venerdì, ottobre 14, 2005

Un elemento positivo: l'abolizione delle preferenze


La nuova legge proporzionale è stata approvata alla Camera.
Per quanto ancora siano presenti perplessità ed interrogativi circa l'effettiva garanzia del bipolarismo, che converrà vedere nella sua applicazione pratica, c'è tuttavia un elemento che non può che considerarsi positivamente: l'abolizione delle preferenze.

Tra i mali indiscutibili della vecchia normativa del maggioritario imperfetto, erano intollerabili la lotta per le candidature, l'incremento del voto di scambio, l' aggravio della partitocrazia nella scelta dei candidati.

Spettacoli indecorosi le sanguinarie competizioni tra gli eleggibili, che non si risparmiavano coltellate all'interno dello stesso partito e non badavano certamente ai mezzi, leciti o no, per ottenere l'investitura "popolare".

Pensiamo poi ai ricatti reciproci che le preferenze consentivano tra gli eletti ed elettori: tutto il contrario della democrazia e dell'elezione delle persone più affidabili, nella maggioranza dei casi, relegate ai margini della vita politica per favorire i professionisti delle arrampicature sociali, privi di competenze e qualità.

Certamente i partiti dovrebbero essere riformati e le loro attività dovrebbero essere rese più trasparenti, per evitare lo strapotere delle segreterie, aprendosi alla società civile più di quanto oggi non sia avvenuto, ma intanto non è un piccolo passo quello compiuto rispetto al passato, evitando, con la nuova legge, il proliferare di vere e proprie "cosche mafiose", i vergognosi mercanteggiamenti e l' imposizione di nomi discutibili dall'alto.

Speriamo bene.

giovedì, ottobre 13, 2005

Uomini e topi



Mi ha stupito l'approccio del Prof. Gessa, farmacologo dell'Università di Cagliari, nel trattare il tema della droga in modo piuttosto "minimale".

Sarà stata una mia impressione, ma nella trasmissione di Bruno Vespa di due giorni fa, il competente studioso parlava del problema come un entomologo discetta d'insetti e riconduceva tutto alla "dipendenza", la quale, di per sè, non creava che rischi collaterali per le conseguenze derivanti dall'abuso delle sostanze assunte.

Egli si riferiva alle cinque specie di droghe naturali (cocaina, eroina, morfina, alcol, nicotina).

Sono rimasto un po' sconcertato, perché pareva che tra le varie categorie non vi fosse differenza profonda. Anzi sembrava che alcol e nicotina fossero in qualche modo più pericolose per l'organismo rispetto alle altre.

E'possibile che la scienza medica non abbia stabilito altri danni diretti per il fisico, oltre alla dipendenza?

Intervistato stamattina a proposito delle ultime ricerche sugli effetti della cocaina, il Prof. Gessa ha indicato il potenziale pericolo per il cervello, venuto alla luce da alcune ricerche scientifiche sui topi.

L'effetto prolungato della droga si concentrebbe in un'area profonda cerebrale, abbassando i freni inibitori per la ricerca di soddisfacimento dei desideri da cui si dipende.

La mancanza d'inibizioni è facilmente immaginabile quanti danni può determinare nella personalità e nel comportamento e nei riflessi sociali.

La medicina studia farmaci che contrastino la perdita dei controlli cerebrali.
E quindi non si tratta di acqua fresca...

domenica, ottobre 09, 2005

La mortadella è priva di fascino, ma la Ferilli...


La sinistra italiana non ha più "eroi" credibili (se ne ha avuti, li ritrova probabilmente nei miti di un certo fascismo) e pertanto le sue icone deve cercarsele all'estero, dove, peraltro, non sussiste il fanatismo ideologico di casa nostra, ancora legato, in larghissima parte, ai "trinariciuti" stalinisti di guareschiana memoria (basta vedere le rabbiose e penose esibizioni di Vauro a Telesette, in tarda serata, per rendersene conto) ed è quindi inevitabile l'impasse e la conseguente frettolosa cancellazione dei pigmalioni esotici, come Blaire o Zapatero, allorché dimostrano di avere i piedi ben piantati nel proprio paese, a difesa degl' interessi e delle istituzioni nazionali.

Quali figure potrebbe innalzare sugli spalti l'Unione?

La Jervolino? Non dovrebbe aprire bocca.
Vendola? Non dovrebbe almeno portare gli orecchini.
Bertinotti? Dovrebbe addolcire lo sguardo e levigare i canini.
Prodi? Dovrebbe smetterla di roteare gli occhi e di avere costantemente l'acquolina in bocca per... la mortadella.Per quanto gustosa quest'ultima, infatti, è del tutto priva di fascino anche per il popolo progressista.

Le primarie possono servire a qualcosa per trovare qualche immagine accattivante?

