politico.




Ora che ha perso con l'onore delle armi, dobbiamo riconoscergli, insieme ad alcune gravi gaffes, almeno l'onestà di essersi dimesso per chiedere all'elettorato un giudizio sulla sua azione di governo, a dispetto del dissenso espresso all'interno della coalizione che lo aveva scelto come premier.




L'apporto dato alla sua rielezione dai partiti movimentisti e radicali ha avuto il sapore di una tattica strumentale per trovare, per essi, spazi altrimenti non conquistabili, alienandogli le simpatie di parte dell'elettorato cattolico.




A nulla, inoltre, sono valsi sia il personale appoggio di Walter Veltroni, che l'uso indiscriminato dei mass-media.




La sua "Unità" e "Repubblica" , la terza rete della radiotelevisione e la 7, "la Nuova Sardegna", "il Sardegna" e le reti radio-visive create dall'amico Nicola Grauso, smentiscono la sua presunta minorità nel campo della comunicazione e non danno la spiegazione della sua sconfitta, la quale, benché sostenuta mediaticamente, è sostanzialmente frutto della sua incompatibilità caratteriale con il mondo della politica militante, traffichina e sleale, ipocrita e affarista, opportunista e miserabile nel decretare la sua fine, con ciniche pugnalate alla schiena ed accordi elettorali trasversali e sottobanco, nell'ambito del centro-sinistra, per favorirne la caduta.




Soru, come buona parte dei sardi di razza, ha perduto paradossalmente per alcune qualità che l'alchimia della patitocrazia trasforma in difetti e colpe irreparabili.




L'inventore coraggioso e geniale di Tiscali, una realtà tecnologica che ha modernizzato il nostro paese e l'Europa, costituendo una spina nel fianco di colossi telematici monopolisti, decise di scendere in campo, forse per sopraggiunte difficoltà della sua azienda, ma soprattutto per conquistare nuove “chance e quindi maggiore possibilità d'influire sulle scelte di un territorio difficile, qual è da secoli l'isola dei nuraghi.




Egli aveva capito che un buon imprenditore, prima o poi deve fare i conti con chi detiene un potere forte come quello dei partiti, i quali possono essere motore di sviluppo o palla al piede del progresso, con cui occorre, comunque, scendere a patti.




All'inizio, il “Progetto Sardegna” si pose come un movimento al di fuori delle “camarille”, con un programma che puntava principalmente su tre elementi importanti: - ricerca scientifica, con la creazione di un polo universitario competitivo a livello internazionale;


- rivalutazione delle risorse agro-pastorali, con l'adozione delle tecnologie più avanzate per la produzione e la commercializzazione diffusa dei prodotti tipici regionali, protetti e garantiti dalle imitazioni;


-potenziamento dell'imprenditorialità turistica da estendere alle zone interne dell'isola, nell'attenta salvaguardia della natura.




Idee buone che però dovevano perire nel mare magnum della burocrazia dei compromessi e dei giochi di corridoio, una volta stretta l'alleanza con il centro-sinistra.




Errori strategici gravissimi si evidenziarono ben presto nel corso della sua leadership, tutti derivati dall'impostazione salesiana della sua formazione culturale, ancorata al “cattolicesimo rosso” degli anni sessanta e influenzata pesantemente dagli istinti estremisti degli ayatollah del post-comunismo, con cui maldestramente strinse un'innaturale legame ( come possa un fautore del libero mercato entrare in sintonia con l'ideologia assistenzialista, demagogica, antimodernista di una certa sinistra resta ancora un mistero).




A ciò si aggiungano alcuni stravolgimenti dei connotati propri della cosiddetta “sardità”, forieri delle più perniciose conseguenze per l'economia e l'immagine della Sardegna.




L'insofferenza per i pretesi colonizzatori del territorio ed i rigurgiti “revanscisti” contro i nuovi ricchi, maleducati ed arroganti, si tramuta da sentimento d'indipendenza individualista e senso della giustizia sostanziale, l'amore per la natura e la propria tradizione, fortemente connaturati al costume dei sardi, in provvedimenti giuridicamente aberranti e di rozza impronta giustizialista con tasse ed imposizioni fiscali anticostituzionali, in un assurdo braccio di ferro con il Governo centrale ed in vincoli all'attività edilizia privi di logiche giustificazioni ed attinti dal peggior repertorio dell'ambientalismo isterico e fanatizzato.




Le conseguenze negative di simili deviati atteggiamenti non tardarono a manifestarsi in un pervasivo arretramento culturale ed economico.




L'opposizione alla permanenza americana a La Maddalena e alla base della Marina militare italiana, nonostante il pannicello caldo del G8, rischiano di provocare un tracollo economico senza precedenti per la comunità dell'arcipelago “più bello del mondo”, e nascono dall'utopia dissennata di poter attirare imprenditori seri, in grado d'investire e produrre ricchezza, dall'oggi al domani, imponendo una patria potestà burocratica che contraddice i più elementari principi della libera iniziativa.




