domenica, settembre 02, 2007

Pietro Citati ha ragione




Pietro Citati ha ragione a rifiutare il Tu generalizzato, esempio di maleducazione e di scorrettezza linguistica, frutto di un giovanilismo esasperato e di profonda mancanza di attenzione per il prossimo e la comunità.

Sotto la falsa impressione di una confidenza regalata a piene mani al primo venuto, quale criterio universale dell'approccio democratico, per troppo tempo abbiamo dovuto tutti , chi più chi meno, subire la violenza morale di una continuata e feroce lesione della personalità e dell'Io più recondito.

I regimi totalitari, per incoraggiare il livellamento tra gli individui ed abolire le differenze di classe, e soprattutto quelle naturali e biologiche, hanno inventato l'uso incondizionato del pronome più ambiguo e pericoloso, il vero cavallo di troia per l'abolizione del rispetto tra gl'individui e l'introduzione della schiavitu' psicologica tra il potere ed i sudditi.

Arrivare a darsi del tu, un tempo, era una conquista: significava donare e meritare fiducia, avere debitamente constatato affinità e sicura propensione ad una buona e proficua frequentazione tra soggetti diversi, ma dotati della possibilità di stringere autentica amicizia, spirito di colleganza, senso di solidarietà.

Frutto di un sessantotto sgangherato e male interpretato, si è affermata un'abitudine spicciativa e volgare, che perfino Palmiro Togliatti disdegnava, con sprezzante senso del distacco dai militanti del partito dell'eguaglianza per antonomasia: il vecchio partito comunista-marxista-leninista.

Ci voleva uno scrittore colto e raffinato, dotato di una visione illuminata del mondo, a prendere il coraggio di condannare, pubblicamente e con fermezza, ancor più ammirevole, in un'epoca di assoluta promiscuità e contaminazione incalzante e pervasiva, questa pervicace e perniciosa diffusione del tu - miserabile viatico di ogni nefandezza proditoria, di ogni purulenta ed infettante intimità a tutti i livelli sociali, familiari, interpersonali, stolidamente incoraggiata fin dai banchi di scuola, con i poveri e maleodoranti esempi di un insegnamento privo di fondamenti civili e pedagogici, e massivamente rappresentato da classi di docenti, i quali hanno tutto da imparare e ben poco, o nulla, da insegnare.

Con questa presa di posizione, Citati ha guadagnato ancora stima e considerazione, per gli anni a venire, da parte di quanti respingono l'omologazione dei modelli e la massificazione dei comportamenti.

mercoledì, agosto 29, 2007

Intellettuali e potere



Non voglio addentrarmi in una disamina esauriente dell’argomento, già affrontato da Gramsci e Benda, da punti di vista diametralmente opposti.

Mi limito quindi ad una breve notazione, a margine di alcuni concetti espressi da Giordano Bruno Guerri e da Paolo Granzotto, tanto per mettere a fuoco il tema centrale della libertà intellettuale nei confronti della partitocrazia.

Per chi non voglia essere organico al “Principe” (abbandonerei la distinzione desueta tra destra e sinistra…)ci sarà sempre una fondamentale difficoltà nei rapporti con i partiti, in quanto l’intellettuale o l’uomo di cultura “libero” svolge la naturale funzione di “critico del potere” ed è per tale motivo malamente tollerato dalla “politica politicante”, che lo vede come un rompiscatole od un ostacolo per la propria supremazia e cerca pertanto di metterlo sistematicamente fuori gioco.

Peraltro, se i partiti, drammaticamente contrapposti oggi alla società civile, non raccoglieranno la sfida proposta dal cittadino comune, aprendosi alle istanze rappresentate proprio dagli spiriti lucidi ed indipendenti, non asserviti a cosche o camarille, vedranno aumentare la restrizione dei propri spazi, a tutto vantaggio dell’antipolitica.

La palla, per così dire, passa in mano a chi vuole effettivamente promuovere il rinnovamento sociale e non bada soltanto a raccattare voti con espedienti, più o meno appariscenti, di semplice maquillàge o chirurgia estetica.

martedì, agosto 28, 2007

Einaudi e le tasse



Ha ricordato, in un recente articolo, Paolo del Debbio, le distinzioni di Luigi Einaudi in materia di tasse e tassazione.
Secondo l’economista di Dogliani, esistono le tasse «economiche» e le tasse «grandine».
Le prime sono quelle che il contribuente apprezza come utili perché ne vede un ritorno per sé e per la società in termini di servizi e anche di incentivi allo sviluppo economico. Sono tasse che fanno bene.
Quelle che Einaudi chiama invece «grandine», si abbattono sull’economia nazionale come la pioggia sulle coltivazioni: la deprimono, quando non la distruggono.
Sono concetti semplici.
Perché non si tengono presenti quando si amministra il popolo?
Maliziosamente siamo portati a pensare che le somme sottratte al contribuenti non finanzino tanto i servizi ed incoraggino l’economia, quanto un apparato ed una nomenklatura, che
ha fatto dello Stato un affare meramente privato, in funzione dei partiti e delle oligarchie che li rappresentano.

Fanny ed il terrorismo


Come si fa a criticare Fanny Ardant?

Se si fa è perché si è obbligati.

Un mito è difficile che crolli, nonostante gli errori commessi.

L’abbiamo fatto in passato, per essersi prestata all’interpretazione della protagonista del film “L’odore del sangue” di un celebre sconosciuto regista napoletano: mise a repentaglio il suo patrimonio d’intelligenza e di eleganza con scene insulse e volgarotte.

Oggi, che leggiamo le sue parole sul terrorismo, rimaniamo interdetti, soprattutto per gli echi fanatizzanti che può suscitare il suo dire un po’confuso.

Ma quando la vediamo sulle pagine dei giornali o in qualche replay televisivo, non possiamo fare a meno di passare sopra a qualche sua superficialità.

Come si fa a non sorvolare su imprecisioni, inesattezzea storiche o a qualche grossolana valutazione sfuggitale dalla bocca ?

Sì, Fanny rimane l’immagine peccaminosa ed accattivante della nostra adolescenza, la seduzione fatta persona, non bellissima, ma l’essenza stessa del glamour.
A lei si può perdonare tutto.

sabato, agosto 25, 2007

Un Parente (bruttino) di Sgarbi



Non conoscevo la persona dello scrittore Parente, se non dagli articoli che pubblica su vari quotidiani e settimanali, sorprendentti per le affermazioni non banali, ma neanche troppo originali, peraltro esposte con corretto linguaggio e forma brillante.

A vederlo in TV per la prima volta, mi ha sconcertato invece la somiglianza nella voce, nei modi e nella fisionomia con Vittorio Sgarbi.

Massimiliano Parente, ad onta del nome imponente, ha le fattezze più grossolane, i capelli irti come un riccio, ma se lo si sente parlare soltanto, senz'apparire in video, da' l'impressione di essere il fratello minore del celebre critico.

E' giovane e migliorerà senz'altro il suo approccio col pubblico: imparerà a misurare parole e concetti, quando la carica narcisistica avrà lasciato il posto ad una matura visione delle cose.

Per ora bisogna accontentarsi.

Non va al mare il giovane scrittore, poi è solidale con Pannella, e cita doviziosamente Leopardi.
Tre fattori positivi.

Ha gli occhiali rettangolari, la spuma nei capelli e agita braccia coperte da camicie sbottonate ai polsi.
Tre elementi negativi.

Il lato peggiore consiste, peraltro, proprio nell'imitare Sgarbi.
Lasci perdere quell'esempio, Parente. Il pubblico è già troppo paziente con il primo figuro, geniale e bizzarro, ma anche troppo ossessivo-compulsivo per potersi concedere un doppione, meno colto e bruttino.

Breve riflessione sul potere



Non c'è nulla di nuovo sotto il sole.


Quel che noi festeggiamo a metà di agosto, nacque al tempo dei Romani e quindi non abbiamo inventato nulla.

Favorito dal clima umido e da una pioggerellina pre-festiva, mi domando se tutto, ma proprio tutto, sotto altre spoglie, tenendo conto del procedere dei secoli, del progresso della scienza e dell'economia, non muti, sostanzialmente, nella vita dell'umanità, nell'organizzazione sociale e nella ricerca della libertà, o della saggezza o della temibile verità.

Ci vogliono intelletti lucidi e coraggiosi, perfino cinici, a dirci, di tanto in tanto, come stanno effettivamente le cose.
Ma chi ascolta personaggi di questo genere e quel che affermano serve a qualcosa?