Se si candidasse la Ferilli, in mancanza di personaggi dotati di carisma, le sue accettabili forme potrebbero costituire un buon surrogato, raccogliendo
voti tra gl'indecisi...

giovedì, ottobre 06, 2005

Un Placido sistema


Michele Placido ha parlato del suo ultimo film, tratto da "Romanzo criminale" di De Cataldo, nel quale si narra la storia della banda della Magliana e delle sue implicazioni politiche nell'Italia degli anni settanta.

Implicazioni date per vere, benché non provate giudiziariamente.

Insomma quella che, nel libro del magistrato-scrittore De Cataldo, è semplice ipotesi romanzesca, viene dato per realtà provata, quasi scontata dal Placido regista-attore, il quale in tal modo si colloca nell'alveo della tradizione complottistica, che affligge il nostro paese da oltre trentanni, per avvalorare l'ipotesi di un secondo Stato, amministrato con sistemi massonici dagli stessi reggitori del potere.

Il fatto che, dopo anni d'indagini, non si sia arrivati al bandolo della matassa degli svariati e sanguinosi episodi criminali- nonostante il dovizioso dispiegamento di mezzi posto in essere per lunghissimo tempo (accompagnati dalla gran cassa dei giornali progressisti, i quali avevano già scritto tutte le sentenze, attendendone soltanto conferma formale da parte dei giudici, per attribuirne la responsabilità ai sistemi deviati d'informazione e sicurezza, con l'uso spregiudicato della mano d'opera fascista e mafiosa, al servizio del regime clerical-socialista) - non serve a nulla.

Placido si allinea alle tesi e ai teoremi prevalenti nell'ottica della sinistra estrema, pensando di essere anticonformista.
Ma così non è.

Da quel che lui stesso racconta, l'opera cinematografica rimane nel solco della celeberrime stragi di Stato, che hanno massacrato l'Italia, da Calabresi in poi.

Non è un grande sforzo intellettuale, né un un film originale, ma serve a fare cassetta, ripetendo temi sfruttati da anni dalla propaganda politica marxista e para-marxista, al solo scopo di conquistare la diligenza del governo.

Non è un contributo alla verità di quegli anni. Ma un'ulteriore replica di un leit- motiv divenuto ormai logoro.

In fondo c'era da aspettarselo.
Per avere consenso e guadagni, oggi come ieri, c'è solo una strada: quella di apparire coerenti con le tesi prefabbricate dei rivoluzionari di professione, per i quali il sequestro Moro è tuttora da attribuire alle sedicenti brigate rosse, anche a costo di divenire
tragicamente grotteschi.

martedì, ottobre 04, 2005

Pensiamo all'oggi e al domani


Caro Cavallotti,
credo di aver correttamente interpretato la sua analisi del modello svizzero, contenuta nel suo pregevole articolo del 2 ottobre su "Legno Storto" come una provocazione intellettuale, atta a considerare la mancata evoluzione verso una democrazia federale compiuta del nostro popolo.

Ho ritenuto opportuno rilevare la diversità dei caratteri dell'Italia e della Svizzera.

Anche se noi abbiamo molto da imparare dai nostri vicini, abbiamo la necessità d'individuare temi importanti e sentinti, convincenti ed appassionati per non cadere nel vuoto dell'astensionismo, che incombe soprattutto sull'elettorato di destra.

Forse non ci rendiamo ancora ben conto dei danni che le infinite diatribe all'interno del fronte moderato hanno causato presso l'opinione pubblica che ha sostenuto la "Casa delle libertà".

Abbiamo assistito all'indecoroso spettacolo di versipellismo da sinistra verso il centro e la destra, nell'intento di favorire unicamente interessi personali e di cordata, nonché lo scomposto assalto alla diligenza di enti e poltrone, né più né meno come nella prima repubblica.

Uno spettacolo patetico a tutti i livelli, centrale e periferico, ad opera di chi era stato eletto per cambiare e compiere la rivoluzione liberale ed antipartitocratica.
Addirittura ora pare si voglia semplicemente ripristinare il sistema dei partitini che ricattano ad ogni pie' sospinto, per coltivare il proprio orticello, con la proposta di una nuova legge elettorale in senso proporzionale, imposta come un diktat, senza spiegare le ragioni ideali che inducono a fare questa scelta.

Vogliamo pensare o no alla crisi di credibilità che attraversano i liberal-conservatori e i cattolici-liberali nei confronti di questo Governo?

Vogliamo capire che i rappresentanti eletti nel 2001 debbono fare autocritica ed impegnarsi seriamente per eliminare errori e compromissioni se voglio mantenere la fiducia degli elettori?

