Avevamo intuito qualcosa al riguardo, ma ora ricerche scientifiche adeguate al'importanza (straripante) del tema ce lo hanno confermato: il sesso fa bene.
Gli esperti, medici e biologi, farmacisti e psicologi, con i testa la dottoressa Alessandra Graziottin del S. Raffaele di Milano, dicono di tenerne conto per la salvaguardia della propria salute fisica e psichica e... morale (aggiungiamo noi, perchè - quando il nostro organismo è in ordine - anche l'etica se ne avvantaggia: basti pensare che abbassando il livello di testosterone nel sangue, diminuisce sensibilmente, fin quasi a scomparire, la nostra aggressività).
C'è anche una durata ottimale, trenta minuti al giorno, per le pratiche del settore e sarà bene tenerne conto quando ci dedichiamo ad esso. Meno tempo sarebbe insufficiente, mentre più tempo diverrebbe eccessivamente impegnativo, almeno per noi occidentali.
Insomma, né l'usa e getta, né lo stakanovismo fanno bene ai nostri ormoni, ma ognuno può regolarsi come crede: l'importante è farlo!
Ma l'attività di cui parliamo è utile anche come test per valutare il proprio benessere,evitando lunghe e costose indagini cliniche e di laboratorio.
Perché?
Questo è l'altro aspetto interessante, scoperto dagli scienziati.
Se l'attività sessuale si svolge secondo i ritmi canonici e raggiunge il risultato previsto, vuol dire che il cuore, il fegato, i reni, la milza, gli zuccheri e l'adrenalina, la circolazione venosa ed arteriosa, le articolazioni e tutti i cinque i sensi funzionano regolarmente: si è in buona salute.
Che vogliamo di più e di meglio?
E allora, coraggio.
Cerchino di reagire, gli uomini, all'assopimento sempre più diffuso del desiderio e della libido, di fronte all'esercito pletorico di ragazze smutandate (per usare un termine forbito della bontonista per eccellenza, Lina Sotis), di ombelichi roteanti e natiche rutilanti, esibiti sfacciatamente da femmine, di qualsiasi età e condizione sociale, pronte a catturare l'attenzione di maschi predatori, anche e soprattutto, in misura inversamente proporzionale alla bellezza dei proprio aspetto, vieppiù somigliante, a quello di oranghe, scimmiette e bertucce.
Chi ricorda "Les hussards"? C'era in Francia, negli anni sessanta,una cultura anti-ideologica, libertaire e joyeuse, irriverente verso le mode del tempo, dai gusti eleganti ed aristocratici,una compagine intellettuale lucida e brillante, acuta e valorosa, ardita e buissonière con fior di scrittori come Roger Nimier,Jacques Laurent,Michel Deon ed altri eminenti personaggi del calibro di Jean Giono, autore de "L'Ussaro sul tetto",una scuola di pensiero intramontabile.
martedì, maggio 01, 2007
Il sesso fa bene
venerdì, aprile 27, 2007
Mobbing femminile

E' già da qualche anno che la parola mobbing sta avendo fortuna, almeno come indice di un fenomeno che avanza in tutti i settori della vita sociale. Lo strano è che il suo uso si accompagna alla conquista di spazi sempre più ampi da parte dell'aggressività femminile. Ora, lo strapotere di ceti erroneamente considerati deboli non è neanche troppo preoccupante per chi, come il sottoscritto, considera le donne il sale della vita e le vere custodi dei valori virili, un tempo riservati ai soli uomini. Dopotutto, è stata la rinuncia dei maschi ad esercitare le proprie prerogative a dare spazio al rampantismo muliebre e quindi non è il caso di lamentarsi. In campo sessuale, inoltre, quest' ondata di machismo alla rovescia aiuta molto le persone pigre ed apre nuovi spazi alle conquiste di cuori solitari, desiderosi di nuove unioni, senza l'impegno complicatissimo da destinare a corteggiamenti, un tempo, lunghi e defatiganti. Quel che non va bene è invece l'esercizio della violenza a danno dei poveri mariti o sfortunati partner, all'interno della famiglia o delle convivenze di fatto. C'è un allarme crescente, specialmente tra i padri che hanno perso qualsivoglia funzione all'interno del gruppo familiare, proprio a causa del mobbing esercitato brutalmente e con crudele sistematicità da mogli o compagne virago, raggiungendo livelli di parossismo inimmaginabili. Uomini denunziati al "Telefono azzurro", finiti sotto le grinfie del Tribunale dei minori con le accuse più infamanti, che vanno dalle lesioni alle molestie sessuali e agli stupri, il più delle volte rivelatesi perfidi strumenti di vessazione, per conseguire l'allontamento dei malcapitati dalla casa e dai figli. Episodi di persecuzioni sempre più raffinate costituiscono ormai una fase consueta alla separazione, grazie all'opera di femmine scatenate e feroci. Un povero disgraziato, ad esempio, si è salvato miracolosamente dall'azione corrosiva dell'acido muriatico, sparso, dalla sua ex, sul sedile della propria auto, nel tentativo d'incendiargli le parti intime, al fine manifesto di comprometterne le capacità riproduttive. Qui si esagera col mobbing e non si tiene conto che sussistono altre possibilità di indirizzare più amabilmente gli eroici furori. Per favore signore e signorine, evitate di accreditare l'idea che il peggior difetto della donna, come s'insinua troppo spesso, sia quello di credere di avere sempre ragione! |
giovedì, aprile 26, 2007
Sigfrido Bartolini
"Sigfrido Bartolini è stato pittore, incisore, critico, scrittore ed insegnante. Era nato a Pistoia nel 1932. Si è formato a Firenze, all’Istituto d’Arte. Dal 1947 ha cominciato a esporre i suoi dipinti in numerose mostre in Italia e all’Estero, ha eseguito bozzetti per il teatro, ha scritto articoli di critica d’arte e saggi, e si è dedicato alle incisioni. Nel 1983 ha curato un’edizione di Pinocchio, illustrandola con oltre 300 xilografie. Le xilografie sono state esposte negli Anni Ottanta in Francia, Germania, Grecia, Italia. Sue opere grafiche si trovano al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze e alla Biblioteca Vaticana di Roma. È morto a Firenze il 24 aprile 2007."*****Le scarne notizie biografiche, tratte dal comunicato della casa editrice Polistampa, non rendono onore alla complessa personalità dell'artista, formatosi alla scuola dell'indimenticabile Ardengo Soffici, né al carattere dell'uomo, alle sue qualità, al suo talento d'incisore, pittore, critico d'arte e scrittore, a cui mi legava una profonda amicizia, nonostante le differenti generazioni.Una volta conosciuto non poteva mancare l'apprezzamento alla sua chiarezza morale ed intellettuale, alla sua schiettezza di vero toscano, al suo anticonformismo, al suo radicato attaccamento alla tradizione in campo culturale.Mi duole ricordarlo a poche ore dalla sua scomparsa, mentre avrei voluto dedicargli parole meritate di stima e di affetto in sua presenza, durante la sua laboriosa ed infaticabile esistenza.Purtroppo le circostanze della vita ci hanno tenuto lontani e non ci hanno consentito una frequentazione assidua come la squisitezza della sua persona, il gusto aristocratico e popolare insieme avrebbero meritato.Ho due quadri, contrassegnati da dediche sobrie e preziose per l'attenzione che sempre poneva nel significati delle parole, espressione della sua palpitante creatività e del suo ingegno pittorico, che testimoniamo l'impronta indelebile della Toscana, come microcosmo universale.Una volta mi disse che il segreto per apprezzare un'opera era sentirsene compartecipe."Se ti piace e la senti nell' anima vuol dire che vale".Dette da da lui, che era uno spietato ed immacolato scopritore di truffe ed un critico competente e rigoroso, queste parole risuonano come un insegnamento kantiano (un filosofo con cui aveva attinenze insospettabili in campo morale ed estetico).Le sue mani erano consunte dal lavoro artigianale, scrupolosamente eseguito con metodo antico, al fine di ricavarne incisioni uniche, imperdibili, superbe per nerbo e capacità rappresentativa (basta riferirsi al capolavoro delle illustrazioni del Pinocchio di Collodi e alle incisoni dedicate alle tematiche religiose).Adesso riposa in un cielo ricoperto dei colori dei suoi quadri, soffusi di malinconia e segnati dalla passione per la purezza e la semplicità."La vera aristocrazia ha l'onestà dipinta in fronte" diceva Mozart.Queste parole mi sembrano oggi le più appropriate per ricordare la sua vita.Addio Sigfrido.
martedì, aprile 24, 2007
Lotta alla povertà