Temo di no.

Ho la netta sensazione che i filosofi antichi o i poeti, gli scrittori o gli artisti, insomma il ceto che meglio sa interpretare la realtà, almeno secondo una convinzione consolidata, abbia sempre contato poco, anche nei confronti del potere, quello vero, e nei riguardi della comunità.

Costantemente nel tempo, una sparuta minoranza ha sempre esercito lo spirito critico e pochi, sistematicamente, ne hanno condiviso i princìpi e il loro perseguimento, nel corso della storia della società.

L'universo pullula di minoranze, vecchie e nuove, e la struttura degl'imperi e delle nazioni, delle città e degl'organismi, che le reggono, mutatis mutandis, è sempre quella.

Ed i cittadini devono adeguarsi.

Fortuna sarebbe se le élites fossero formate dagli uomini migliori, dagli aristocratici di aristotelica memoria, ma è poco probabile che queste opportunità favorevoli arridano in democrazie, dominate dal denaro, come accade, nonostante i proclami e le apparenze, anche nella nostra.

Vittorio Feltri, in un recente articolo, ha reso un impareggiabile servizio alla verità, facendo chiarezza sulla cosiddetta libertà di stampa, che da noi e negli altri paesi dovrebbe essere, ma non è, il presidio di tutte le virtù civiche e democratiche.

In realtà, nella storia d'Italia, dal mitico Corriere di Albertini fino alla corazzata Repubblica di Mauro, sono i gruppi imprenditoriali a foraggiare la stampa e a mantenerla in vita, per condizionare a proprio vantaggio la politica.

Se, da coerente capitalista, voglio ottenere più soldi per me e le mie imprese, compro un giornale, scelgo un buon direttore e mobilito le energie intelligenti, per raggiungere, con la classe politica del momento,gli strumenti più adeguati allo scopo.

Albertini con il Corriere erano stati coltivati dalla Famiglia Agnelli ed altri industriali, per venire a patti con Mussolini ed il Fascismo.

L'avvento di Veltroni, sostenuto da Repubblica, sta a cuore a De Benedetti per meglio sostenere le proprie iniziative economiche.

Il resto è favola.

Né ideali, né palingenesi, né rinnovamenti del costume e della politica: solo una lotta per il potere.

Sicché anche i giornali sono partiti, muovono il pubblico dei lettori per fini che sfuggono alla maggioranza.

Altrettanto dicasi per gli altri mass-media, non escludendo il web.

Rassegnamoci.

Le mie amiche rumene


E' da qualche anno che annovero amiche rumene.

Amiche, credo di poter dire, nel senso più vero della parola. Vicine nel momento della necessità, quando neppure parenti stretti mi sono stati vicini.

Solidali e concretamente presenti nell'alleviare incombenze non facili né gradevoli.

Pronte a rispondere ai miei richiami di collaborazione per superare le difficoltà: disponibili a dare una mano senza riserve e con disinteresse.

Lavoratrici infaticabili si direbbe, ma oberate da ore interminabili per fare ciò che né dentro casa né fuori ormai nessuna delle nostre connazionali è più disposta a fare. Senza grilli per la testa e con la fedeltà a valori indelebili nella civiltà contadina del loro paese: valori un tempo praticati e condivisi anche dagl'italiani di un tempo.

Oggi g'italieni sono troppo ricchi di pretese e di ambizioni fasulle per apprezzare la semplicità di un gesto, il sorriso ingenuo, la voglia di vivere autentica.

Quanto alle nostre donne, la situazione si fa ogni giorno più problematica, specialmente per le nutrite schiere di femminucce accompagnate da madri anelanti ad un posto di velina, per le loro bambine, come supremo ed irrinunciabile traguardo dell'esistenza.

Le mie amiche, domenica scorsa, mi hanno risolto un problema di tinteggiatura, che non avrei sperato di risolvere se avessi confidato nel lavoro dei miei connazionali.

C'era da rimanere strabiliati per l'attenzione, la cura, lo scrupolo, l'impegno e la volontà di fare bene.
Alla fine dell'opera non credevo ai miei occhi: erano riuscite a fare in un giorno (festivo) quello che, in tanti mesi di attesa e vane promesse, non ero riuscito ad ottenere da nessun altro.

Una magia, come se avessero avuto la lampada di Aladino.

Grazie amiche indissolubili.

mercoledì, agosto 22, 2007

Pre-Politica


Credo che sia stato Massimo Fini a parlare di valori pre-politici.


Naturalmente l'anteriorità al mondo del potere puro e semplice com'è venuto determinandosi nella società moderna ha una storia ben precisa e significati pregnanti, che non hanno nulla a che fare con il cosiddetto qualunquismo o con altr termini equivalenti e più o meno vaghi.

Mi pare però di poter dire che con il crollo delle ideologie un ritorno a categorie antropologiche o morali sia oggi più facile e che questa novità consenta di ragionare più liberamente e fuori dagli schemi che gl'ismi di tutte le specie avevano, per lungo tempo, imposto anche alle persone cosiddette colte o a coloro che hanno fatto sempre buon uso del proprio spirito critico.

Mi viene in mente la tesi contraria all'impegno politico degl'intellettuali organici, tanto saldamente propugnata da Julien Benda, negli anni intercorrenti tra le due guerre mondiali, e che sarebbe opportuno rimeditare, sulla scorta di questa nuova esigenza: l'abbandono della politica come regolatrice suprema della vita sociale, tanto da costringere un po' tutti a doverne tenere conto ineluttabilmente e a sottomettervisi come se si trattasse di un male necessario e inevitabile.

La pre-politica non è da affiancarsi all'antipolitica, che costituisce una reazione sempre più allargata alle malefatte dei partiti e delle oligarchie al potere da parte di fasce sempre più ampie di cittadini traditi dai propri rappresentanti, in quanto la politica come arte del possibile rimane insostituibile, ma si definisce come un livello più alto per valutare la vita ed il mondo, facendo a meno d'indossare le lenti colorate di questo o quel movimento ideologico.

E' la riscoperta dell'uomo nella sua integrità e nei suoi bisogni essenziali, nella ricerca della verità senz'aggettivi, nell'ascolto di richiami spirituali che superino la pratica quotidiana dell'utilitarismo e dell'opportunismo sociale.

Non mi faccio illusioni sulla coscienza e la maturità della società odierna, ma ritengo che, come un sasso gettato nello stagno, gli stimoli derivanti dall'etica nel senso più ampio della parola, dall'estetica e dall' aspirazione alla conoscenza non limitata dai dogmi soffocanti del neopositivismo, in tutti campi del sapere, e la stessa concreta realizzazione della libertà della persona e di quelle che, un tempo, venivano denominate comunità intermedie, senza vincoli di apparati o burocrazie, possano servire a sottrarre alla banalità e al conformismo di massa quanti sentano di doversi riappropriare dell'originaria umanità
.

martedì, agosto 21, 2007

Ambiguità clericale e sciopero fiscale











Il discorso di Tarcisio Bertone, al meeting di Rimini, è un caso esemplare di ambiguità clericale, che avrebbe potuto esser fugata con precisazioni e richiami a quella che, tradizionalmente, è stata la posizione della Chiesa in
materia, felicemente sintetizzata dal salmaticense Pedro Fernandez de Navarrete, fin dal Rinascimento, con la frase:
"Il solo paese piacevole è quello in cui nessuno teme gli esattori".


Di questa mancata chiarezza ha subito approfittato il premier volpone,
aumentando la confusione e l'incertezza, dopo l'indebita appropriazione delle
parole del cardinale da parte della Lega. Ma tant'è. Nel paese dei tatticismi e
dei trasversalismi, dei trasformismi e degli equilibrismi, c'è poco d'aspettarsi
perfino dall'Istituzione ecclesiastica, storico contraltare dello Stato, la quale,
in quest'occasione, per non pronunciare parole chiare, probabilmente
avrebbe fatto bene a tacere sull'argomento.


Avrei preferito che il centrodestra, nel suo insieme, avesse proposto
programmaticamente un'alternativa al sistema fiscale dell'attuale Governo,
da portare all'attenzione dell'opinione pubblica, ribadendo quei principi
"rivoluzionari", posti alla base della "disobbedienza civile" teorizzata da Miglio
e Thoreau, ed estremamente utili a preparare un'azione politica diretta a
realizzare una più equa distribuzione delle risorse pubbliche ed un apparato
amministrativo rinnovato ed efficiente, sottraendo al Moloch statale,
regionale, locale, le inesauribile le fonti di sperperi e disservizi.