Abbiamo bisogno di convinzioni forti, non soltanto di strategie studiate a tavolino per contenere Prodi (com'è peraltro sacrosanto).

Desideriamo idee e programmi affascinanti anche per i giovani, per ricostruire l'identità culturale ed etica del nostro paese ed abbiamo il diritto-dovere di selezionare dalla realtà sociale uomini politici corretti ed entusiasti, pronti a rendere un servizio pubblico, disinteressati sul piano privato e personale.

E' su questo punto che vorrei richiamare l'attenzione sua e degli amici di "Legno Storto" come di altri aggregatori del libero pensiero moderato, perché si facciano coscienza critica dei politici e non tengano bordone al centro-destra, quando non interpreta la società ed i suoi bisogni di oggi e domani.



L'Espresso liberale?


Nel ricordare il cinquantennio de L'Espresso, Simonetta Fiori intervista Scalfari, su Repubblica, che presuntuosamente titola "Un club di liberali, progressisti e libertini", riferendosi al carattere del settimanale di De Benedetti.

Ora, può darsi che in qualche modo quest'ultimo si fosse formato alla scuola crociana, ancora in auge al tempo della nascita del giornale, ma che esso si sia caratterizzato in senso liberale, mi pare revocabile in dubbio.

Lo definirei un periodico giacobino, piuttosto.

Tutto teso a combattere il cosiddetto clericalismo e l'iniziativa privata, fautore altresì delle nazionalizzazioni , in primis, quella dell'energia elettrica, con i risultati che ancora oggi sopportiamo sulle nostre spalle.

Alla ricerca di un blasone, si cerca l'ascendenza liberale, non avendo il coraggio di definirsi, oggi più che mai, marxisti o paramarxisti, questa mi sembra la motivazione autentica. Basti pensare all'educazione stalinista di D'alema, il quale oggi passa anch'egli per un liberale (ma perché?).

Del giacobinismo, L'Espresso ha mantenuto tutti i tratti più evidenti: la religione della ragione illuminista e scientista, la divinizzazione della psicologia da una parte e della classe operaia dall'altra, l'intolleranza nei confronti della chiesa e delle istituzioni tradizionali, lo scandalismo senza riscontri concreti, ma immaginati o costruiti, la coltivazione delle idee massimaliste, la demonizzazione e la mancanza di ogni rispetto dell'avversario.

L'ebdomario fu anche un trampolino di lancio per l'elezione in parlamento, nel partito socialista, di Scalfari.

E dunque altro che liberalismo.

Ancora oggi i degni eredi di Repubblica giocano - come si trattasse di una partita a briscola - con le parole ed i concetti nell'affrontare i temi importanti, dalla cultura alla politica, dalla società al costume, con una incredibile leggerezza, la stessa con cui, durante il Terrore, si mandavano alla ghigliottina i nemici del popolo.

Buon sangue non mente.

lunedì, ottobre 03, 2005

Bertinotti for President


Chi ha seguito la trasmissione di Bruno Vespa, dedicata al programma politico di Bertinotti candidato alle primarie dell'Unione, avrà notato come il clima sia positivamente mutato nella considerazione generale della cosiddetta rifondazione comunista (la quale sarà qualcosa di nuovo rispetto al vecchio partito comunista, ma non si discosta sostanzialmente dalle impostazioni marx-leniniste).

In un'atmosfera di grande e cordiale accoglienza in studio - contornato da ospiti, che avrebbero dovuto rappresentare le categorie produttive del paese - oltre ai soliti rappresentanti sindacali, il re dei sondaggisti, Renato Mannheimer, ha conferito l'investitura di una larga maggioranza, favorevole alle tasse sulle rendite d'impresa, alla introduzione della patrimoniale,all' l'abolizione della legge Biagi e ad un'altra serie di misure punitive e giustizialiste nei confronti della borghesia piccola media e grande - nel più puro spirito classistenzialista, che evidentemente ha ancora il vantaggio d'infiammare, con qualche slogan demagogico, la base della sinistra nazionale - anche a costo d'infischiarsene dell'Europa e dei più elementari pricipi della libertà economica.

I proclami di Bertinotti ed il consenso che riscuote tra giovani e lavoratori dipendenti non meravigliano più di tanto.