Come noto, le famiglie non abbienti hanno diritto ad un solo figlio.
Chi concepisce in sovrannumero deve assoggettarsi all'aborto di stato fino al nono mese di gravidanza.
Mao, all'epoca de "Il numero è potenza", aveva assicurato una ciotola di riso per ogni cittadino.
Nell'era della globalizzazione, si vuole creare la società dei consumi, nella quale non è bene, se non si può spendere, affacciarsi alla soglia del mondo.
La rivoluzione culturale, è comunque ancora in cammino.
Sempre nel nome del cosiddetto "interesse generale" (concetto privo di significato concreto, ma denso di fascino misterioso, sia in occidente che in oriente), si è passati dall'anticapitalismo al darwinismo sociale.
Non sarà più il puro proletario a sopravvivere, ma il puro consumatore.
Chi ha detto che non si combatte la povertà ?
giovedì, aprile 19, 2007
Divorzio con querelle

L'emerito giudice si occupa di un caso abbastanza frequente in tempi di crisi dell'istituto matrimoniale: "divorzio con querelle".
Vale a dire disputa su un assegno divorzile richiesto da Lei a Lui, all'atto della richiesta di scioglimento consensuale del matrimonio da parte del marito.
L'unione consacrata dalla legge è durata sei anni, la separazione dura da cinque, ma, anche se i due ormai s'impipano uno dell'altra, questi anni si sommano ai precedenti. In totale quindi sono undici anni di vincolo, che pesano sulla sentenza di divorzio, insieme con la dichiarazione dei redditi di ciascuno dei coniugi.
Orbene, la donna dopo aver perso il lavoro con una liquidazione di diecimila euro, ne ha trovato un altro da seicento euro mensili.
All'atto della separazione il marito le ha già donato la metà dell'appartamento acquistato in comunione per un valore di duecentocinquantamila euro (valore complessivo dell'abitazione, quindi, un miliardo di vecchie lire).
L'uomo (si tratta di una coppia eteresessuale) aveva il vizio di ammirare altre donne, sicché la moglie, indispettita, decise di metter fine al rapporto coniugale, chiedendo la separazione (ma non l'assegno di mantenimento, in quanto, al momento della prima decisione, ella lavorava e non riteneva dovuto né decoroso farsi mantenere dallo sposo).
Si sappia che ancora oggi chi ha tendenze eterofedifraghe ha il destino segnato.
Per sempre.
Chi guarda un uomo e si accorge di avere una certa omofilia è forse più giustificato di chi guarda le donne, e prova ad intrattenere una relazione biblica con loro?
Andatelo a chiederlo a Cecchi Paone, che ha lasciato la moglie per un compagno, magari senz'assegno di mantenimento per la sua ex, neanche a titolo d'indennizzo morale.
Il consorte, inoltre, svolgeva un'attività d'imprenditore edile
ed è un altro neo.
L'edilizia è un campo delicato, tanto che, per evitare il fallimento dell'azienda, fu costretto a chiuderla.
E' vero che diede le giuste liquidazioni agli operai e che divenne dipendente della ditta acquirente le sue proprietà, per non esser dichiato fallito e farla comodamente franca con creditori e collaboratori.
Ma, siccome titolare della nuova impresa è la sua attuale compagna (prossima madre di un figlio concepito in comune), l'ex imprenditore è gravemente sospetto, e cumula su di sé un altro fattore controproducente in questa complessa materia.
"Vuoi vedere che il furbetto si sta costruendo un'altra esistenza (non solo sentimentale, ma anche patrimoniale), in vista del divorzio?"
E' la domanda che sorge spontanea sulla bocca dei più.
Insomma:
questi comportamenti puzzano lontano un miglio di manovre diversive nei confronti della legittima (anche dopo anni cinque di vita separata) consorte e sorge impellente la necessità di castigare.
Non importano l'appartamento regalato e che la donna quarantaseienne abbia un cespite, non proprio misero, lavorando.
Interessa invece il ruolo dell' uomo, il quale pensava di avere il diritto di starsene tranquillo, dopo aver sistemato le proprie obbligazioni naturali verso la moglie, all'atto della separazione, ed, in procinto di diventare padre, riteneva di non dover versare il dazio per un nuovo matrimonio.
E No!
Vuoi scioglierti dai ferri? Ebbene paga.
La sentenza, considerando la prima moglie parte debole, nonostante una sinecura di cinquecentomila euro ed una retribuzione di seicento euro al mese, le attribuisce un assegno di ulteriori seicento euro mensili.
Così è deciso.
Ben fatto, così impari a divorziare, uomo ingenuo e speranzoso...
Eppure, il grande Pietro Germi l'aveva ben individuata, in uno dei film più famosi, la via italiana al divorzio...
Il matrimonio in Italia è, soprattutto, un'assicurazione contro la vecchiaia.
Occorre ricordarselo prima di sposarsi e prima di divorziare.
domenica, aprile 15, 2007
Caro Totò

Sono passati quarantanni dalla scomparsa del nostro più grande attor comico, multiforme talento dello spettacolo. Tutto il mondo magnifica Chaplin? Noi abbiamo Toto', che non invecchia e rappresenta vizi e virtù degl'italiani nella maniera più aderente alla realtà. Sì, è vero, siamo un popolo alla ricerca della propria identità, ma inevitabilmente legato a quanto di autenticamente nobile e plebeo è presente da secoli nel nostro Dna. Peccato che i decenni trascorsi dalla scomparsa del Principe De Curtis, figlio clandestino, ma genuinamente nobile, quanto a sentimenti, gusti, ironia e saggezza come un antico Borbone, siano stati terribilmente sconvolgenti per le nostre radici. Quell' indimenticabile personaggio aveva avuto il merito di rappresentare i vari aspetti della nostra società, sia al nord che al sud, onesti o disonesti che fossero, riuscendo a darne un ritratto unitario, proprio come gli sforzi collettivi del secondo dopoguerra, negli anni della ricostruzione e del miracolo economico (e no) avevano modellato una struttura sociale complessivamente solida e ben caratterizzata dalla persistente distinzione tra bene e male. Era chiara allora la differenza tra furbi e fessi, napoletanamente intesi e riportati scrupolosamente nel "Codice della vita italiana" da Giuseppe Prezzolini:la nostra comunità rimaneva ben ancorata a principi positivi, semplici, ingenui e chiari per tutti. Oggi tra le rovine di quel tempo, si aggirano soprattutto volpi e iene pronte a ghermire, sghignazzando, qualsiasi preda, pur di raggiungere i miseri status symbol, a cui ci siamo fin troppo abituati, nel segno del compromesso e della confusione delle lingue. Gli esempi portati nello schermo da Totò rappresentavano categorie umane eterne, indissolubili e soprattutto infungibili. Oggi tutto questo sembra dimenticato ed ognuno è fungibile, in nome del successo fasullo, conquistato a qualsiasi prezzo. Quelli che un tempo erano gli eroi, sono stati relegati ai margini della memoria comune, per lasciare il posto ai miti capovolti dello starsystem. Non certamente alla maniera degli atleti greci classici, dediti con sacrificio alla conquista di traguardi di fama e considerazione generale, le generazioni attuali sembrano privilegiare, nei loro orizzonti, l'accesso al "Grande Fratello", come baluardo da possedere per raggiungere la celebrità senza fatica, fosse solo per un giorno, ed entrare trionfalmente nel tritatutto massmediatico. Totò apparteneva ad un altro mondo, dove la nobiltà naturale aveva ancora un valore indefettibile. Per questo che non tramonterà mai. Nonostante l'evoluzione del costume, i suoi film attirano, divertono ed insegnano senza intellettualismi. Forse un segno di sopravvivenza dell'originario genoma. |
sabato, aprile 14, 2007
Sua Maestà, ci faccia il piacere!