La contestazione aprioristica della Costa Smeralda e la contemporanea ricerca successiva del sostegno dell'Aga Kan Karim, per importare turismo internazionale nella fascia meridionale dell' isola, con baricentro nella provincia di Cagliare è il grottesco risultato di un campanilismo senza senso né scopi apprezzabili sotto il profilo dell'interesse generale.




Il Presidente si è attorcigliato nei pregiudizi e nelle contraddizioni di una classe politica insipiente portandolo ad enfatizzare il proprio animo di sardo fiero e leale, fino a capovolgersi nel parossismo estremista e declamatorio, nei più nefasti ed autodistruttivi impulsi autarchici.



Il risultato negativo di tale discesa agl'inferi si poteva intuire.




Che cosa poteva portare il connubio tra un imprenditore tutto sommato ingenuo ed i vecchi marpioni dei professionisti della politica se non un abbraccio mortale?



(Pubblicato anche su "Il legno Storto" ed "Il Mascellaro")


sabato, febbraio 14, 2009

Amore e Matrimonio






C'è una differenza sostanziale tra l'amore e il matrimonio.
Rari, rarissimi i casi di coincidenza tra l'istituzione-contratto e i sentimenti profondi, i legami autentici tra uomo e donna.

L'istituzione matrimoniale è in crisi , non da oggi, ma da almeno un secolo, anche se c'illudiamo che sia un fatto relativamente recente.

Marco Guzzi sta conducendo un'indagine accurata in Rai sui mali del nostro tempo ed i risultati sono sconcertanti, ma veritieri: per il nostro paese, afflitto da calo demografico e della fecondità, abbassamento del livello di responsabilità individuale, di una morale vitale, mancanza di impulsi veri per i giovani ed i meno giovani, sono particolarmente catastrofici.

Sul piano culturale, i drammi di Ibsen, i romanzi di Gide, i saggi di Freud hanno, da tempo, individuato nella famiglia un luogo di "violenza tirannica", d incomprensione rancorosa, di vendette incrociate, di rabbia ineliminabile.

E' dagli inizi del novecento che l'istituto è stato posto sotto accusa, riconoscendo un divario tra forma e sostanza nella convivenza amorosa tra i sessi.


Le coppie di fatto sono in aumento, come separazioni e divorzi.Segni di un cambiamento ulteriore nel costume della società
e nella ricerca non solo della libertà individuale e di coppia, ma di un modo nuovo di ascoltare il proprio spirito, valorizzando l'affettività sincera sull'ipocrisia sociale.

Il prof. Alberoni (honny soit qui mal y pense), esperto d'innamoramenti, ha stabilito la possibilità che, nel corso dell'esistenza, si possa incontrare l'amore al massimo tre volte.
Resta confermata quindi la caducità di relazioni, le qualie, se vengono formalizzate con nozze civili o religiose corrono, comunque il rischio elevato di rompersi.
La media della durata matrimoniale pare sia ormai di due anni.

E allora?


Cerchiamo l'amore vero, privilegiandolo rispetto al conformismo, vincendo insulse resistenze di carattere ideologico: sposiamoci pure se lo vogliamo, ma prendiamo atto della fine di un bellissimo sentimento, quando esso si è esaurito.

Ricordiamo, altresì, le perspicaci parole di un grande, inimitabile pensatore, come Nietzsche, il quale affermava profeticamente: "Non sposarsi è un piccolo atto di non conformismo che va assolutamente fatto".

Viva S.Valentino.

martedì, febbraio 10, 2009

Eluana: né destra né sinistra


“Libero” ha pubblicato alcune dichiarazioni di uno “scienziato” ideologo, il quale, a proposito del caso Englaro, nell’affermare apoditticamente, ma senza adeguato riscontro probatorio,che solo un soggetto pensante, cosciente, può definirsi vivo, si richiama alla finta contrapposizione tra destra e sinistra.

Il problema però non è politico , ma di carattere squisitamente etico.

Dipende dalla nostra sensibilità e dalle decisioni conseguenti alla nostra visione della vita e del mondo.

Non saprei dire come deciderei. se fossi al posto di Beppino Englaro.

Bisogna soffrirle sulla propria pelle certe situazioni, per poter rispondere con onestà intellettuale.

Perciò mi astengo da qualsiasi giudizio e rispetto il dolore della famiglia.

Credo peraltro che la libertà di scelta individuale, a certe condizioni, non possa essere negata dallo stato.
Anche questa, legata magari al testamento biologico, è riconducile ad un irrinunciabile principio di libertà (e responsabilità) personale.

Ecco perché mi pare che lo schema di testamento biologico ,apparso su Facebook, a cura del gruppo dei riformatori liberali, sia condivisibile.

L’invadenza dello stato dovrebbe essere limitata a dettare regole di larga massima, senza voler minutamente disciplinare materie così delicate e cariche di pathos, nelle quali si rischia di compromettere un valore fondamentale come quello della dignità della persona.