Stupisce invece il fatto che idee antiquate, fondate sull'invidia sociale, non destino scandalo.

domenica, ottobre 02, 2005

Non siamo la Svizzera


Abbiamo letto con interesse l'attenta analisi pre- elettorale di Marco Cavallotti su "Legno Storto", il quale evoca fra le altre l'immagine della Svizzera, compiuta e federale democrazia, come possibile riferimento per un elettorato, diciamo così, evoluto e riteniamo l'accostamento un'intelligente provocazione.
Qualche tempo fa, Carlo Lottieri fece l'apologia della Svizzera e della sua neutralità attiva ed isolazionista.
Non è un modello che potrebbe andar bene per noi.
Certo, molto dobbiamo ancora imparare dalla Svizzera (non ultimo il senso civico), ma con tutta la stima che abbiamo per Lottieri, la società elvetica non ci pare il modello jeffersoniano migliore.
Noi abbiamo bisogno di credere in quello che facciamo e non vogliamo occuparci solo dei problemi che ci riguardano da vicino, anche se spesso ci costringono a farlo i nostri politici.
La Svizzera è la fine della passione e della coltivazione delle idee.
E' troppo neutra.
L'Italia è un paese mediterraneo: con mille difetti e debolezze, ma con la voglia di competere in tutti campi nel consesso internazionale.
E' vero quel che dice Marco Cavallotti: chi non è di sinistra si sente defraudato dai propri rappresentanti e profondamente deluso.
Non si rimpiangono le ideologie, ma la mancanza d'impegno civile e la disgustosa disputa sulle cariche da spartirsi sono esempi umilianti per una nazione che non ha rinunciato a costruire o ricostruire la propria identità.
Il ritorno al proporzionale, seppure per fini strategici, non convince. Possiamo nutrire ancora una speranza?
Chi ci dice che vinta la battaglia elettorale, tutto non torni alla spartizione del potere, come purtroppo è accaduto anche nella "Casa delle Libertà".
Fossimo la Svizzera, accomodante asettica sterilizzata, sarebbe tutto più semplice.
Ma ancora il Bel Paese vuole confrontarsi con se stesso.
E poi noi siamo la patria delle fazioni non ancora evolute in una corretta democrazia, ma proprio per questo desiderose di lottare.
Il problema è proprio questo: la forza dei moderati può trarsi soltanto dalla volontà di opporsi al disegno del centro sinistra o c'è l' estrema necessità di un programma esaltante, in cui i primi ad aver fede siano i rappresentanti eletti in parlamento nel 2001 a furor di popolo?

venerdì, settembre 23, 2005

Non tutto è perduto






Se si fosse andati al voto, dopo le regionali, per il centrodestra e per il paese sarebbe stato un massacro(li vediamo i governatori come arrancano, dopo aver esultato per la vittoria elettorale...e quanta delusione c'è fra i cittadini, che pensavano ingenuamente di riavere l'albero della cuccagna, abolito dall'euro e dal deficit pubblico ingovernabile).

Il guaio purtroppo nasce, non tanto dall'aver caparbiamente voluto finire la legislatura (il che sarebbe normale in una società dove l'alternanza politica è la regola), quanto dall'aver perso tempo dietro i giochetti di potere degli alleati, facendo perdere credibilità alla "casa delle libertà".

La rimonta sul piano dell'immagine e di un nuovo appeal presso l'opinione pubblica, anche se i margini sono stretti, rimane possibile, a condizione che il premier e gli altri leader della coalizione sappiano rendersi conto delle esigenze dei moderati, i quali vogliono una politica rigorosa sotto il profilo economico e del cammino per il rinnovamento delle istituzioni, ed un patto tra i partiti della coalizione di governo finalmente solidali, per elaborare un programma coerente da proporre alle prossime elezioni, sfruttando al massimo le contraddizioni presenti nell'"unione".
Una nota a margine dell'articolo di Angelo Panebianco sul "Corriere" s'impone.

Sembrava che il quotidiano di via Solferino avesse cessato le ostilità nei confronti del cavaliere, ma da qualche giorno esse sono riprese anche per mano d'intellettuali liberali (valga anche l'esempio di Piero Ostellino, che ha sparato a zero contro Berlusconi in un'intervista radiofonica): francamente l'atteggiamento aggressivo posto in essere dal giornale, nonostante gli errori del centrodestra, pare eccessivo e fa riflettere seriamente suilla reale indipendenza della stampa italiana.

Letteratura folk


C'è anche la letteratura folk.

Dirò che appartengono alla categoria alcuni libri scritti da autori caratterizzati da una vena creativa, che affonda le proprie origini nell'oleografia di una regione.

Costoro vogliono creare un'opera moderna e finiscono nel folclore, forse perchè non hanno maturato una coscienza profonda della cultura della loro terra, ne hanno solo assimilato gli echi e pretendono d'interpretarla a modo loro, nella convinzione di sentirla pulsare dietro le forme della modernità.

Non è così.

Si tratta di semplice imitazione. Orecchianti.

Ma tanto basta per l'audience e per lo spettacolo da realizzare per un pubblico grossolano.

Due esempi: Floris e Camilleri.

Entrambi sono scrittori folk (lo dico anche a costo di attirarmi gli strali dei lettori dei loro libri).