L'impressione suscitata dal principe non è stata quella che ci si sarebbe aspettati dall'ultimo custode della monarchia sabauda, che, nel bene e nel male, ha contribuito in maniera determinante alla realizzazione dell'unità d'Italia.
Ci scusiamo nel dirlo, ma l'esibizione è stata semplicemente penosa ed ha quasi (avverbio da usare per carità di patria, perché oggi parlar male dei Savoia è come sparare sulla Croce Rossa) del tutto dissolto il residuo patrimonio di credibilità dell'antico casato.
Ostacolato da una conoscenza approssimativa della lingua italiana e da una erre moscia su cui incespica ad ogni pie' sospinto, proprio come un nobile decaduto, con levità degna di miglior causa, e per niente aristocratica, egli ha riferito delle battute goliardiche, riportate nelle intercettazioni telefoniche e dei suoi gusti sessuali (portandolo a dire, scherzosamente, al magistrato inquirente che lui è, semplicemente, un maniaco ).
Non è mancato l'atteggiamento vittimistico, allorchè ha ricordato di esser stato tratto in inganno (sottraendolo ad un appuntamento semi- mondano piuttosto importante) da alcuni sbirri, i quali lo hanno, manco a dirlo, oltraggiato, trasportandolo, fino a Potenza, su un'auto piccolo- borghese come la Uno.
Per finire, poi, indecorosamente dentro il carcere lucano, contornato da curiosità ed attenzioni da parte di secondini e visitatori, ai quali, come passatempo, rilasciava autografi ed attestazioni di simpatia, nel più puro ed inconfondibile spirito regale.
L'anziano rampollo ha tralasciato, per fortuna, di approfondire il tema dei rapporti familiari, dalla moglie alla sorella al cugino, limitandosi a sottolineare la propria superiorità, su tutti e tutto, con sonore risate ed affettata nonchalance, riaffermando, peraltro, che quanto da lui stesso subito non ha prodotto alcun rancore od acrimonia nell'animo suo.
Alla fine dell'apparizione, penso siano stati in molti a chiedersi come sia possibile allestire, in una manciata di minuti, una così grottesca manifestazione d'insipienza, mettendo in luce una personalità talmente inconsistente e sprovvista di senso della realtà, da far rimpiangere la rivoluzione francese e la ghigliottina, anche per chi, come il sottoscritto, non ha mai avuto eccessive simpatie per i giacobini.
Sua Maestà ci faccia il piacere: la prossima volta rimanga a casa!
mercoledì, aprile 11, 2007
D'Annunzio e poi?
A rileggere "Il piacere" c'è da restare meravigliati dalla ricchezza del linguaggio e dalla capacità espressiva di Gabriele D'Annunzio.
Seppure ci s'impegni di trovare scrittori con gli stessi pregi, la forza evocativa di sensazioni, sentimenti, impressioni, emozioni, l'inconfondibile stile descrittivo di ambienti e persone e la penetrante analisi dell'animo umano, nella decadente società del novecento, non si trova l'eguale.
Beninteso, non considero il poeta pescarese un grande, un genio delle lettere, ma semplicemente un autentico artista della parola, vale a dire un maestro di tecnica dello scrivere, un talento che domina la lingua italiana, la forgia, adattandola a tutte le esigenze, con impareggiabile abilità, per raggiungere esiti formali di superba bellezza.
Tratte dalla sua vastissima produzione, rimangono nella mia memoria di ex liceale, in un tempo in cui l'antidannunzianesimo era la regola, come simbolo d'intensa sensualità le rime pagane della "Pioggia nel Pineto", ma ritengo che sarà doveroso riferirsi alle molte sue opere come testimonianza ineccepibile di un'epoca controversa e complessa della nostra storia.
A riflettere sulle donne descritte da Andrea Sperelli, nel romanzo citato, c'è da chiederesi se, ancora oggi, ci sia da scoprire qualcosa di nuovo dell'universo femminile più intimo, tante sono le sfaccettature della personalità muliebre, che
il vate ha saputo cesellare con dovizia di accenti, acutezza e perspicia di fine psicologo.
Al confronto la messe di manuali, saggi e scritti di vari specie e natura che affollano da decenni le librerie del mondo letterario o scientifico, non apportano alcuna originale idea sulle categorie dell'eterno femminino, visitate e rappresentate da questo inimitabile personaggio, che ha saputo incantare e stupire generazioni d'italiani ed europei, quasi fosse un novello Oscar Wilde o un intramontabile Capitano di ventura.
Quali altri esempi di letterati eruditi e creatori del mito fondato sul principio della vita come opera d'arte avete incontrato dopo di lui?
lunedì, aprile 09, 2007
Una Pasqua vera

Erano anni che questa festa non risaltava davanti ai miei occhi. Mi era parsa una ricorrenza destinata a tramontare nel bailamme contemporaneo, fatto di consumi eccessivi e di viaggi esotici e spensierati verso l' Estate , considerata l'unica stagione vivibile per le specie moderne, evolute e presuntuose, in forsennata ricerca, ovunque sia della superficialità e dell'effimero, le sole riconosciute religioni delle società opulente e vuote. Non che certe abitudini siano mutate. Sciami d'inconsapevoli turisti per caso svolazzano da una parte e dall'altra del globo, alla ricerca del mare e delle spiagge, in anticipo sui tempi naturali, perché così dettano le mode e così fanno le persone importanti . Ma qualche segnale diverso proviene dalla gente comune e semplice, tuttora esistente, seppure non sia calcolata dal cosiddetto immaginario collettivo, composto di miti fasulli, vallette e calciatori, politicanti e riccastri, affaristi d'accatto, costituenti il nostro universo possibile, grazie a certe televisioni e riviste, e a tutti gli strumenti della bassa e volgare comunicazione. Io ho ricordi precisi della mia infanzia, trascorsa, dall'asilo alle scuole elementari, presso l'illustre "Istituto S.Vincenzo" - dove, dalla madre superiora, proveniente dalla Svizzera, fino alle consorelle insegnanti, tutto il tempo era dedicato alle varie branche del sapere, all'educazione ed ai forti richiami del cattolicesimo, ma anche al divertimento senza fronzoli e alla socializzazione senza distinzioni di censo o di classe, in un ambiente armonioso, ordinato e un po' severo, fuori dal tempo e dallo spazio, compiutamente racchiuso tra la cappella, i giardini, le aule, il teatro, il refettorio e la statua della Vergine, amorevolmente scolpita in un candido marmo, contornata da gigli sempre in fiore e collocata all'entrata dopo l' alto cancello attentamente lavorato nel ferro. I ricordi e l'immagine della mia Pasqua sono legati a quel periodo. Letizia, gioia, allegrezza suscitavano il suono delle campane, finalmente sciolte dal dolore del lutto, all'alba della resurrezione. Ora che si parla di credenti non cristiani , quella festa appare lontana e irripetibile. Le vicende dell'esistenza mi hanno in seguito portato allo scetticismo e al dubbio, ad una concezione laica della vita, ma con un profondo rispetto per lo spirito religioso. Quest'anno, però, una sensazione nuova affiora, l'antica ricorrenza nella sua verità eterna sembra rinascere, si ha l'impressione di una palingenesi delle coscienze ammaestrate dalle parole di un Papa, che ha lo sguardo rivolto alla tradizione più risalente, ed è fermamente intenzionato a riaffermare i princìpi ultramondani della dottrina. Sono dunque grato alle manifestazioni di un segno diverso, in controtendenza rispetto allo scontato cammino della Storia, finora contrassegnata da una globalizzazione priva d'identità e di significato, che consuma tutto o nel troppismo del benessere, o nella miseria senza riscatto. Credo che l'esempio, anche minoritario, di una chiesa orgogliosa di se stessa abbia in sé un valore positivo, per tentare di sottrarsi al totalitarismo monocorde della secolarizzazione e alla massificazione dell'uomo. Viva la Pasqua. |
martedì, aprile 03, 2007
Bocca il provinciale