I cittadini non vogliono slogan od operazioni di marketing od interventi di
chirurgia estetica col contributo delle vispe terese di turno (tanto
appariscenti quanto fallaci), ma di un piano di riforme sostanziali, che li
induca a non cedere alle tentazioni dell'antipolitica, né a mantenerli succubi
dei poteri forti, che trovano insuperabile espressione in questa classe
dominante.

giovedì, maggio 03, 2007

Italia che fu









Uno dei capolavori interpretativi di Totò, L'oro di napoli, tratto dall' omonimo libro di Giuseppe Marotta,trasmesso in occasione del 1° maggio, dà un'idea precisa dell'evoluzione del costume e, ahinoi!, dei sentimenti di un tempo, neppure tanto lontano, ma che appare ad una distanza stratosferica dalla società dei nostri giorni.

Ottimo film ad espisodi,che richiama gli eccellenti racconti di un grande scrittore, che dipinge una Napoli scomparsa, in cui però la genialità, la saggezza,la filosofia di vita di un popolo si ritrovano in una sintesi emblematica di un periodo storico e culturale ormai tramontato.

Il cinismo appena accennato, un ingrediente minimo mescolato con un senso d'umanità prevalente, ora ha la dilagante prevalenza in tutto il paese e sembra pervadere le giovanissime generazioni.

L'Italia che fu con la Napoli che fu accendono curiosità e nostalgia per una civiltà povera ma ricca di sentimenti.

Un patrimonio di umanità disperso col consumismo e l'aridità del voler apparire più che del voler vivere un'esistenza autentica.

Che cosa avrebbe detto Peppino Marotta a vedere una città-paradigma degredata ad una babele stracciona ed un'Italia percorsa da bande di barbari?


mercoledì, maggio 02, 2007

I ragli degli asini







La festa del primo maggio con la presenza a piazza S.Giovanni, nel concerto serale, del mitico Chuck Berry, prometteva bene per tutti i partecipanti all'ormai consueto appuntamento nazionalpopolare, alla presenza dei massimi stereotipati esponenti sindacali, del Commendator Rossi e di Madame Gerini...

Si era ben disposti verso tutto quel che poteva accadere sul palco, accettando di buon grado, da parte degli organizzatori e dei comprimari, quegli strappi necessari a contestare la regola del lavoro quale fatica quotidiana per sottolineare un certo ribellismo di maniera con qualche trovata eclatante pour épater les bourgeois, ormai tipico connotato della manifestazione.

Ma quest'anno, checché ne dicano i registi dell'operazione, poi dissociatisi come animelle incolpevoli, si è voluto andare oltre nel campionario del cattivo gusto, toccando livelli ancora più bassi e volgari, rispetto agli anni precedenti.

Chi poteva svolgere meglio il compito di degradare la festa a triviale espressione da suburbio se non un illustre sconosciuto, come questo Andrea Rivera, fiore all'occhiello della classe degli asini, che nel mese di maggio raggiungono i ragli più stonati?

Costui, in un panorama di spettacoli pubblici sempre più beceri e banali, penosamente affollati da presentatori senza qualità, andava evidentemente cercando la facile notorietà, che solo la televisione, di stato o no, può a dare ad emeriti sconosciuti e semi-analfabeti.

Che cosa mai poteva inventarsi questo giovanotto, senza passato e senza avvenire. per porsi alla luce della ribalta, in un mondo sempre più omologato verso il basso, all'insegna dell'ignoranza e del trash?

Ovviamente, qualche frase fatta per colpire il più comodo bersaglio per chi voglia oggi apparire rivoluzionario senza esserlo: la Chiesa Cattolica.

Ed ecco allora, in perfetta scimmiesca imitazione degli scientisti più ottusi, richiamarsi a Darwin per definire il Vaticano retrogrado e al servizio della Reazione, pur non avendo nel proprio misero bagaglio di conoscenze, il benché minimo ammaestramento di fede e di dottrina, dopo le nuove strade apertesi con le minacce ed il proiettile inviati a Mons. Bagnasco, al quale hanno ritenuto di dare la propria solidarietà perfino uno dei massimi assertori dell'ateismo scientifico e militante come il Prof Odifreddi.


Quali conseguenze puoi avere se lanci un altro po' di sterco contro la religione, in questo paese di opportunisti e banderuole, pronto a schierarsi sempre col più forte nel momento del tracollo, e ad apparire a babbo morto, comunque, uno strenuo combattente per la libertà, senza mai aver sollevato un dito per conquistarla effettivamente?

"Gl'italiani corrono in soccorso del vincitore....." come sottolineava profeticamente Ennio Flaiano. Ora che trionfante è la secolarizzazione da un lato ed il fanatismo islamista dall'altro, non si corrono rischi di alcun genere ad insultare il Papa di Roma.

Anzi, si può perfino essere incoronati come eroi.

Chi scrive è un laico, agnostico e libertario. Una precisazione indispensabile per capire che è solo la pratica della furbizia a fare orrore a chi non segue la corrente.

E dunque non c'è da stupirsi, né da indignarsi di fronte ad un ulteriore esempio di maramaldismo.

La progressiva crescita dell'analfabetismo scolastico, dalla primaria all'università, fa della nostra nazione il fanalino di coda nell'istruzione in campo europeo.

Se oggi si apprezza lo studente che al liceo è ancora in grado di formulare un verbo al condizionale, ci si può allarmare se un qualsiasi show man da periferia sottosviluppata, salito su un palcoscenico, possa, con aria presuntuosa e piglio da venditore di terracotte, inveire contro il cattolicesimo ed il Pontefice?

C'è da scandalizzarsi se questo tapino abbia la presunzione d'impartire ad un'istituzione millenaria lezioni teologiche sull'interpretazione del verbo e la sua applicazione ai casi concreti, anche se politicamente eclatanti ed utilizzabili per fini propagandistici, come quello del povero Welby o del dittatore Pinochet o di qualche bandito della Magliana?

Che cosa può saperne un tizio, che nella migliore delle ipotesi si è formato a qualche scuola di partito ed ha sveltamente appreso, per fare carriera, il politically correct, cioè la più semplice delle vie per ottenere fortuna nella patria del conformismo?

Lasciamo che i ragli salgano al cielo. I balbettamenti di questo povero di spirito saranno presto travolti dall'oblio.

Chuck Berry avrebbe, però, meritato una presentazione migliore!








martedì, maggio 01, 2007

Il sesso fa bene

















Avevamo intuito qualcosa al riguardo, ma ora ricerche scientifiche adeguate al'importanza (straripante) del tema ce lo hanno confermato: il sesso fa bene.

Gli esperti, medici e biologi, farmacisti e psicologi, con i testa la dottoressa Alessandra Graziottin del S. Raffaele di Milano, dicono di tenerne conto per la salvaguardia della propria salute fisica e psichica e... morale (aggiungiamo noi, perchè - quando il nostro organismo è in ordine - anche l'etica se ne avvantaggia: basti pensare che abbassando il livello di testosterone nel sangue, diminuisce sensibilmente, fin quasi a scomparire, la nostra aggressività).

C'è anche una durata ottimale, trenta minuti al giorno, per le pratiche del settore e sarà bene tenerne conto quando ci dedichiamo ad esso. Meno tempo sarebbe insufficiente, mentre più tempo diverrebbe eccessivamente impegnativo, almeno per noi occidentali.

Insomma, né l'usa e getta, né lo stakanovismo fanno bene ai nostri ormoni, ma ognuno può regolarsi come crede: l'importante è farlo!

Ma l'attività di cui parliamo è utile anche come test per valutare il proprio benessere,evitando lunghe e costose indagini cliniche e di laboratorio.

Perché?

Questo è l'altro aspetto interessante, scoperto dagli scienziati.

Se l'attività sessuale si svolge secondo i ritmi canonici e raggiunge il risultato previsto, vuol dire che il cuore, il fegato, i reni, la milza, gli zuccheri e l'adrenalina, la circolazione venosa ed arteriosa, le articolazioni e tutti i cinque i sensi funzionano regolarmente: si è in buona salute.

Che vogliamo di più e di meglio?

E allora, coraggio.