Ma osservate quanta distanza c'è tra loro e Satta e Sciascia.

Col folk si arriva sul palcoscenico e sui teleschermi, ma i capolavori sono tutt'altra cosa.

La legislatura è (quasi) finita


E' proprio così.

Il premier avrebbe dovuto "esplodere" da tempo, in modo da rendere chiaro all'opinione pubblica che un conto è l'interesse a rinnovare un paese, vittima ancora della partitocrazia e dei poteri forti, ed altro è coltivare i piccoli orticelli privati, mantenere le poltrone a tutti i costi, e tentare, magari, di raddoppiarle a beneficio dei soliti vecchi "professionisti" della politica.

Speriamo bene.

Ma è meglio essere un'opposizione agguerrita e compatta, piuttosto che una maggioranza da "re travicello".

E allora, che questi ultimi mesi siano l'occasione per un esame critico di quanto si è fatto, per correggere gli errori d'impostazione e per assumersi responsabilità chiare e precise sul programma da realizzare nella prossima legislatura, ammesso che gli elettori abbiano ancora la pazienza e la bontà di credere ad un centrodestra rinnovato.

E' l'ultima chance, non per un pateracchio tra partitanti, ma per schierarsi per una nuova battaglia di libertà con idee e principi e traguardi da raggiungere nell'interesse generale, non per qualche cadreghino da mercanteggiare.

martedì, settembre 20, 2005

Attento Feltri


La presenza di Feltri in un programma televisivo sul secondo canale Rai, da una parte, ci ha divertito perché il chiaro giornalista non ha perso il suo caratteristico aplomb e la sua schiettezza, anche brutale, nel rispondere alle domande della conduttrice e dei presenti, ma, dall'altra ci ha preoccupati, perché quando si cominciano a ricevere troppi elogi si rischia di essere giubilati, cioè evirati.

Stia attento Feltri.
Non dia troppa importanza al clima festoso che accompagnava la trasmissione.
Riprenda a lavorare con la solita grinta ed antipatia e ad esprimere opinioni controcorrente.
Non si lasci andare, neppure, a minime confidenze sulla sua vita privata, neanche per ammettere di aver avuto delle scappatelle di cui chiedere scusa pubblicamente alla propria moglie.
Diffidi dei mass media e non rimpianga di non essere diventato il Direttore del Corriere della Sera: quel posto non è per lui, come non lo era per Montanelli.

giovedì, settembre 15, 2005

Viva Delon !


Sarà perché appartiene ad uno dei miti cinematografici più inossidabili del nostro tempo, perché come ricordava in un suo articolo Stenio Solinas, si tratta di un personaggio colto e sensibile, controcorrente, cioè con regole etiche, che non appartengono al politicamente corretto né all'ipocrisia sociale, ma sono fieramente fondate su patti di lealtà e di amicizia, al di là di ruoli e di rendite di posizione, sarà per il suo nichilismo attivo e per l'impegno professionale profuso generosamente in tantissimi anni di carriera, solo in parte legati alla bellezza del fisico, ma piuttosto al fascino che ha saputo conquistarsi presso il pubblico europeo e no, ma Alain Delon rimane uno dei nostri prediletti, oggi più di ieri, a causa proprio della sua confessione di debolezza e fragilità, di depressione, malinconia e disperazione di fronte all'esito della sua vita non breve, intensa, drammatica, vissuta con il cuore più che con la razionalità, tanto d'ammalarsene e da sospettarne lo schianto.

Il suo desiderio di uscire dall'esistenza per propria mano, ammesso che accadrà (e speriamo che non accada), sono un estremo atto di coraggio ed un richiamo agli affetti più profondi.
Un atteggiamento che merita rispetto per la dignità ed il sentimento di profonda umanità che lo ispirano.
Ci vengono in mente le parole di Drieu la Rochelle per bocca del protagonista di uno dei suoi romanzi più affascinanti e significativi, "Fuoco fatuo": Mi uccido perché voi non mi avete amato, perché io non vi ho amato, per rinsaldare i nostri legami.So bene che si sopravvive più da morti che da vivi nella memoria degli amici...
Viva Delon!

Pacs et bonum


L'Arcivescovo di Cagliari, Cardinale Pompedda, dall'estero, dichiara che è compito dello Stato regolare i rapporti delle coppie di fatto e gay.

Sarà stupefacente per qualcuno pensare che si tratta di un'opinione nettamente diversa dalla pronuncia della CEI sull'argomento, ma è così.
E a meno di smentite o rettifiche del giorno dopo, occorre tenerne conto per valutare con obiettività le proposte di Romano Prodi, dettate senz'ombra di dubbio, a parer nostro, a preoccupazioni elettoralistiche.