Su "L'Espresso" , leggo un articolo di Giorgio Bocca, dedicato ai nuovi ricchi e alla decadenza del nostro paese, nonché l' intervista in cui rievoca le speranze e le istanze dell'Italia degli anni ottanta, descritte ne "Il provinciale", libro ristampato di recente, del quale sottolinea le illusioni sulla rigenerazione dell'Italia e della classe dirigente, con affermazioni totalmente pessimistiche se non catastrofiche sulla realtà di oggi.
Difficile dare torto al giornalista piemontese, protagonista acuto e fortemente impegnato nella vita politica e culturale dell'ultimo cinquantennio, quando - a bilancio della propria attività di militante - finisce con l'osservare come siano stati dei fallimenti la resistenza, le esperienze istituzionali del dopoguerra, durante gli anni della democrazia cosiddetta "parlamentare," fino ai giorni nostri.
Ma la distruzione dei miti, coltivati nell'animo suo e in quello della generazione allevata nella lotta partigiana, da che cosa deriva in particolare?
Saremmo tentati di dire esclusivamente dal carattere degli italiani: non a caso la rubrica di Bocca s'intitola l'Antitaliano.
E' senz'altro vero che - dopo il tanto celebrato miracolo economico degli anni sessanta - il nostro popolo ha mostrato sempre più vistosi segni di cedimento ad una logica scarsamente comunitaria, disperdendo nel nulla quel che rimaneva del senso dello Stato ereditato dall'età post-risorgimentale, umbertina e fascista, per acquietarsi nel proprio "particulare"e trovare uno scopo esistenziale unicamente nella possibilità di fare denaro, magari con l'aiuto del welfare, dell'insano connubio tra capitalismo e sindacalismo, attraverso il compromesso storico di berlingueriana memoria, a tutto danno del ceto medio- piccolo, della libertà d'impresa e dell'evoluzione in senso autenticamente democratico del nostro ordinamento.
Va aggiunto che Bocca rimane attestato sull'idea di un Piemonte curiosamente sabaudo (modello di virtu' ed efficienza sia in campo privato che pubblico), che avrebbe dovuto informare di sé tutta la nazione italiana, a dispetto di quanto avvenne dopo il risorgimento, in un'azione di governo visione prettamente annesionista delle altre regioni italiane, per le quali egli non nasconde un senso di fastidio, di ripulsa e, addirittura, un vero e proprio razzismo come quando parla di Napoli.
Al Nostro non viene in mente che una parte rilevante di responsabilità viene proprio dalla classe politica, la quale è stata pure formata da piemontesi i quali, con l'eccezione di Einaudi, stimato Presidente della Repubblica ed inutile predicatore di una politica economica non inquinata da sovrabbondanti interventi statali, non hanno saputo impedire lo strapotere dei partitanti, concausa della burocratizzazione imperante e della proliferazione del nepotismo.
Semmai doveva essere evitato, in uno sforzo unitario, che la partitocrazia mettesse radici ovunque, soffocando energie ed entusiasmi individuali e collettivi, espropriando lentamente, ma inesorabilmente, le strutture di uno Stato imparziale e al servizio di tutti i cittadini, per consegnare, pezzo dopo pezzo, la società ai nuovi famelici clientes, a soggetti pubblici, parastali o nazionalizzati, tuttora padroni dell'economia e supremi regolatori della vita dei sudditi, con vessazioni fiscali e burocratiche, come al tempo degli antichi feudatari.
Già l'insigne sociologo Vilfredo Pareto aveva individuato nell'alleanza innaturale tra capitale e ceti operai uno dei vizi della società italiana, alla fine della prima guerra mondiale.
Ma negli anni a cavallo tra il 70 e l'80, l'illustre giurista Giuseppe Maranini aveva denunziato la mostruosità di un sistema politico, che favoriva la nascita ed il rafforzamento di enti di fatto, come i partiti, quali nuovi centri di potere del tutto lontani dalla Costituzione e sicuramente responsabili del radicamento di un nuovo Leviatano.
Senza tacere della diagnosi perspicace ed attenta di uno degli intellettuali più lucidi disincantati, come Panfilo Gentile, che aveva individuato la tabe del nostro Stato in quella che veniva definita una democrazia mafiosa.
Come ha fatto Bocca a non accorgersene?
C'è da chiedersi se non sia proprio il suo carattere provinciale, tutto arroccato nella celebrazione della piemontesità e dello spirito resistenziale faziosamente legato al fratricidio della guerra civile, ad impedirgli di vedere tutte le cause del nostro decadimento come popolo libero e civile.
sabato, marzo 31, 2007
Il Maestro è suonato?

Il regista ha amabilmente risposto alle domande degli intervistatori e fornito chiarimenti sul suo ultimo film, ma ha lasciato sconcertati molti suoi estimatori, fra cui il sottoscritto.
Non crediamo che il cattolicesimo abbia bisogno di cineasti profetici, in un periodo di furibonde polemiche tra laici e cattolici, credenti e non credenti.
E neppure d' intellettuali che pensano di dire una parola definitiva e desacralizzante sul Verbo e la dottrina della Chiesa, contrapponendo - tanto per cambiare - Gesù alle Istituzione religiose.
Nella filmografia del nostro paese, ci è sempre parso meno intellettualista, nonostante le sue variopinte stravaganze, e più aderente allo spirito cristiano ed evangelico, il peccatore Fellini rispetto al candido Olmi, apprezzabile, onesto e laborioso artigiano della macchina da presa, il quale, probabilmente, con quest'ultima opera, più cerebrale di quanto non fosse nelle intenzioni, lascerà più interdetti che convinti gli spettatori.
Chiaramente si tratta solo di impressioni.
Il giudizio estetico va dato solo dopo aver visto il film, il quale peraltro, tra gl'intervenuti alla trasmissione di Ferrara ed Armenni, si è prestato a contrastanti interpretazioni.
Qui ci preme stabilire se quanto ha affermato il Maestro, nel corso dell'incontro televisivo sia condivisibile o no sul piano del costume e delle idee, ovvero se gli argomenti esposti siano talmente ambivalenti e le motivazioni ideologiche così capziose, da indurre a definire le tesi racchiuse in "Cento chiodi" , non tanto rivoluzionarie come ambirebbero essere definite, quanto semplicemente conformiste e del tutto coerenti con le impostazioni relativiste della società contemporanea, italiana ed occidentale.
Desidero riferirmi agli esempi portati nella discussione dallo stesso Olmi, nell'intento di rendere il più trasparente possibile il suo lavoro e la propria concezione del mondo.
Mi ha colpito la sua posizione in merito all'amore, che dovrebbe pervadere ogni attimo della nostra esistenza e che non fa differenza sul piano sessuale tra omofili e no, dandosi pertanto riconoscimento pieno, sotto l'aspetto teologico alla parità tra uomini e donne e persone della stessa specie.
Da libertari diciamo che la precisazione dei vescovi ci pare opportuna, per evitare ulteriori confusioni tra i fedeli.
Ciò che, in uno Stato non confessionale, è lecito disciplinare non è scontato per qualsiasi comunità di credenti, i quali dovrebbero, correttamente, anteporre i princìpi della propria dottrina, alle scelte politiche del momento, atte a risolvere problemi di natura pratica e sociale, riconoscendo diritti anche a chi finora ne è stato sprovvisto, col solo limite di non prevaricare le libertà degli altri cittadini.
Dove va a parare Olmi?
L'amore cristiano è parificato all'amore profano?
Ancora. Il regista ha voluto soffermarsi su un lontano episodio, avvenuto in una scuola d'Italia, che vide una studentessa incinta dare la luce alla sua creatura, in un gabinetto, attorniata, al momento del parto, da bidelli, insegnanti ed allievi. Ed ha paragonato, nel suo immaginario d'artista, la stanza medesima alla Capanna di Betlemme, senza ravvisare differenza alcuna tra i due eventi storici e simbolici.
Che dire?
Tutto avremmo sospettato, ma che la toeletta fosse equiparabile al luogo in cui il Redentore nacque, non avremmo mai osato intuirlo.
Una pietra di paragone del sacramento del matrimonio è stata poi indicata, paradossalmente, da Olmi nella scena (tratta dalla cronaca) di due adolescenti (eterosessuali o no, non pare più importante stabilirlo a questo punto), i quali, con una catena per biciclette, suggellano la loro convivenza, legandosi ad un palo con il lucchetto.
Un modo moderno, spontaneo e creativo, che varrebbe - al pari della dichiarazione resa davanti al notaio come suggerita, per le coppie di fatto, dal parlamentare Biondi - a costituire formalmente una nuova unione.
Lasciamo da parte, infine, la comprensibile commozione del cineasta, nel rievocare la sacralità (per fortuna) della propria nascita e della vita umana, antecedente addirittura il concepimento, e da stabilirsi nell' incontro degli sguardi dei genitori: un quadro idilliaco tanto pregnante quanto raro, in un mondo in cui s'intrecciano bene e male, istinti e poesia, uomini e bestie, intelligenza e brutalità, sentimenti nobili e violenze barbariche.
Alla fine della serata, una conclusione ci sembra indubitabile: si è confezionato un prodotto del tutto compatibile con la dissacrazione della fede ufficiale ed in linea con la ormai compiuta secolarizzazione della civiltà contemporanea.
Una domanda è d'obbligo (e ci scusiamo per l'irriverenza): ma il Maestro, per caso, è suonato?
venerdì, marzo 23, 2007
I cazzeggi di Veronica P.