Cerchino di reagire, gli uomini, all'assopimento sempre più diffuso del desiderio e della libido, di fronte all'esercito pletorico di ragazze smutandate (per usare un termine forbito della bontonista per eccellenza, Lina Sotis), di ombelichi roteanti e natiche rutilanti, esibiti sfacciatamente da femmine, di qualsiasi età e condizione sociale, pronte a catturare l'attenzione di maschi predatori, anche e soprattutto, in misura inversamente proporzionale alla bellezza dei proprio aspetto, vieppiù somigliante, a quello di oranghe, scimmiette e bertucce.





venerdì, aprile 27, 2007

Mobbing femminile









E' già da qualche anno che la parola mobbing sta avendo fortuna, almeno come indice di un fenomeno che avanza in tutti i settori della vita sociale.

Lo strano è che il suo uso si accompagna alla conquista di spazi sempre più ampi da parte dell'aggressività femminile.

Ora, lo strapotere di ceti erroneamente considerati deboli non è neanche troppo preoccupante per chi, come il sottoscritto, considera le donne il sale della vita e le vere custodi dei valori virili, un tempo riservati ai soli uomini.

Dopotutto, è stata la rinuncia dei maschi ad esercitare le proprie prerogative a dare spazio al rampantismo muliebre e quindi non è il caso di lamentarsi.

In campo sessuale, inoltre, quest' ondata di machismo alla rovescia aiuta molto le persone pigre ed apre nuovi spazi alle conquiste di cuori solitari, desiderosi di nuove unioni, senza l'impegno complicatissimo da destinare a corteggiamenti, un tempo, lunghi e defatiganti.

Quel che non va bene è invece l'esercizio della violenza a danno dei poveri mariti o sfortunati partner, all'interno della famiglia o delle convivenze di fatto.

C'è un allarme crescente, specialmente tra i padri che hanno perso qualsivoglia funzione all'interno del gruppo familiare, proprio a causa del mobbing esercitato brutalmente e con crudele sistematicità da mogli o compagne virago, raggiungendo livelli di parossismo inimmaginabili.

Uomini denunziati al "Telefono azzurro", finiti sotto le grinfie del Tribunale dei minori con le accuse più infamanti, che vanno dalle lesioni alle molestie sessuali e agli stupri, il più delle volte rivelatesi perfidi strumenti di vessazione, per conseguire l'allontamento dei malcapitati dalla casa e dai figli.

Episodi di persecuzioni sempre più raffinate costituiscono ormai una fase consueta alla separazione, grazie all'opera di femmine scatenate e feroci.

Un povero disgraziato, ad esempio, si è salvato miracolosamente dall'azione corrosiva dell'acido muriatico, sparso, dalla sua ex, sul sedile della propria auto, nel tentativo d'incendiargli le parti intime, al fine manifesto di comprometterne le capacità riproduttive.

Qui si esagera col mobbing e non si tiene conto che sussistono altre possibilità di indirizzare più amabilmente gli eroici furori.

Per favore signore e signorine, evitate di accreditare l'idea che il peggior difetto della donna, come s'insinua troppo spesso, sia quello di credere di avere sempre ragione!

giovedì, aprile 26, 2007

Sigfrido Bartolini









"Sigfrido Bartolini è stato pittore, incisore, critico, scrittore ed insegnante. Era nato a Pistoia nel 1932. Si è formato a Firenze, all’Istituto d’Arte. Dal 1947 ha cominciato a esporre i suoi dipinti in numerose mostre in Italia e all’Estero, ha eseguito bozzetti per il teatro, ha scritto articoli di critica d’arte e saggi, e si è dedicato alle incisioni. Nel 1983 ha curato un’edizione di Pinocchio, illustrandola con oltre 300 xilografie. Le xilografie sono state esposte negli Anni Ottanta in Francia, Germania, Grecia, Italia. Sue opere grafiche si trovano al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze e alla Biblioteca Vaticana di Roma. È morto a Firenze il 24 aprile 2007."

*****


Le scarne notizie biografiche, tratte dal comunicato della casa editrice Polistampa, non rendono onore alla complessa personalità dell'artista, formatosi alla scuola dell'indimenticabile Ardengo Soffici, né al carattere dell'uomo, alle sue qualità, al suo talento d'incisore, pittore, critico d'arte e scrittore, a cui mi legava una profonda amicizia, nonostante le differenti generazioni.
Una volta conosciuto non poteva mancare l'apprezzamento alla sua chiarezza morale ed intellettuale, alla sua schiettezza di vero toscano, al suo anticonformismo, al suo radicato attaccamento alla tradizione in campo culturale.
Mi duole ricordarlo a poche ore dalla sua scomparsa, mentre avrei voluto dedicargli parole meritate di stima e di affetto in sua presenza, durante la sua laboriosa ed infaticabile esistenza.
Purtroppo le circostanze della vita ci hanno tenuto lontani e non ci hanno consentito una frequentazione assidua come la squisitezza della sua persona, il gusto aristocratico e popolare insieme avrebbero meritato.
Ho due quadri, contrassegnati da dediche sobrie e preziose per l'attenzione che sempre poneva nel significati delle parole, espressione della sua palpitante creatività e del suo ingegno pittorico, che testimoniamo l'impronta indelebile della Toscana, come microcosmo universale.
Una volta mi disse che il segreto per apprezzare un'opera era sentirsene compartecipe.
"Se ti piace e la senti nell' anima vuol dire che vale".
Dette da da lui, che era uno spietato ed immacolato scopritore di truffe ed un critico competente e rigoroso, queste parole risuonano come un insegnamento kantiano (un filosofo con cui aveva attinenze insospettabili in campo morale ed estetico).
Le sue mani erano consunte dal lavoro artigianale, scrupolosamente eseguito con metodo antico, al fine di ricavarne incisioni uniche, imperdibili, superbe per nerbo e capacità rappresentativa (basta riferirsi al capolavoro delle illustrazioni del Pinocchio di Collodi e alle incisoni dedicate alle tematiche religiose).
Adesso riposa in un cielo ricoperto dei colori dei suoi quadri, soffusi di malinconia e segnati dalla passione per la purezza e la semplicità.
"La vera aristocrazia ha l'onestà dipinta in fronte" diceva Mozart.
Queste parole mi sembrano oggi le più appropriate per ricordare la sua vita.
Addio Sigfrido.


martedì, aprile 24, 2007

Lotta alla povertà


In attesa degl'inevitabili vantaggi economici, legati ai progressi del mercato cinese, il governo di quel paese procede, con determinazione, a sperimentare nuove soluzioni contro la miseria, tuttora presente in larghe plaghe dell'impero del drago.

Come noto, le famiglie non abbienti hanno diritto ad un solo figlio.

Chi concepisce in sovrannumero deve assoggettarsi all'aborto di stato fino al nono mese di gravidanza.

Mao, all'epoca de "Il numero è potenza", aveva assicurato una ciotola di riso per ogni cittadino.

Nell'era della globalizzazione, si vuole creare la società dei consumi, nella quale non è bene, se non si può spendere, affacciarsi alla soglia del mondo.

La rivoluzione culturale, è comunque ancora in cammino.

Sempre nel nome del cosiddetto "interesse generale" (concetto privo di significato concreto, ma denso di fascino misterioso, sia in occidente che in oriente), si è passati dall'anticapitalismo al darwinismo sociale.

Non sarà più il puro proletario a sopravvivere, ma il puro consumatore.

Chi ha detto che non si combatte la povertà ?

giovedì, aprile 19, 2007

Divorzio con querelle


L'emerito giudice si occupa di un caso abbastanza frequente in tempi di crisi dell'istituto matrimoniale: "divorzio con querelle".

Vale a dire disputa su un assegno divorzile richiesto da Lei a Lui, all'atto della richiesta di scioglimento consensuale del matrimonio da parte del marito.


L'unione consacrata dalla legge è durata sei anni, la separazione dura da cinque, ma, anche se i due ormai s'impipano uno dell'altra, questi anni si sommano ai precedenti. In totale quindi sono undici anni di vincolo, che pesano sulla sentenza di divorzio, insieme con la dichiarazione dei redditi di ciascuno dei coniugi.


Orbene, la donna dopo aver perso il lavoro con una liquidazione di diecimila euro, ne ha trovato un altro da seicento euro mensili.

All'atto della separazione il marito le ha già donato la metà dell'appartamento acquistato in comunione per un valore di duecentocinquantamila euro (valore complessivo dell'abitazione, quindi, un miliardo di vecchie lire).

L'uomo (si tratta di una coppia eteresessuale) aveva il vizio di ammirare altre donne, sicché la moglie, indispettita, decise di metter fine al rapporto coniugale, chiedendo la separazione (ma non l'assegno di mantenimento, in quanto, al momento della prima decisione, ella lavorava e non riteneva dovuto né decoroso farsi mantenere dallo sposo).