Il Cardinale sardo, personaggio di non trascurabile levatura intellettaule, colto e sensibile agli afflati e alle esigenze delle persone comuni, nella diaspora generata dalla modernità anche in materia religiosa, profondo conoscitore delle società arcaiche e tradizionali come quelle della sua terra, con la consueta chiarezza priva di pregiudizi e remore, assume una posizione equilibrata e saggia, cristiana e liberale. Certamente non zapateriana.

Solo chi ragiona in termini di mercato delle vacche, non solo come Prodi, ma come alcuni leader od aspiranti leader del centrodestra, possono dirsi contrari ad una disciplina giuridica dei rapporti, da numerosi anni contemplati de facto senza scandalo, tollerati ed accettati dalla maggioranza dei cittadini e tali da non poter minare più di tanto l'istituto matrimoniale e la famiglia tradizionale.

Sul piano legislativo non si tratta d'introdurre parificazioni complete, ma soltanto di riconoscerne l'esistenza con diritti ed obblighi reciproci.
Su quello sociale, poi, quale attentato possono determinare i pacs verso le relazioni formalmente celebrate con rito religioso o civile, laddove siano fondate su lealtà e stabilità, affetti profondi, scelta convinta, solidarietà autentica?

Crediamo che l'onerovole Fini, per quanto animato da legittime ambizioni personali, non solo esprima il suo pensiero, esponendosi, ancora una volta a critiche e strumentalizzazioni, ma interpreti anche la convinzione di larga parte dell'elettorato moderato e laico, non integralista, né confessionale.

Un atteggiamento peraltro condiviso dallo stesso premier, senza necessariamente doverne fare un cavallo di battaglia per le prossime elezioni.
L'attacco sferrato, a destra, da Marcello Veneziani contro Fini, è solo apparentemente coerente con la premessa di richiamarsi ai valori della famiglia, cercando di accomunare in questa difesa della tradizione cattolica un terreno comune per guelfi e ghibellini.

Il vivace ed acuto intellettuale neo-conservatore, non tiene conto proprio di questa fondamentale distinzione, nell'ambito della cosiddetta destra, la quale non può continuare a cavalcare la tigre dei teo-con importati d'oltreoceano per accantonare quel robusto filone culturale e politico che affonda le radici sicuramente in Gentile e Dante, ma anche in Marinetti, D'Annunzio, Pound, Montherlant, Junger, per citare solo alcuni esempi di libertarismo, da ricondursi a visioni religiose (nel senso più ampio della parola) dell'uomo e dell'esistenza, senza imporsi e predicare vincoli confessionali e tendenze filoclericali, che non appartengono, a ben vedere, né alla destra storica, né a quella moderna, ma soltanto al cattolicesimo sanfedista di ieri e di oggi.

Lasciamo al Centro cattolico, la volontà di estendere i princìpi più o meno temporali della Chiesa alla società civile.
Rispettiamo la loro scelta, ma non permettiamo che vengano trascurati e manomessi i diritti individuali, presidio di libertà nei confronti degli abusi di potere confessionali o statali che siano.
Non vogliamo pensare che, la bella destra di montanelliana memoria ignori la realtà ed innalzi la bandiera della discriminazione forcaiola per le coppie cosiddette irregolari.

Sarebbe un non senso, perché le volontà soggettive e le scelte personali, se non nuocciono al prossimo, vanno rispettate e tutelate dallo Stato, anche se non siano condivisibili alla luce della dottrina religiosa.

Un insuperabile maestro come Pareto aveva diffidato, già decenni addietro, del virtuismo, legato alle piccole questioni legate alla sessualità, per incoraggiare la pratica della grandi virtù, quelle di ascendenza antica , che costituiscono ancora il tessuto connettivo dell'Occidente.

Tra le virtù civiche c'è, in primo piano, la tolleranza e la difesa ad oltranza di questo permanente valore contro i suoi nemici.

mercoledì, settembre 14, 2005

Che noia SuperquarK!



Ci scusi l'esimio Piero Angela, ma ci aspettavamo di più dalla trasmissione di ieri sera su Albert Einstein.

In termini divulgativi, a mala pena siamo riusciti a capire grossolanamente la teoria della relatività ed il busillis dello spazio e del tempo, una volta separati e poi unificati per rendere un beneficio alla fisica elettromagnetica.

I soliti fumetti per poveri scemi non ci hanno reso più stimabile il poderoso fisico ebreo-americano ed ex tedesco.

Lo hanno fatto apparire nella maniera più oleograficamente odiosa, come una specie di clown che si divertva a stupire i borghesi dell'epoca con frasi semplici e banali, a cui attribuire i connotati della genialità nascosta.