"Conservatori in un paese in cui non c'è nulla da conservare!"
(Leo Longanesi)
Volete un esempio recentissimo di come avesse ragione Longanesi?
Ascoltavo la scorsa notte la rubrica "A mezzanotte" condotta dalla Pivetti (Veronica) su Raidue.
Ebbene, ho creduto di sognare.
I gridolini e la superficialità con cui la sorella dell'ex presidente del senato (sempre apparsa ai più come una timida monacella), affrontava temi di varia umanità, si fa per dire, conversando con un sedicente scrittore, autodefinitosi "padre eterno"(bella perla di raffinato umorismo), tale Roberto Cotroneo, erano talmente grotteschi e beffardi nei confronti della comune intelligenza e di quello che rimane dell'ormai devastato senso estetico, che ho dovuto spegnere frettolosamente l'apparecchio.
La vispa conduttrice infatti per deliziare le mie orecchie mandava in onda - come espressione di amata trasgressione - la canzone della Nannini, in cui alla parola pazzo faceva da rima la parola c....
Di tale sublime poetica, la ridente anchor woman non smetteva, subito dopo la performance della celebre cantante emiliana, d'inebriarsi ed autocompiacersi,
quasi fosse, quella scelta musicale, una specie di liberazione personale dal rispetto della forma e degli ascoltatori.
Che vanto ci si può dare nel far risuonare nell'etere una parolaccia divenuta ormai d'uso corrente?
Significa semplicemente essere banali e non avere validi argomenti da proporre al pubblico della notte in cerca di programmi meno cretini di quelli televisivi.
Una volta c'era la radio come rifugio dalla volgarità e dai luoghi comuni.
Ora non c'è più neppure quella.
mercoledì, marzo 14, 2007
Il mercato e la responsabilità

L'Avv. Frigo ha precisato la differenza tra favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, consistente sostanzialmente nella presenza, nel secondo reato, dell'esborso di denaro, che si aggiunge alla semplice messa in contatto tra i soggetti interessati al rapporto sessuale, caratteristica della prima figura criminosa.
Quel che colpisce nella vicenda è l'atteggiamento del celebre creatore d'immagini, ancora tanto giovane quanto estremamente spregiudicato nella sua smania di guadagno a tutti i costi ed il suo perentorio riferimento al mercato, quale spiegazione della sua infaticabile ricerca di denaro.
Sarebbe infatti il meccanismo economico mercantile a favorire certe situazioni e certi intrecci tra divi del pallone e dello spettacolo e facili introiti - anche con ricorso ad un altro grave delitto costituito dall'estorsione.
Ci sembra francamente ridicolo confondere le leggi della domanda e dell'offerta con il codice penale, anche se occorre riconoscere che, specialmente nel nostro paese è difficile realizzare un'etica capitalistica, forse perché qui un vero liberalismo non si è mai realizzato, anche per le insistenti (e resistenti) implicazioni politiche che l'attività d'impresa incontra ad ogni pie' sospinto.
Ora, che Corona si riferisca al mercato come giustificazione del proprio comportamento, è francamente una presa in giro.
Il trash ed il crimine, infatti, non cambiano natura solo perché preceduti o accompagnati dalla contrattazione economica.
Quello che sta divenendo sempre più usuale, putroppo, è la mercificazione delle persone.
Una volta era il marciapiede il luogo deputato a questo genere di affari, ora i luoghi sono i più diversi ed insospettabili.
Non si capisce che gli scambi commerciali sono neutri mentre le azioni più o meno riprovevoli vanno ascritte a uomini e donne.
Indipendentemente dalla sorte giudiziaria del personaggio, da considerarsi comunque non colpevole fino all'esito del processo, è curioso constatare come si stia facendo strada una nuova idea di esimente sociologica.
Senza minimamente considerare che "a certi individui i soldi affluiscono come se fossero una cloaca", come già osservava Seneca in tempi certamente non sospetti di liberismo.
giovedì, marzo 08, 2007
La festa della donna

marzo, quando la mia vita è piena di te tutti i giorni,in tutti momenti della giornata dacché sono nato?
Tu sei la mamma, la zia, la sorella, la moglie, la compagna, l'amante, l'amica, la casa, la via, la delizia e la dannazione della mia esistenza.
Se ti contestualizzo, ti dimentico, non celebro le tue qualità, il mio conforto, la mia aspirazione all'assoluto.
L'eterno femminino vivrà sempre con me, prima, dopo e a dispetto dell'8 marzo.
mercoledì, marzo 07, 2007
Perché dovremmo difendere gl'insegnanti?

domenica, marzo 04, 2007
Viva Sanremo

Anche se si svolge alla fine dell'inverno prelude alla spensieratezza estiva, che connota indelebilmente il carattere del nostro popolo.
Dodici milioni di concittadini si sono assiepati davanti al televisore per sottolineare l'importanza dell'evento, magistralmente coordinato dal pontifex maximus Baudo e dalla sacerdotessa Hunziker, esemplari inimitabili della religione più sentita e praticata nella terra del bel canto: la musica o, meglio, la canzonetta.
Confesso di non aver visto né ascoltato alcuna esibizione.
Di sguincio ho intravisto le malferme entrate, sul palcoscenico dell'Ariston, di due vecchi fusti come Dorelli e Bongiorno, ed ho lestamente cambiato programma al primo muovere di labbra dei due personaggi, vere colonne della nazione dello spettacolo e della patria canterina.
Altro che santi, navigatori, poeti, esploratori...
Siamo un paese di canzonettari e non ci vengano a disturbare né le crisi di governo , né gli aumenti delle tasse.
Cio' che conta è sopravvivere cantando.
"L'italiano vero", come urlava uno dei celebri cantanti delle Sanremo passate, non si perde un gorgoglìo, anche se scoppiasse la terza guerra mondiale o strangolassero la propria madre.
Ciò che conta è non pensare, ma intrupparsi nelle folle smisurate che inneggiano in coro al divo (superpagato) di turno.
Tutto il resto non esiste.
Viva Sanremo. Come faremmo senza?
venerdì, novembre 17, 2006
CENSURA
Concita De Gregorio, inviata di Repubblica, è la conduttrice di turno a Prima pagina, la rubrica radiofonica di lettura e commento dei giornali.
Oggi la federazione della stampa aveva proclamato uno sciopero, a cui non tutti i giornali avevano ovviamente aderito (ovviamente in quanto, la libertà di aderirvi o no è uno dei principi incontrovertibili della democrazia liberale e dello stato di diritto).
Ebbene, in mancanza d'altro, la giornalista ha letto e commentato i settimanali in edicola ed il quotidiano il Riformista, che è edito da una cooperativa, che non ha quindi controparte wquesta è la formalistica giustificazione), mentre ha tralasciato la lettura di altri quotidiani, come ad esempio Il Tempo di Roma, in quanto non aderente all'astensione.
Il bello è che la Concita, lungi dal giustificarsi per queste volute ed arbitrarie omissioni, ha dichiarato al microfono di Rai Tre, che lei stessa aveva esercitato la censura a senso unico, facendo intendere che i quotidiani non scioperanti non erano di suo gradimento.
Un bell'esempio di servizio pubblico, non c'è che dire, ed una esemplare lezione di faziosità a spese del contribuente.
A questo punto, da bastiancontrario, non ascolterò, per tutta la settimana, la daltonica De Gregorio ed acquisterò, per tutta la settimana, Il Tempo di Roma.
sabato, ottobre 07, 2006
L'amante invisibile

(Elemire Zolla)
Da L'amante invisibile di E. Zolla (Marsilio, ed.), traggo questa frase meditativa.
L'excursus del grande studioso sull'argomento dell'amore celeste, che attraversa le antiche tradizioni occidentali ed orientali, è motivo di riflessione sul corrompimento della natura umana, ma anche sull'ineliminabile aspirazione all'unione senza spazio e senza tempo con l'essere amato, soggiogati da una forza cui non possiamo resistere e che ci conduce per mano, quasi senza accorgersene...
giovedì, agosto 17, 2006
Giornalisti & c.