Si sappia che ancora oggi chi ha tendenze eterofedifraghe ha il destino segnato.
Per sempre.

Chi guarda un uomo e si accorge di avere una certa omofilia è forse più giustificato di chi guarda le donne, e prova ad intrattenere una relazione biblica con loro?

Andatelo a chiederlo a Cecchi Paone, che ha lasciato la moglie per un compagno, magari senz'assegno di mantenimento per la sua ex, neanche a titolo d'indennizzo morale.


Il consorte, inoltre, svolgeva un'attività d'imprenditore edile
ed è un altro neo.

L'edilizia è un campo delicato, tanto che, per evitare il fallimento dell'azienda, fu costretto a chiuderla.

E' vero che diede le giuste liquidazioni agli operai e che divenne dipendente della ditta acquirente le sue proprietà, per non esser dichiato fallito e farla comodamente franca con creditori e collaboratori.

Ma, siccome titolare della nuova impresa è la sua attuale compagna (prossima madre di un figlio concepito in comune), l'ex imprenditore è gravemente sospetto, e cumula su di sé un altro fattore controproducente in questa complessa materia.

"Vuoi vedere che il furbetto si sta costruendo un'altra esistenza (non solo sentimentale, ma anche patrimoniale), in vista del divorzio?"
E' la domanda che sorge spontanea sulla bocca dei più.

Insomma:
questi comportamenti puzzano lontano un miglio di manovre diversive nei confronti della legittima (anche dopo anni cinque di vita separata) consorte e sorge impellente la necessità di castigare.

Non importano l'appartamento regalato e che la donna quarantaseienne abbia un cespite, non proprio misero, lavorando.

Interessa invece il ruolo dell' uomo, il quale pensava di avere il diritto di starsene tranquillo, dopo aver sistemato le proprie obbligazioni naturali verso la moglie, all'atto della separazione, ed, in procinto di diventare padre, riteneva di non dover versare il dazio per un nuovo matrimonio.

E No!

Vuoi scioglierti dai ferri? Ebbene paga.

La sentenza, considerando la prima moglie parte debole, nonostante una sinecura di cinquecentomila euro ed una retribuzione di seicento euro al mese, le attribuisce un assegno di ulteriori seicento euro mensili.

Così è deciso.

Ben fatto, così impari a divorziare, uomo ingenuo e speranzoso...

Eppure, il grande Pietro Germi l'aveva ben individuata, in uno dei film più famosi, la via italiana al divorzio...


Il matrimonio in Italia è, soprattutto, un'assicurazione contro la vecchiaia.

Occorre ricordarselo prima di sposarsi e prima di divorziare
.

domenica, aprile 15, 2007

Caro Totò








Sono passati quarantanni dalla scomparsa del nostro più grande attor comico, multiforme talento dello spettacolo.
Tutto il mondo magnifica Chaplin?
Noi abbiamo Toto', che non invecchia e rappresenta vizi e virtù degl'italiani nella maniera più aderente alla realtà.
Sì, è vero, siamo un popolo alla ricerca della propria identità, ma inevitabilmente legato a quanto di autenticamente nobile e plebeo è presente da secoli nel nostro Dna.
Peccato che i decenni trascorsi dalla scomparsa del Principe De Curtis, figlio clandestino, ma genuinamente nobile, quanto a sentimenti, gusti, ironia e saggezza come un antico Borbone, siano stati terribilmente sconvolgenti per le nostre radici.
Quell' indimenticabile personaggio aveva avuto il merito di rappresentare i vari aspetti della nostra società, sia al nord che al sud, onesti o disonesti che fossero, riuscendo a darne un ritratto unitario, proprio come gli sforzi collettivi del secondo dopoguerra, negli anni della ricostruzione e del miracolo economico (e no) avevano modellato una struttura sociale complessivamente solida e ben caratterizzata dalla persistente distinzione tra bene e male.
Era chiara allora la differenza tra furbi e fessi, napoletanamente intesi e riportati scrupolosamente nel "Codice della vita italiana" da Giuseppe Prezzolini:la nostra comunità rimaneva ben ancorata a principi positivi, semplici, ingenui e chiari per tutti.
Oggi tra le rovine di quel tempo, si aggirano soprattutto volpi e iene pronte a ghermire, sghignazzando, qualsiasi preda, pur di raggiungere i miseri status symbol, a cui ci siamo fin troppo abituati, nel segno del compromesso e della confusione delle lingue.
Gli esempi portati nello schermo da Totò rappresentavano categorie umane eterne, indissolubili e soprattutto infungibili.
Oggi tutto questo sembra dimenticato ed ognuno è fungibile, in nome del successo fasullo, conquistato a qualsiasi prezzo.
Quelli che un tempo erano gli eroi, sono stati relegati ai margini della memoria comune, per lasciare il posto ai miti capovolti dello starsystem.
Non certamente alla maniera degli atleti greci classici, dediti con sacrificio alla conquista di traguardi di fama e considerazione generale, le generazioni attuali sembrano privilegiare, nei loro orizzonti, l'accesso al "Grande Fratello", come baluardo da possedere per raggiungere la celebrità senza fatica, fosse solo per un giorno, ed entrare trionfalmente nel tritatutto massmediatico.
Totò apparteneva ad un altro mondo, dove la nobiltà naturale aveva ancora un valore indefettibile.
Per questo che non tramonterà mai.
Nonostante l'evoluzione del costume, i suoi film attirano, divertono ed insegnano senza intellettualismi.
Forse un segno di sopravvivenza dell'originario genoma.


sabato, aprile 14, 2007

Sua Maestà, ci faccia il piacere!


Vittorio Emanuele di Savoia è intervenuto alla televisione per parlare delle vicende giudiziarie iniziate a Potenza e non ancora concluse, nel tentativo di ristabilire la propria immagine, dopo la catastrofica ondata di pettegolezzi ed accuse che l'ha travolto alcuni mesi fa.

L'impressione suscitata dal principe non è stata quella che ci si sarebbe aspettati dall'ultimo custode della monarchia sabauda, che, nel bene e nel male, ha contribuito in maniera determinante alla realizzazione dell'unità d'Italia.

Ci scusiamo nel dirlo, ma l'esibizione è stata semplicemente penosa ed ha quasi (avverbio da usare per carità di patria, perché oggi parlar male dei Savoia è come sparare sulla Croce Rossa) del tutto dissolto il residuo patrimonio di credibilità dell'antico casato.

Ostacolato da una conoscenza approssimativa della lingua italiana e da una erre moscia su cui incespica ad ogni pie' sospinto, proprio come un nobile decaduto, con levità degna di miglior causa, e per niente aristocratica, egli ha riferito delle battute goliardiche, riportate nelle intercettazioni telefoniche e dei suoi gusti sessuali (portandolo a dire, scherzosamente, al magistrato inquirente che lui è, semplicemente, un maniaco ).

Non è mancato l'atteggiamento vittimistico, allorchè ha ricordato di esser stato tratto in inganno (sottraendolo ad un appuntamento semi- mondano piuttosto importante) da alcuni sbirri, i quali lo hanno, manco a dirlo, oltraggiato, trasportandolo, fino a Potenza, su un'auto piccolo- borghese come la Uno.

Per finire, poi, indecorosamente dentro il carcere lucano, contornato da curiosità ed attenzioni da parte di secondini e visitatori, ai quali, come passatempo, rilasciava autografi ed attestazioni di simpatia, nel più puro ed inconfondibile spirito regale.

L'anziano rampollo ha tralasciato, per fortuna, di approfondire il tema dei rapporti familiari, dalla moglie alla sorella al cugino, limitandosi a sottolineare la propria superiorità, su tutti e tutto, con sonore risate ed affettata nonchalance, riaffermando, peraltro, che quanto da lui stesso subito non ha prodotto alcun rancore od acrimonia nell'animo suo.

Alla fine dell'apparizione, penso siano stati in molti a chiedersi come sia possibile allestire, in una manciata di minuti, una così grottesca manifestazione d'insipienza, mettendo in luce una personalità talmente inconsistente e sprovvista di senso della realtà, da far rimpiangere la rivoluzione francese e la ghigliottina, anche per chi, come il sottoscritto, non ha mai avuto eccessive simpatie per i giacobini.

Sua Maestà ci faccia il piacere: la prossima volta rimanga a casa!

mercoledì, aprile 11, 2007

D'Annunzio e poi?