Battute da deficienti contornavano gli episodi significativi della sua carriera di scienziato, ancora oggi insuperato, ma sicuramente più lucido ed accorto anche nella vita di relazione e nelle considerazioni politiche, di quanto il programma abbia voluto far supporre.

Il feroce revirement nella costruzione della bomba atomica con le lettere inviate a Roosvelt, prima per incoraggiarlo a studiare la sua realizzazione, e poi per impedirne la prosecuzione, a causa della catastrofe che avrebbe provocato nei secoli a venire, appaiono come una favoletta dei fratelli Grimm, ed Eistein non ci fa una bella figura a passare per un povero sprovveduto, un Don Chisciotte che combatte su più fronti, per la democrazia, la libertà e la pace contemporaneamente, senza ottenere che la guerra e le stragi inumane compissero il loro corso con Hiroshima e Nagasaki.

Ma in più, abbiamo dovuto fare uno sforzo notevole per arrivare alla conclusione del programma, a tratti estremamente noioso e con interviste a personaggi famosi nel campo della scienza, i quali ripetevano luoghi comuni e monotoni refrain sulla bellezza della ricerca e sulla sua continua aspirazione alla verità costantemente frustrata.

E' stato un caso che non ci siamo messi a russare rumorosamente, col rischio di svegliare il povero Albert, il quale credeva comunque nell'armonia universale. Affermazione confortante per noi poveri mortali.

martedì, settembre 13, 2005

Socci non è Bernanos


La replica di Socci a Feltri, sull'ultimo libro dello scrittore toscano, apparsa ieri sul Giornale, mi è parsa scomposta, poco pertinente e soprattutto poco cristiana.

Il suo modo di reagire ad argomenti non proprio superficiali, nell'articolo di Feltri avrebbero dovuto ottenere la massima attenzione da parte di chi possiede il dono della fede.

Credo che la popolarità acquisita da Socci, valendosi di strumenti molto mondani come la politica ed i mass media, gli abbia dato un po'alla testa e che ora si ritenga quasi una specie di George Bernanos da campagna toscana, mentre la sua distanza dall'illustre scrittore ultracattolico francese è semplicemente enorme.
Aggiungo che è proprio per la mancanza di autori di alta statura, come Bernanos, a creare in Italia intellettuali cattolici tradizionalisti di proporzioni assai modeste e per nulla capaci d'incidere veramente sul costume della nostra società.

Meno conformismo ed ipocrisia, più umanità ed umiltà nell'approfondire i temi culturali del nostro tempo, senza presunzione né saccenteria da primi della classe, adusi a ripetere da pappagalli la lezione del maestro, darebbero esiti migliori sul piano della credibilità presso l'opinione pubblica della visione cattolica del mondo.

domenica, settembre 11, 2005

Devoti, atei devoti, atei


Antonio Socci si è conquistato una chiara fama di giornalista-scrittore devoto, fin dai tempi di Excalibur, la nota trasmissione televisiva cristianamente semi-fondamentalista.

Da allora è andato a dirigere la scuola di giornalismo a Perugia e a dire la sua su ciò che riguarda la storia e la dottrina della Chiesa Cattolica, santi e miracoli compresi.

Un tempo lontano in TV imperversava Sergio Zavoli, denominato, il socialista di Dio, cupo commentatore di tutte le catastrofi e le nefandezze della prima Repubblica, nel periodo degli anni di piombo.

Sotto altre spoglie per le sue origini cielline, ora è il tempo del forzista di Dio, Antonio Socci, il quale non perde occasione con libri e scritti e presenze televisive d'impartire lezioni in materia teologica, quasi fosse il portavoce personale dei papi di Santa Romana Chiesa.

Apprezziamo la sua vis polemica quando rifà le pulci ad Eugenio Scalfari e a Pietro Citati, suoi avversari talebani difensori della super religione laicista, ma un po' meno la sua vena mistica, che lo spinge a scrivere libri esaltatori della fede, dall'efficacia incerta, proprio per il tono febbricitante impresso alle proprie tesi.

Nell'ultimo libro, il suo sacro furore gli fa santificare perfino Montanelli, che tutto era meno che un fedele credente, né un agnostico ricercatore del divino, a causa del suo abissale pessimismo.

Bene quindi ha fatto Vittorio Feltri, in una lettera aperta pubblicata sul suo quotidiano, a mettere i puntini sulle i, a proposito della personalità del grande Indro, il quale rimase un ateo convinto per tutta la vita, nonostante il rispetto dovuto alla religione nel suo complesso, come si addice ad un vero conservatore ( basti ricordare a tale proposito il suo maestro Prezzolini, tormentato dal dubbio e dall'ansia del divino, e le sue riflessioni sul rischio di Dio ).

In piena possessione religiosa, il mistico Socci, nel suo ultimo lavoro ravvisa nel mondo le stimmate della bontà a tutti i costi e questa bestemmia fa sobbalzare qualsiasi persona di buon senso.