Non abbiamo nulla contro l'ordine dei giornalisti. Com'e'normale in Italia si tratta di una delle tante corporazioni, sopravvissute al crollo del regime fascista.
Che continui ad esistere ci pare però esagerato.
Un paio d'illustri esempi valgano per tutti.
Alberto Moravia, scrittore già affermato, fu scostretto negli anni sessanta a sottoporsi all'esame per essere iscritto all'albo ed altrettamto avvenne per un intellettuale raffinato ed infaticabile organizzatore culturale come Alfredo Cattabiani, il quale superò, a cinquantanni suonati, la stessa prova brillantemente.
Ma perché esistono categorie protette (o presunte tali) come questa?
Ci sono tante leggende, magari con un fondo di verità incontrastata
.
Si continua a dire: Scrivere sui giornali è sempre meglio che lavorare!
Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Ricordo a tutti che si tratta di una grande fatica, un servaggio ed un sacrificio costante o quasi, quella di comporre (sì, comporre) un articolo e non è sempre un piacere, a volte è una una vera e propria corvée.
Non è raro, neanche per i più dotati, che trovare l'ispirazione, la frase giusta, la parola appropriata, il senso compiuto, costituisca un'impresa difficilissima, snervante, ansiogena, impegnativa e spesso drammatica - come una parete impervia per un alpinista pure esperto.
Non so bene se si trattasse del grande Buzzati o del geniale Montanelli, ma uno dei due fu messo a dura prova, nel momento in cui stava per entrare al "Corriere della Sera", allorché fu rinchiuso, dal Direttore, in una stanza del giornale, per dare dimostrazione della capacità di tirar fuori un pezzo nel più breve tempo possibile.
Per fortuna la paura che paralizzò quel personaggio non durò a lungo (tranquillizzando l'interessato circa la possibilità di svolere il compitino con calma e serenità in un'altra occasione: insomma, fu poco più che uno scherzo, in modo da far intravedere l'ombra della tragedia di scrivere con l'affanno,sempre incombente in tale mestiere).
D'altronde, non tutti gli appartenenti all'ordine sono provvisti di talento e di grandi virtù.
Solo una minoranza esigua può rappresentare degnamente quella che venne definita la professione più bella del mondo.
Quanti gazzettieri, improvvisatori, orecchianti ed incolti - o francamente ignoranti - fanno parte dell'esercito degli odierni pennivendoli ?
E quanti gli aspiranti in attesa, soggiogati dal mito o, più pedestremente, motivati dai privilegi ed i benefits, veri o supposti, che gratificano gli scribacchini in servizio permanente effettivo : treni ed aerei gratis, favolosi rimborsi a pie' di lista.
Per non parlare del fascino che ammalia le donne, l'opportunità di viaggiare in lungo e in largo, ed ottenere la confidenza dei potenti, siano essi internazionali o, soltanto, del vicino consiglio di quartiere....
Ma l'ubi consistam della soppravvivenza di questa variopinta congregazione dove sta, ormai?
Pare che nel mondo ci siano cinque milioni di blogger (ed ogni scribacchino che si rispetti si
apre un blog per darsi visibilità) e che questo universo telematico - dove si collocano in prima fila, come modello d' informazione diretta, libera da condizionamenti ed efficace nella comunicazione, i quotidiani on line, in concorrenza, sì, con la carta stampata, ma già vincenti su di essa - costituisca il presente e l'avvenire della divulgazione dei fatti e delle opinioni nel villaggio globale.
E allora che ne facciamo della vecchia consorteria giornalistica?
Ha ragione dunque Capezzone a chiedere la soppressione dell'ordine?
D'impeto e libertariamente diremmo sì.
Ma in questa bella nazione si è
mai vista una liberalizzazione andata a segno?
Come facciamo a mantenere un po' di vero ordine nelle professioni in genere, ed in quella dei giornalisti in particolare, senza cadere dalla padella nella brace?
Se l'onorevole radicale ci garantisse che il futuro ci prospetta professionisti come Prezzolini - grande dilettante in tutte le attività svolte tanto egregiamente, nella propria esistenza, da meritarsi perfino l'appellativo di Maestro - non avremmo né dubbi né perplessità al riguardo.
Percné non provare a vedere che cosa succede in altri paesi europei ed oltreoceano, tanto per evitare riforme fasulle ?
venerdì, agosto 11, 2006
Ma le Prefetture non dovevano essere abolite?
Molto cortesemente il funzionario addetto mi ha indirizzato presso la Prefettura, dandomi il nome dell'impiegato addetto al ricevimento delle domande e all'istruttoria delle pratiche
Ho telefonato, cercando della persona indicatami e, sono riuscito a parlare, dopo una buona attesa, con la responsabile della sezione immigrazione.
Alla donna chiedo se ci siano nuove direttive del Ministro per l'ottenimento della cittadinanza e, quella, per tutta risposta, con una risata sarcastica, mi risponde che la nuova legge non c'è.
Ovviamente si tratta di un disegno di legge, che dev'essere ancora approvato in aula, ma che comporta fin d'ora delle procedure innovative, per altri versi già introdotte, con provvedimenti regolamentari del Governo.
Anche se in senso atecnico, d'altronde, le nuove proposte vengono correntemente chiamate "Legge Amato".
Ecco in cosa consistono, nelle linee essenziali, come elaborato da www. governo.it:
"Il Consiglio dei Ministri ha approvato nella riunione del 4 agosto 2006, su proposta del ministro dell´Interno, Giuliano Amato, un disegno di legge - in linea con la direttiva europea 2003/109/CE istitutiva del "permesso di soggiorno CE" - che aggiorna la normativa sulla cittadinanza modificando la legge n. 91 del 1992. Tale disegno di legge prevede una serie di interventi che prendono in considerazione le varie situazioni che contraddistinguono la presenza degli stranieri nel nostro Paese e, in particolare, i nati nel nostro territorio, i minori che si ricongiungono ai propri familiari in età infantile o adolescenziale, gli stranieri extracomunitari maggiorenni.
Potrà acquisire il diritto alla cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui uno almeno sia legalmente residente in Italia, senza interruzione, da cinque anni al momento della nascita, e in possesso del requisito reddituale previsto per il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. In tutti i casi, fatta eccezione per i bambini, la richiesta di acquisizione della cittadinanza italiana deve essere sottoposta all'accertamento della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero nel territorio dello Stato. Tale requisito è esteso anche a chi sposa un italiano."
Ora, è possibile che questo testo non possa essere messo a disposizione del pubblico, in modo da mettere in condizione gl'interessati di sapere sattamente come stanno le cose?
No, non è possibile evidentemente, se per l'addetto al servizio nulla si muove.
Ovviamente l'iter da seguire è quello vecchio, con tutta una serie di documenti, attestazioni e legalizzazioni, che probabilmente la nuova disciplina non prevederà più.
Mi viene in mente la figura di quel soldato giapponese, che fu ritrovato non so più in quale località sperduta del teatro di guerra del '43- '45, che continuava ad aspettare l'ordine di arrendersi ancora in assetto di combattimento.
Ma poi, ragionando, mi dico: la notizia della recente riforma è conosciuta perfino dai bambini ; come mai quest'impiegata fa la spiritosa e mi snocciola a memoria tutta una serie di adempimenti, che alla fine saranno ritenuti superati e quindi inutili per chi li mette in atto oggi?
Ci dev'essere una sorta di crudeltà mentale, che si sviluppa nei cervelli dei burosauri ed impedisce loro di essere (come dovrebbero) al servizio del cittadino, con un minimo di buon senso e correttezza, nel rispetto dell'educazione e dello spirito civico, se non proprio dello Stato inteso come Istituzione al di sopra delle parti, compresi gli stessi burocrati.
Il lavoro forse viene inteso come un onere troppo pesante, per sentire il dovere di non infliggere vane sofferenze e stupide complicazioni ed ostacoli ingiustificati a chi voglia semplicemente ottenere un diritto.
E questo a prescindere dall'opinione che abbiamo di questa o quella legge, questo o quel regolamento, questa o quella circolare...
Colpisce quest'atteggiamento che farebbe inorridire qualsiasi europeo e che qui, in Italia, si deve subire con rassegnazione, come se l'ultimo usciere dell'ultimo Ministero fosse un viceré borbonico che, graziosamente, elargisce una concessione, magari secondo l’umore con cui si è svegliato la mattina.
Ma le Prefetture non dovevano essere abolite da decenni?
Lo chiediamo al Ministro Amato.
mercoledì, giugno 28, 2006
La libertà - Lettera aperta a Giuliano Gennaio

ho ascoltato l'intervento in qualità di direttore di liberal cafe sull'attività dei blogger, nel corso del convegno di Tocque-Ville, "La città dei liberi", tenutosi recentemente a Sestri Levante e devo dirle, in tutta franchezza, che non lo condivido minimamente.
Molto succintamente, obietto.
Lei continua a parlare dell'ottocentesca distinzione tra progressisti e conservatori, come se fossero categorie reali, quando già Ortega y Gasset, a metà del novecento le definiva semiparalisi mentali.
Che senso ha contrapporre il liberalismo, di cui nessuno, dico nessuno, è tenutario, alla conservazione e al progresso?
Non le basta affermare il primato della libertà sopra a tutto il resto, senza inutili e pericolose specificazioni ideologiche?
Lei, nella stesso incontro ligure, ha anche postulato, con forte determinazione, la necessità di fare politica per i blogger di area.
L'obiettivo che si propone è di riesumare una certa militanza politica o partitica, attraverso internet, in vista delle prossime europee.
Perché?
Le interessa qualche scranno da giovane aspirante deputato, ambizioso ed intelligente?
Se tiene veramente a diffondere i principi liberali, rifletta bene sulla lezione di Gramsci, a proposito della conquista della società civile attraverso la cultura.
Beninteso, mediti sulla strategia, non sull' eventualità di manipolare le coscienze, alla maniera marxiana.
Oggi, la gente vuole idee non politica. Vuole risposte ai problemi del momento grandi e piccoli, ampie vedute e prospettive, grandi spazi e aria pulita.
Compito dell'intellettuale non è quello di essere organico alla politica, ma di stimolarla, rinnovandola dall'esterno, evitando la trahison des clercs, caro Gennaio, e non di creare yes men al servizio del potere di qualsiasi colore sia, se vuole effettivamente servire la libertà ed il rispetto della persona umana.
Lasci ai partitanti di professione, ai candidati burocrati, ai farneticanti portaborsa la bassa cucina della politica politicante
e si dedichi al think - tanks, a cui seguirà una nuova organizzazione sociale, moderna e rivoluzionaria
martedì, giugno 13, 2006
"IL Ribelle"