A rileggere "Il piacere" c'è da restare meravigliati dalla ricchezza del linguaggio e dalla capacità espressiva di Gabriele D'Annunzio.

Seppure ci s'impegni di trovare scrittori con gli stessi pregi, la forza evocativa di sensazioni, sentimenti, impressioni, emozioni, l'inconfondibile stile descrittivo di ambienti e persone e la penetrante analisi dell'animo umano, nella decadente società del novecento, non si trova l'eguale.

Beninteso, non considero il poeta pescarese un grande, un genio delle lettere, ma semplicemente un autentico artista della parola, vale a dire un maestro di tecnica dello scrivere, un talento che domina la lingua italiana, la forgia, adattandola a tutte le esigenze, con impareggiabile abilità, per raggiungere esiti formali di superba bellezza.

Tratte dalla sua vastissima produzione, rimangono nella mia memoria di ex liceale, in un tempo in cui l'antidannunzianesimo era la regola, come simbolo d'intensa sensualità le rime pagane della "Pioggia nel Pineto", ma ritengo che sarà doveroso riferirsi alle molte sue opere come testimonianza ineccepibile di un'epoca controversa e complessa della nostra storia.

A riflettere sulle donne descritte da Andrea Sperelli, nel romanzo citato, c'è da chiederesi se, ancora oggi, ci sia da scoprire qualcosa di nuovo dell'universo femminile più intimo, tante sono le sfaccettature della personalità muliebre, che
il vate ha saputo cesellare con dovizia di accenti, acutezza e perspicia di fine psicologo.

Al confronto la messe di manuali, saggi e scritti di vari specie e natura che affollano da decenni le librerie del mondo letterario o scientifico, non apportano alcuna originale idea sulle categorie dell'eterno femminino, visitate e rappresentate da questo inimitabile personaggio, che ha saputo incantare e stupire generazioni d'italiani ed europei, quasi fosse un novello Oscar Wilde o un intramontabile Capitano di ventura.

Quali altri esempi di letterati eruditi e creatori del mito fondato sul principio della vita come opera d'arte avete incontrato dopo di lui?




lunedì, aprile 09, 2007

Una Pasqua vera









Erano anni che questa festa non risaltava davanti ai miei occhi.
Mi era parsa una ricorrenza destinata a tramontare nel bailamme contemporaneo, fatto di consumi eccessivi e di viaggi esotici e spensierati verso l' Estate , considerata l'unica stagione vivibile per le specie moderne, evolute e presuntuose, in forsennata ricerca, ovunque sia della superficialità e dell'effimero, le sole riconosciute religioni delle società opulente e vuote.
Non che certe abitudini siano mutate.
Sciami d'inconsapevoli turisti per caso svolazzano da una parte e dall'altra del globo, alla ricerca del mare e delle spiagge, in anticipo sui tempi naturali, perché così dettano le mode e così fanno le persone importanti .
Ma qualche segnale diverso proviene dalla gente comune e semplice, tuttora esistente, seppure non sia calcolata dal cosiddetto immaginario collettivo, composto di miti fasulli, vallette e calciatori, politicanti e riccastri, affaristi d'accatto, costituenti il nostro universo possibile, grazie a certe televisioni e riviste, e a tutti gli strumenti della bassa e volgare comunicazione.
Io ho ricordi precisi della mia infanzia, trascorsa, dall'asilo alle scuole elementari, presso l'illustre "Istituto S.Vincenzo" - dove, dalla madre superiora, proveniente dalla Svizzera, fino alle consorelle insegnanti, tutto il tempo era dedicato alle varie branche del sapere, all'educazione ed ai forti richiami del cattolicesimo, ma anche al divertimento senza fronzoli e alla socializzazione senza distinzioni di censo o di classe, in un ambiente armonioso, ordinato e un po' severo, fuori dal tempo e dallo spazio, compiutamente racchiuso tra la cappella, i giardini, le aule, il teatro, il refettorio e la statua della Vergine, amorevolmente scolpita in un candido marmo, contornata da gigli sempre in fiore e collocata all'entrata dopo l' alto cancello attentamente lavorato nel ferro.

I ricordi e l'immagine della mia Pasqua sono legati a quel periodo.
Letizia, gioia, allegrezza suscitavano il suono delle campane, finalmente sciolte dal dolore del lutto, all'alba della resurrezione.
Ora che si parla di credenti non cristiani , quella festa appare lontana e irripetibile.
Le vicende dell'esistenza mi hanno in seguito portato allo scetticismo e al dubbio, ad una concezione laica della vita, ma con un profondo rispetto per lo spirito religioso.
Quest'anno, però, una sensazione nuova affiora, l'antica ricorrenza nella sua verità eterna sembra rinascere, si ha l'impressione di una palingenesi delle coscienze ammaestrate dalle parole di un Papa, che ha lo sguardo rivolto alla tradizione più risalente, ed è fermamente intenzionato a riaffermare i princìpi ultramondani della dottrina.

Sono dunque grato alle manifestazioni di un segno diverso, in controtendenza rispetto allo scontato cammino della Storia, finora contrassegnata da una globalizzazione priva d'identità e di significato, che consuma tutto o nel troppismo del benessere, o nella miseria senza riscatto.
Credo che l'esempio, anche minoritario, di una chiesa orgogliosa di se stessa abbia in sé un valore positivo, per tentare di sottrarsi al totalitarismo monocorde della secolarizzazione e alla massificazione dell'uomo.

Viva la Pasqua
.

martedì, aprile 03, 2007

Bocca il provinciale



Su "L'Espresso" , leggo un articolo di Giorgio Bocca, dedicato ai nuovi ricchi e alla decadenza del nostro paese, nonché l' intervista in cui rievoca le speranze e le istanze dell'Italia degli anni ottanta, descritte ne "Il provinciale", libro ristampato di recente, del quale sottolinea le illusioni sulla rigenerazione dell'Italia e della classe dirigente, con affermazioni totalmente pessimistiche se non catastrofiche sulla realtà di oggi.

Difficile dare torto al giornalista piemontese, protagonista acuto e fortemente impegnato nella vita politica e culturale dell'ultimo cinquantennio, quando - a bilancio della propria attività di militante - finisce con l'osservare come siano stati dei fallimenti la resistenza, le esperienze istituzionali del dopoguerra, durante gli anni della democrazia cosiddetta "parlamentare," fino ai giorni nostri.

Ma la distruzione dei miti, coltivati nell'animo suo e in quello della generazione allevata nella lotta partigiana, da che cosa deriva in particolare?

Saremmo tentati di dire esclusivamente dal carattere degli italiani: non a caso la rubrica di Bocca s'intitola l'Antitaliano.

E' senz'altro vero che - dopo il tanto celebrato miracolo economico degli anni sessanta - il nostro popolo ha mostrato sempre più vistosi segni di cedimento ad una logica scarsamente comunitaria, disperdendo nel nulla quel che rimaneva del senso dello Stato ereditato dall'età post-risorgimentale, umbertina e fascista, per acquietarsi nel proprio "particulare"e trovare uno scopo esistenziale unicamente nella possibilità di fare denaro, magari con l'aiuto del welfare, dell'insano connubio tra capitalismo e sindacalismo, attraverso il compromesso storico di berlingueriana memoria, a tutto danno del ceto medio- piccolo, della libertà d'impresa e dell'evoluzione in senso autenticamente democratico del nostro ordinamento.

Va aggiunto che Bocca rimane attestato sull'idea di un Piemonte curiosamente sabaudo (modello di virtu' ed efficienza sia in campo privato che pubblico), che avrebbe dovuto informare di sé tutta la nazione italiana, a dispetto di quanto avvenne dopo il risorgimento, in un'azione di governo visione prettamente annesionista delle altre regioni italiane, per le quali egli non nasconde un senso di fastidio, di ripulsa e, addirittura, un vero e proprio razzismo come quando parla di Napoli.

Al Nostro non viene in mente che una parte rilevante di responsabilità viene proprio dalla classe politica, la quale è stata pure formata da piemontesi i quali, con l'eccezione di Einaudi, stimato Presidente della Repubblica ed inutile predicatore di una politica economica non inquinata da sovrabbondanti interventi statali, non hanno saputo impedire lo strapotere dei partitanti, concausa della burocratizzazione imperante e della proliferazione del nepotismo.