Un'opera che si legge facilmente, nonostante i concetti espressi siano piuttosto elevati.
Un'esposizione articolata con pensieri spesso incorrect dal punto di vista del politically corrente nel nostro paese, a beneficio di una comprensione disinteressata delle varie civiltà contemporanee, poste dall'autore su un piano paritario, in omaggio al relativismo multiculturale.
Una lettura da consigliare a quanti vogliano affrontare le problematiche del nostro tempo, senza la camicia di Nesso dell'ideologia e le lenti colorate delle superstizioni post-illuministe.
E' come immergersi nelle acque fresche di un fiume incontaminato, per rigenerare il proprio pensiero.
Una salutare operazione per ritrovare riferimenti limpidi ad una visione del mondo alternativa, in cui vi sia spazio per un pizzico d'ingenuità, come quando si accenna all'autoeconomia, come forma alternativa al marxismo e al capitalismo.
Fini però non si lascia trascinare nella nostalgia di un mondo iperboreo, la cui esistenza mitizzata, costituisce, in contrapposto all'utopia del futuro delle religioni della ragione e del paradiso in terra, un'utopia rivolta al passato astorico ed irrazionale.
Sono un estimatore di Massimo Fini, pur non condividendone tutte le impostazioni, forse un po' troppo influenzate da posizioni localiste.Il suo "Manifesto contro la modernità" contiene molte proposizioni sottoscrivibili ed anche questo che definirei un "Dizionario del ribelle", derivando concetti e riflessioni da alcuni maestri del pensiero aristocratico come F. Nietzsche o della rivoluzione conservatrice come E.Junger o addirittura anticapitaliste in quanto antiusuraie, come le poetiche invettive di E. Pound, contiene voci del tutto condivisibili contro il mondo moderno ed i luoghi comuni della democrazia.Ovviamente, solo un anticonformista di razza, che guarda alla validità di alcunii valori del passato, costantemente misconosciuti dalla società contemporanea, poteva fare l'elogio del "bandito", inteso come personaggio coerente con la propria dignità e le proprie regole liberamente scelte.
Si raccomanda l'uso del libro a chi ancora non voglia soggiacere alla sclerosi e all'intorpidimento intellettuale.
giovedì, giugno 08, 2006
Onore alla Brigata Sassari

Vorremmo sperare che questi sacrifici, i quali si aggiungono a quelli già numerosi, compiuti - nella storia del nostro paese- dai valorosissimi sassarini, servano a qualcosa nel cammino impervio della difesa della libertà, dei valori nazionali e comunitari, contro il totalitarismo ed il terrorismo internazionale.
Purtroppo, temiamo che siano perdite preziose quanto inutili, in un contesto politico come quello italiano, dove la tradizione di "Caporetto" e de "La guerra continua" di badogliana memoria, pare abbiano messo radici ineliminabili, rafforzando la vocazione al disimpegno, all'ambiguità, al proprio particulare, alla furberia e al "Correre in aiuto del vincitore" ogni volta che il vento gira.
In una nazione dominata dalle banderuole, che cosa vi potete mai aspettare?
I conati pacifisti a senso unico della Menapace e gli strilli isterici dei rifondatori del comunismo e dintorni, che non avendo mai avuto una patria si affidano alle cimici dell'arcobaleno per colmare la perdita dell'unica festa che a loro importasse, quella dell'Armata rossa staliniana.
In questa situazione politica rabberciata a sostegno della partitocrazia strangolatrice della società civile, in nome della conservazione dei privilegi della I Repubblica, siamo tutti, o quasi, figli della sconfitta della seconda guerra mondiale e dominati pervicacemente dagli eredi di quelli che Papini chiamava i"luridi bastardi di una disfatta", che contrassegnò la perdita della dignità nazionale e il senso antico dell'onore, che le nostre forze armate e le nostre istituzioni pubbliche faticano a riconquistare, come senso della comunità e senso dello Stato, come appartenenza ad un'identità storica e culturale, la tanto vituperata nazione - unico pressupposto per la costruzione dell'Europa e per la permanenza dell'Italia quale soggetto politico protagonista nel contesto internazionale.
Finora, i corpi scelti, fiori all'occhiello delle nostre forze armate, e prima fra tutti la Brigata Sassari, sono stati i custodi silenziosi ed orgogliosi della generosità dei servitori della patria, mai abbastanza remunerati, né economicamente, né moralmente.
Ma che volete che gliene importi di questi valori - presenti in ogni comunità civilizzata, a garanzia della res publica, dell'intresse comune o collettivo, ai sagrestani stanchi e ai descamisados della sinistra estrema, verde o rossa che sia?
Loro sono pronti ad inneggiare alla guerriglia e al terrorismo, in nome della patria altrui, ma pronti a bruciare la bandiera nazionale e a sputare sui nostri morti, disertando da qualsiasi dovere di solidarietà e responsabilità in materia di diritti umani.
Ebbene che ci stanno a fare l'Esercito e la Brigata Sassari con il loro onore, consacrato dal sangue di giovani vittime, che avevano scelto l'ordine e la disciplina e lo spirito di servizio, in un'epoca in cui quel che vale è unicamente l'egoismo individuale, o quello di classe o corporativo?
Ha quindi ragione l' affranto padre del Caporalmaggiore Alessandro Pibiri a chiedere il rientro dei nostri soldati.
L' esempio elevato dei valenti dimonios non serve a nulla in un paese come questo.
Noi non siamo ( tanto per citare paesi a noi vicini) né la Francia, né la Germania, né l'Inghilterra, dove la dignità dei militari rappresenta quella di tutti i cittadini, al di sopra delle ideologie e dei partiti.
Onore ai sassarini, dunque, a dispetto di una nazione che non li merita.
lunedì, giugno 05, 2006
Santi esplosivi

I linguaggi, la scrittura, i rapporti quotidiani sono improntati alla bruttura, alla trascuratezza, alla violenza verbale, al mancato rispetto della persona.
L'altra sera, uno squallido personaggio che imitava la Bertè, nella trasmissione di Chiambretti, vomitava una sequela di parolacce, insultava una donna anziana presente in sala, senza un minimo di scrupolo e tra gli applausi generali.
Il finto scandalizzarsi del conduttore agevolava lo spargimento di letame tra il pubblico beota e l'etere, per infilarsi nelle case, ed entrare nelle orecchie dei telespetattori, introducendo altri modi di comunicazione, improntati alla più svilita delle monete: il becerume, gratuito ed indiscriminato.
Di fronte a spettacoli di questo genere mi viene spesso da pensare agli ecoterroristi, che, senza vittime umane, sono riusciti spesso in alcune località a far saltare per aria costruzioni abusive che deturpavano l'ambiente e ad impedire,conseguentemente, cementificazioni selvagge in nome del rispetto della natura e delle bellezze del paesaggio.
Ecco il punto. La bellezza, in tutte le sue sfumature, decade, si offusca, viene distrutta dalla volgarità di omuncoli e donnacole in veste di nuovi maestri del costume.
Questi guitti maldestri andrebbero posti nella condizione di non nuocere, come si è ottenuto con certi speculatori del territorio.
Verrebbe spontaneo, nottetempo, a sale deserte, collocare qualche candelotto di dinamite, per far saltare il teatro senza vittime, luogo di mortificazione della cultura e del buon gusto, impedendo la continuazione di questi crimini, non riconosciuti, contro la sensibilità estetica.
Santi esplosivi, verrebbe da dire, aiutateci a difenderci da questa infame avanzata di lordure.
giovedì, giugno 01, 2006
Maschio criminale

Di Raffaele Morelli, si può pensare tutto il male possibile, ma non si può certamente dire che non sia un volgarizzatore della psicanalisi ed un grande interprete della modernità e dei rapporti tra i sessi.
Nella preclara trasmissione di Mediaset, condotta, nelle ore di siesta, da quella volitiva presentarice che risponde al nome della Perego, non più tardi di ieri sera, con il supporto mastodontico di Simona Izzo, vale a dire, della più debordante pensatrice televisiva, ha definito una volta per tutte e nel modo più chiaro possibile la gelosia.
Trattasi, ha spiegato il Nostro, di un sentimento tendenzialmente maschile criminale, in quanto frutto dell'educazione machista, che fino alla generazione del medesimo Morelli, in vena di autoflagellazioni, è stata predominante e foriera di danni permanenti ed incalcolabili per la società.
Dice lo psicosomatico Raffaele che è colpa di quella cultura, se i maschi considerano la donna come oggetto di proprietà, e quindi mal sopportano che su di essa si posino sguardi estranei o che la stessa acquisisca atteggiamenti o comportamenti troppo liberi e autonomi.
In fondo l'uomo cosa vuole?
Vuole essere l'unico o almeno il migliore amante della sua compagna. ed eccolo allora chiederle ansiosamente: è vero che come hai goduto con me non ha mai goduto in vita tua?
Cribbio. Che mirabile esempio di scienza spiegata alle masse!
Una volta, quando le grazie femminili venivano esibite pubblicamente e senza ritegno, l'esclamazione che le accompagnava era, propriamente, Godi popolo! Come a dire che si dava in pasto al pubblico, senza motivo, qualcosa che forse meritava più protezione.
Ma ormai le plebi ignoranti non esistono più e, quindi, è d'uopo ammaestrarle dagli schermi della TV in nome del progresso e della verità scientifica sulle strade luminose da seguire per cercare di riscattarsi dalla maledizione di essere nati uomini.
Chi ci aveva mai fatto caso, finora, a questa dominante dell'aggressività maschile? Pochi spiriti avvertiti ed illuminati.
Ma ora Raffaele, detto Riza, dal nome dell'ebdomario da lui diretto e specializzato nella ricerca della psiche,ha pronunciato l'equazione più avanzata, dopo quella sulla relatività: uomo uguale male.
Eppure se riflettete è così.
Il sintomo del marito-padrone, il quale, pur di mantenere il possesso, è disposto ad uccidere, lo possediamo tutti.
Lo teniamo nascosto, ma è pronto a saltar fuori alla prima occasione favorevole, magari davanti ad un paio di tette esuberanti, o qualche lunga coscia, opportunamente scoperta dagli spacchi nelle gonne, nuova invenzione dei nostri stilisti.
Manco a farne paragoni con l'altro sesso.
Le femmine sono nettamente superiori perchè sono abituate alle difficoltà del parto, afferma la teologa della liberazione, signora Izzo in Tognazzi (che purtroppo fa rima con lazzi e sghignazzi) e il loro istinto materno le porta ad essere più duttili, elastiche ed adattabili di quanto non sia stato, nei millenni passati la specie uomo, dedita solo alla caccia e a menar colpi di clava a destra e a sinistra.
Sì,l'uomo è inadatto - sentenzia, con sussiego ed uno squittìo di palese soddisfazione,come un topastro alla vista della gruviera,il Morelli -, non sa affrontare la complessità della società contemporanea.
Forse è meglio che si vada a scuola di rieducazione, pensiamo.
Perché Riza non organizza corsi serali accelerati per far fronte alla bisogna? Ci chiediamo sgomenti e speranzosi allo stesso tempo.
Se si continua di questo passo, sarà la fine...
Però, poi, ci viene in mente l'eclatante freddezza di Erika, l'eroina del male minorile, che, uscita dal carcere, si esibisce in performaces sportive ed eleganza mondana, come se nulla fosse accaduto nella sua giovane esistenza.
E allora tiriamo un sospiro di sollievo, sussurando a noi stessi: Meno male che ci sono personaggi come lei, la piccola diva noire, a riscattarci dai sensi di colpa di essere nati maschi !
giovedì, maggio 11, 2006
Non voglio più caramelle!

Salamelecchi e frasi opportunistiche, baci, abbracci, tentativi continui di arruffianamento.Perfino sorrisi( ma come si fa a lanciare sorrisi in web, come tanti clown?).
Di fronte al profluvio di poesie mentecatte e monocordi, piagnucolanti, noiose, prive di senso, pietose, assistete ad un coro di ovazioni, da parte di gente che a malapena sa mettere la propria firma.
Un'immensa pentola d'ipocrisia caramellosa, che bolle in continuazione, producendo acqua zuccherata per innaffiare piante rachitiche, terreni aridi, zolle rinsecchite.
Blog come specchio del reale?
Ne dubito.
Ma un collegamento con certi media sicuramente c'è. L'influenza di cattivi maestri si avverte anche qui.
Guardate la televisione in questi giorni, i minuetti dei politici. Tutti bravi ragazzi: un po' di colpi di spillo tra loro e subito dopo ammiccamenti e complicità nascoste...
Francamente credo che il nostro tempo sia il più becero e gesuita, il più volgare e vessatorio, nella storia del paese, dove si va innalzando l'ara del conformismo più vieto e dell'annientamento delle libertà individuali e collettive.
Ci attende un destino soffocante, da pecore matte.
In un falso clima di concordia, in un mare di melassa finisce la nostra civiltà.
E allora?
Non voglio più caramelle!
Basta con le giravolte criminali.
Voglio l'aria pura, i sapori forti, uomini e donne che dichiarino quel che pensano, capaci di un minimo d'indipendenza di giudizio ed anche di qualche paraloccia ben detta.
Faccio un ultimo disperato tentativo, chiamando a raccolta i non conformisti, prima di andare in esilio in qualche terra lontana ed incontaminata, se ancora esiste, in una parte qualunque di questo povero mondo.
lunedì, maggio 08, 2006
L'Europa e La malinconia

Tommaso Padoa Schioppa, illustre docente dell'Università Bocconi, ha dato alle stampe un libro sull'Europa, in cui analizza il generale stato di scetticismo delle nazioni, che ne fanno parte, nella volontà di costruire una Unione non solo economica, ma un vero soggetto politico protagonista fra le grandi potenze.
L'aspetto curioso del libro è il collegamento che l'autore stabilisce tra la mancanza di slancio ideale, la capacità di realizzare un sogno e il male oscuro dell'occidente, la malinconia.
Un accostamento assai interessante, che può meravigliare, ma che invita a riflettere sulla condizione delle società contemporanee del vecchio mondo.
Sembra inevitabile la constatazione di una perdita di energia vitale con l'avanzare del progresso materiale e sociale, quasi fossero due facce della stessa medaglia.
La malinconia pare il vero problema europeo, ovviamente intesa in senso metaforico, ma con addentellati precisi ad un diffuso disincanto.
Storicamente una pessimistica visione del mondo, negli spiriti più attenti è sempre esistita.
Un concetto costantemente presente nella cultura occidentale, un tema di grande respiro, all'interno di discipline tradizionali come la filosofia e la religione, come testimoniano le opere di Aristotele.
Sulle vie che un tale stato d'animo può far intraprendere alle classi dirigenti, agli uomini grandi, i quali - pur avendo la consapevolezza del proprio valore - soffrono dell'incapacità di raggiungere le loro alte apirazioni, avendo ben chiara la propria insufficienza, si sono esercitate menti illuminate.
E' pregnante la definizione della "melancolia" come "nostalgia di ciò che è perfetto".
Variamente interpretata con i termini equivalenti di accidia, spleen, umor nero, noia, essa afflisse nell'antichità eroi come Ercole e nell'età moderna statisti come Churchill, fu studiata da filosofi e dommatici, fin quando la medicina dei nostri giorni, la psicologia, la psichiatria, non coniarono la parola depressione, la quale, nel declino della civiltà occidentale, conta oggi massicce conquiste tra le popolazioni europee e nei reggitori dei governi, ma probabilmente, a nostro sommesso avviso, senza una presa di coscienza adeguata da parte delle vittime e qualsivoglia intendimento di reagire e di vincere la malattia.
Un altro sintomo della massificazione imperante e dell'assenza di élites selezionate.
mercoledì, febbraio 01, 2006
Una stella gialla per Massimo Fini

Fini appartiene alla categoria antropologica degli eretici e dei rompiscatole, una specie umana, che, anche sotto i regimi cosiddetti democratici. non è gradita alla classe dominante e all'industria culturale.
Fini è in causa con la Rai, perché questa non ha mandato in onda il suo programma "Cyrano", non condividendone l'impostazione ideologica, sgradita ai padroni del vapore, ed è per pura ritorsione che gli è stato negato ora l'accesso alla Tv di Stato.