Semmai doveva essere evitato, in uno sforzo unitario, che la partitocrazia mettesse radici ovunque, soffocando energie ed entusiasmi individuali e collettivi, espropriando lentamente, ma inesorabilmente, le strutture di uno Stato imparziale e al servizio di tutti i cittadini, per consegnare, pezzo dopo pezzo, la società ai nuovi famelici clientes, a soggetti pubblici, parastali o nazionalizzati, tuttora padroni dell'economia e supremi regolatori della vita dei sudditi, con vessazioni fiscali e burocratiche, come al tempo degli antichi feudatari.

Già l'insigne sociologo Vilfredo Pareto aveva individuato nell'alleanza innaturale tra capitale e ceti operai uno dei vizi della società italiana, alla fine della prima guerra mondiale.

Ma negli anni a cavallo tra il 70 e l'80, l'illustre giurista Giuseppe Maranini aveva denunziato la mostruosità di un sistema politico, che favoriva la nascita ed il rafforzamento di enti di fatto, come i partiti, quali nuovi centri di potere del tutto lontani dalla Costituzione e sicuramente responsabili del radicamento di un nuovo Leviatano.

Senza tacere della diagnosi perspicace ed attenta di uno degli intellettuali più lucidi disincantati, come Panfilo Gentile, che aveva individuato la tabe del nostro Stato in quella che veniva definita una democrazia mafiosa.

Come ha fatto Bocca a non accorgersene?

C'è da chiedersi se non sia proprio il suo carattere provinciale, tutto arroccato nella celebrazione della piemontesità e dello spirito resistenziale faziosamente legato al fratricidio della guerra civile, ad impedirgli di vedere tutte le cause del nostro decadimento come popolo libero e civile.


sabato, marzo 31, 2007

Il Maestro è suonato?


L'intervento di Ermanno Olmi alla trasmissione "Otto e mezzo" rischia di ottenere l'effetto opposto a quello previsto.

Il regista ha amabilmente risposto alle domande degli intervistatori e fornito chiarimenti sul suo ultimo film, ma ha lasciato sconcertati molti suoi estimatori, fra cui il sottoscritto.

Non crediamo che il cattolicesimo abbia bisogno di cineasti profetici, in un periodo di furibonde polemiche tra laici e cattolici, credenti e non credenti.
E neppure d' intellettuali che pensano di dire una parola definitiva e desacralizzante sul Verbo e la dottrina della Chiesa, contrapponendo - tanto per cambiare - Gesù alle Istituzione religiose.

Nella filmografia del nostro paese, ci è sempre parso meno intellettualista, nonostante le sue variopinte stravaganze, e più aderente allo spirito cristiano ed evangelico, il peccatore Fellini rispetto al candido Olmi, apprezzabile, onesto e laborioso artigiano della macchina da presa, il quale, probabilmente, con quest'ultima opera, più cerebrale di quanto non fosse nelle intenzioni, lascerà più interdetti che convinti gli spettatori.

Chiaramente si tratta solo di impressioni.

Il giudizio estetico va dato solo dopo aver visto il film, il quale peraltro, tra gl'intervenuti alla trasmissione di Ferrara ed Armenni, si è prestato a contrastanti interpretazioni.

Qui ci preme stabilire se quanto ha affermato il Maestro, nel corso dell'incontro televisivo sia condivisibile o no sul piano del costume e delle idee, ovvero se gli argomenti esposti siano talmente ambivalenti e le motivazioni ideologiche così capziose, da indurre a definire le tesi racchiuse in "Cento chiodi" , non tanto rivoluzionarie come ambirebbero essere definite, quanto semplicemente conformiste e del tutto coerenti con le impostazioni relativiste della società contemporanea, italiana ed occidentale.

Desidero riferirmi agli esempi portati nella discussione dallo stesso Olmi, nell'intento di rendere il più trasparente possibile il suo lavoro e la propria concezione del mondo.

Mi ha colpito la sua posizione in merito all'amore, che dovrebbe pervadere ogni attimo della nostra esistenza e che non fa differenza sul piano sessuale tra omofili e no, dandosi pertanto riconoscimento pieno, sotto l'aspetto teologico alla parità tra uomini e donne e persone della stessa specie.

Da libertari diciamo che la precisazione dei vescovi ci pare opportuna, per evitare ulteriori confusioni tra i fedeli.

Ciò che, in uno Stato non confessionale, è lecito disciplinare non è scontato per qualsiasi comunità di credenti, i quali dovrebbero, correttamente, anteporre i princìpi della propria dottrina, alle scelte politiche del momento, atte a risolvere problemi di natura pratica e sociale, riconoscendo diritti anche a chi finora ne è stato sprovvisto, col solo limite di non prevaricare le libertà degli altri cittadini.

Dove va a parare Olmi?

L'amore cristiano è parificato all'amore profano?

Ancora. Il regista ha voluto soffermarsi su un lontano episodio, avvenuto in una scuola d'Italia, che vide una studentessa incinta dare la luce alla sua creatura, in un gabinetto, attorniata, al momento del parto, da bidelli, insegnanti ed allievi. Ed ha paragonato, nel suo immaginario d'artista, la stanza medesima alla Capanna di Betlemme, senza ravvisare differenza alcuna tra i due eventi storici e simbolici.

Che dire?

Tutto avremmo sospettato, ma che la toeletta fosse equiparabile al luogo in cui il Redentore nacque, non avremmo mai osato intuirlo.

Una pietra di paragone del sacramento del matrimonio è stata poi indicata, paradossalmente, da Olmi nella scena (tratta dalla cronaca) di due adolescenti (eterosessuali o no, non pare più importante stabilirlo a questo punto), i quali, con una catena per biciclette, suggellano la loro convivenza, legandosi ad un palo con il lucchetto.

Un modo moderno, spontaneo e creativo, che varrebbe - al pari della dichiarazione resa davanti al notaio come suggerita, per le coppie di fatto, dal parlamentare Biondi - a costituire formalmente una nuova unione.

Lasciamo da parte, infine, la comprensibile commozione del cineasta, nel rievocare la sacralità (per fortuna) della propria nascita e della vita umana, antecedente addirittura il concepimento, e da stabilirsi nell' incontro degli sguardi dei genitori: un quadro idilliaco tanto pregnante quanto raro, in un mondo in cui s'intrecciano bene e male, istinti e poesia, uomini e bestie, intelligenza e brutalità, sentimenti nobili e violenze barbariche.


Alla fine della serata, una conclusione ci sembra indubitabile: si è confezionato un prodotto del tutto compatibile con la dissacrazione della fede ufficiale ed in linea con la ormai compiuta secolarizzazione della civiltà contemporanea.

Una domanda è d'obbligo (e ci scusiamo per l'irriverenza): ma il Maestro, per caso, è suonato?

venerdì, marzo 23, 2007

I cazzeggi di Veronica P.



"Conservatori in un paese in cui non c'è nulla da conservare!"

(Leo Longanesi)


Volete un esempio recentissimo di come avesse ragione Longanesi?

Ascoltavo la scorsa notte la rubrica "A mezzanotte" condotta dalla Pivetti (Veronica) su Raidue.

Ebbene, ho creduto di sognare.

I gridolini e la superficialità con cui la sorella dell'ex presidente del senato (sempre apparsa ai più come una timida monacella), affrontava temi di varia umanità, si fa per dire, conversando con un sedicente scrittore, autodefinitosi "padre eterno"(bella perla di raffinato umorismo), tale Roberto Cotroneo, erano talmente grotteschi e beffardi nei confronti della comune intelligenza e di quello che rimane dell'ormai devastato senso estetico, che ho dovuto spegnere frettolosamente l'apparecchio.
La vispa conduttrice infatti per deliziare le mie orecchie mandava in onda - come espressione di amata trasgressione - la canzone della Nannini, in cui alla parola pazzo faceva da rima la parola c....
Di tale sublime poetica, la ridente anchor woman non smetteva, subito dopo la performance della celebre cantante emiliana, d'inebriarsi ed autocompiacersi,
quasi fosse, quella scelta musicale, una specie di liberazione personale dal rispetto della forma e degli ascoltatori.

Che vanto ci si può dare nel far risuonare nell'etere una parolaccia divenuta ormai d'uso corrente?

Significa semplicemente essere banali e non avere validi argomenti da proporre al pubblico della notte in cerca di programmi meno cretini di quelli televisivi.

Una volta c'era la radio come rifugio dalla volgarità e dai luoghi comuni.

Ora non c'è più neppure quella.


mercoledì, marzo 14, 2007

Il mercato e la responsabilità


Il fotografo Corona è indagato dalla Procura di Potenza, a seguito di nuove ramificazioni del Savoia- gate.


L'Avv. Frigo ha precisato la differenza tra favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, consistente sostanzialmente nella presenza, nel secondo reato, dell'esborso di denaro, che si aggiunge alla semplice messa in contatto tra i soggetti interessati al rapporto sessuale, caratteristica della prima figura criminosa.


Quel che colpisce nella vicenda è l'atteggiamento del celebre creatore d'immagini, ancora tanto giovane quanto estremamente spregiudicato nella sua smania di guadagno a tutti i costi ed il suo perentorio riferimento al mercato, quale spiegazione della sua infaticabile ricerca di denaro.


Sarebbe infatti il meccanismo economico mercantile a favorire certe situazioni e certi intrecci tra divi del pallone e dello spettacolo e facili introiti - anche con ricorso ad un altro grave delitto costituito dall'estorsione.


Ci sembra francamente ridicolo confondere le leggi della domanda e dell'offerta con il codice penale, anche se occorre riconoscere che, specialmente nel nostro paese è difficile realizzare un'etica capitalistica, forse perché qui un vero liberalismo non si è mai realizzato, anche per le insistenti (e resistenti) implicazioni politiche che l'attività d'impresa incontra ad ogni pie' sospinto.


Ora, che Corona si riferisca al mercato come giustificazione del proprio comportamento, è francamente una presa in giro.


Il trash ed il crimine, infatti, non cambiano natura solo perché preceduti o accompagnati dalla contrattazione economica.


Quello che sta divenendo sempre più usuale, putroppo, è la mercificazione delle persone.


Una volta era il marciapiede il luogo deputato a questo genere di affari, ora i luoghi sono i più diversi ed insospettabili.


Non si capisce che gli scambi commerciali sono neutri mentre le azioni più o meno riprovevoli vanno ascritte a uomini e donne.


Indipendentemente dalla sorte giudiziaria del personaggio, da considerarsi comunque non colpevole fino all'esito del processo, è curioso constatare come si stia facendo strada una nuova idea di esimente sociologica.


Alla responsabilità ormai classica della società, invocata da chi respinge capziosamente quella individuale, ora si aggiungerà, presso l'opinione pubblica meno avvertita, quella del mercato, nuova astratta entità destinata ad assolvere i gaglioffi di tutte le specie, spinti a delinquere dalla sete di quattrini originata dalla satanica influenza capitalistica.


Senza minimamente considerare che "a certi individui i soldi affluiscono come se fossero una cloaca", come già osservava Seneca in tempi certamente non sospetti di liberismo.

giovedì, marzo 08, 2007

La festa della donna


Ebbene l'hai voluto tu, mia cara: ti contestualizzo e non se ne parla più !

Perché dovrei ricordarmi di te solo l'8
marzo, quando la mia vita è piena di te tutti i giorni,in tutti momenti della giornata dacché sono nato?


Tu sei la mamma, la zia, la sorella, la moglie, la compagna, l'amante, l'amica, la casa, la via, la delizia e la dannazione della mia esistenza.


Se ti contestualizzo, ti dimentico, non celebro le tue qualità, il mio conforto, la mia aspirazione all'assoluto.


L'eterno femminino vivrà sempre con me, prima, dopo e a dispetto dell'8 marzo.

mercoledì, marzo 07, 2007

Perché dovremmo difendere gl'insegnanti?


I recenti episodi di violenza nelle scuole non possono meravigliarci.


Sono decenni che la scuola si è progressivamente ridotta a luogo di brutture e diseducazione, senza la benché minima attenzione per la competenza e la qualificazione, la crescita culturale e sociale di chi la frequenta, sia esso docente che discente. Questo almeno nella stragrande maggioranza dei casi.



So di presidi che si sono trasformati in sindacalisti degli alunni contro i docenti che pretendevano un po' di disciplina e di maestri e professori trasformati in sgherri contro i loro colleghi, in una sfrenata e demagogica corsa a sostegno di allievi e loro genitori contestatori di tutto e di più, con prevedibili sfoci in denunce all'autorità di polizia, al solo scopo di guadagnare qualche punto in più per carriera o qualche incarico più remunerativo all'interno del proprio istituto.



Ora dovremmo provare un qualche spirito di solidarietà verso insegnanti che si esibiscono come veline o precettori che fanno a gara per elargire ottimi voti e promozioni automatiche, per paura di essere emarginati?



Neanche per idea.



Artefici del proprio destino conquistato con inserimenti di massa da parte di governanti al servizio delle clientele, questi personaggi si difendano da sé.



La scuola dovrebbe essere un opzione per chi vuole imparare e studiare e non un luogo di pratica della volgarità, oltretutto a spese dei contribuenti.


domenica, marzo 04, 2007

Viva Sanremo


Sanremo è il simbolo dell'Italia delle cicale.

Anche se si svolge alla fine dell'inverno prelude alla spensieratezza estiva, che connota indelebilmente il carattere del nostro popolo.

Dodici milioni di concittadini si sono assiepati davanti al televisore per sottolineare l'importanza dell'evento, magistralmente coordinato dal pontifex maximus Baudo e dalla sacerdotessa Hunziker, esemplari inimitabili della religione più sentita e praticata nella terra del bel canto: la musica o, meglio, la canzonetta.

Confesso di non aver visto né ascoltato alcuna esibizione.

Di sguincio ho intravisto le malferme entrate, sul palcoscenico dell'Ariston, di due vecchi fusti come Dorelli e Bongiorno, ed ho lestamente cambiato programma al primo muovere di labbra dei due personaggi, vere colonne della nazione dello spettacolo e della patria canterina.

Altro che santi, navigatori, poeti, esploratori...
Siamo un paese di canzonettari e non ci vengano a disturbare né le crisi di governo , né gli aumenti delle tasse.

Cio' che conta è sopravvivere cantando.

"L'italiano vero", come urlava uno dei celebri cantanti delle Sanremo passate, non si perde un gorgoglìo, anche se scoppiasse la terza guerra mondiale o strangolassero la propria madre.

Ciò che conta è non pensare, ma intrupparsi nelle folle smisurate che inneggiano in coro al divo (superpagato) di turno.

Tutto il resto non esiste.

Viva Sanremo. Come faremmo senza?





venerdì, novembre 17, 2006

CENSURA


Concita De Gregorio, inviata di Repubblica, è la conduttrice di turno a Prima pagina, la rubrica radiofonica di lettura e commento dei giornali.

Oggi la federazione della stampa aveva proclamato uno sciopero, a cui non tutti i giornali avevano ovviamente aderito (ovviamente in quanto, la libertà di aderirvi o no è uno dei principi incontrovertibili della democrazia liberale e dello stato di diritto).

Ebbene, in mancanza d'altro, la giornalista ha letto e commentato i settimanali in edicola ed il quotidiano il Riformista, che è edito da una cooperativa, che non ha quindi controparte wquesta è la formalistica giustificazione), mentre ha tralasciato la lettura di altri quotidiani, come ad esempio Il Tempo di Roma, in quanto non aderente all'astensione.

Il bello è che la Concita, lungi dal giustificarsi per queste volute ed arbitrarie omissioni, ha dichiarato al microfono di Rai Tre, che lei stessa aveva esercitato la censura a senso unico, facendo intendere che i quotidiani non scioperanti non erano di suo gradimento.


Un bell'esempio di servizio pubblico, non c'è che dire, ed una esemplare lezione di faziosità a spese del contribuente.

A questo punto, da bastiancontrario, non ascolterò, per tutta la settimana, la daltonica De Gregorio ed acquisterò, per tutta la settimana, Il Tempo di Roma.

sabato, ottobre 07, 2006

L'amante invisibile


"Quando si viva così allucinati da coincidenze, da ispirazioni repentine, condotti come per mano a divinazioni trasognate, arriva il momento quando basta osare, darsi appena una spinta, e si entra nella più totale, sontuosa follia, ci si allucina, finché, ecco, compare Lei, la donna di sogno, l'angelicità"

(Elemire Zolla)

Da L'amante invisibile di E. Zolla (Marsilio, ed.), traggo questa frase meditativa.

L'excursus del grande studioso sull'argomento dell'amore celeste, che attraversa le antiche tradizioni occidentali ed orientali, è motivo di riflessione sul corrompimento della natura umana, ma anche sull'ineliminabile aspirazione all'unione senza spazio e senza tempo con l'essere amato, soggiogati da una forza cui non possiamo resistere e che ci conduce per mano, quasi senza accorgersene...