Insomma un po' più di misura sarebbe stata auspicabile in una materia così complessa e delicata.

Ed anche maggiore rispetto per i poveri sfortunati, carenti di certezze sulla trascendenza, avrebbe guadagnato simpatie per il cattolicissimo autore.

Esprimiamo la nostra solidarietà a Vittorio Feltri, giustamente indignato dal fervore alla Giovanna d'Arco dello scrittore senese, al quale sommessamente suggeriamo, da anarchici inquieti ed agnostici, di non dimenticare mai l'antica raccomandazione di "lasciar stare i santi"...

Essi stanno bene nei luoghi di culto e nell'alto dei cieli o a fianco dei poveri peccatori, ma in questa terra, non buona, ma disgustosa per il prevalere del male e della bestialità in tutte le sue forme, c'è posto anche per i devoti atei, come Ferrara e Fallaci e per gli atei tout court, i quali hanno diritto di vivere in piena libertà e, addirittura, in santa pace.

sabato, settembre 10, 2005

Le ragioni di Brunetta


Renato Brunetta ha ragione.

Nell'esternazione di stamattina, critica aspramente Forza Italia, ma la critica si può estendere a tutto il Centrodestra.

In buona sostanza, egli dice che le aspettative degli elettori, nel 2001, erano quelle di un effettivo cambiamento della politica, una modernizzazione del paese e delle istituzioni.

Purtroppo la spinta si è andata spegnendo nel paludoso parlamentarismo, nelle piccole manovre del corridoio dei passi perduti, nelle soffocanti segreterie di partito, fino agli esiti attuali, che non sono certamente brillanti, a causa un atteggiamento rinunciatario e possibilista, tutto teso ad ingraziarsi mass media ed avversari.
L'esatto contrario della richiesta dell'elettorato moderato.

Riteniamo che certamente i risultati positivi non sono mancati in questi anni di governo, ma la litigiosità, i personalismi, la tabe della partitocrazia hanno attaccato una compagine, che avrebbe dovuto compiere una vera e propria rivoluzione nella mentalità, nel costume, negli assetti costituzionali, ma che non ha avuto purtroppo il coraggio d'incidere a fondo nella realtà sociale.
Spiace dirlo, ma qui, all'interno dell'area liberale, si gioca di rimessa e, a pochissima distanza dalle elezioni generali, non s'intravede un programma unitario e determinato per presentarsi all'opinione pubblica senza complessi, tentennamenti, incertezze, con una salda presa di posizione sui temi di maggiore interesse e l'elaborazione d'idee per vincere, almeno sul piano culturale se non politico od aritmetico: la crisi economica, i modi più appropriati per il rilancio delle attività produttive, il mezzogiorno, i giovani, le riforme dello Stato e della pubblica amministrazione con la sconfitta della burocrazia e lo strapotere fiscale, l'assistenza ai ceti deboli, la creazione di spazi più ampi per le libertà individuali e collettive, nella salvaguardia della sicurezza del cittadino e la lotta senza quartiere al terrorismo interno e internazionale.

Non è importante soltanto la vittoria delle urne, ma la conquista di un'identità piena, forte, suggestiva e credibile sul piano dei princìpi e dell'organizzazione del consenso.

Abbiamo l'impressione che manchi una visone gramsciana- ci si consenta il termine- per la trasformazione della struttura sociale in senso libertario da un lato e, dall'altro, nel ripristino del senso dello Stato, della legalità, della crescita del benessere e la perequazione delle diseguaglianze con la valorizzazione dell'economia sociale di mercato e delle capacità d'impresa in senso globale e competitivo.

Occorre costruire, con grinta ed aggressività, l'immagine di un polo moderno, ma con radici profonde nella tradizione culturale italiana ed europea, libero da pregiudizi e timidezze nell'abbattere il vecchio establishment in tutti i campi, senza patteggiamenti e compromessi, che alla lunga esauriscono il patrimonio vitale del fronte liberal-conservatore, il quale, se necessario, dev'essere pronto ad assumersi l'onere di un'opposizione seria, costruttiva, implacabile, temibile, contro le disfunzioni di un sistema corrotto ed in disfacimento, quale il centrosinistra vuole riproporre per la difesa della nomenklatura del vecchio potere.
Finora, ci pare che solo il premier manifesti proposte chiare, precise e disinibite per affrontare l'agone elettorale.

Basterà per coagulare, attorno al polo delle libertà, con anticonformismo ed un pizzico di fantasia, le energie adatte a combattere e vincere?

Dio c'è


Sarà attribuibile alla celebre formula di Einstein, ovvero alla diffusione delle dottrine orientali, oppure allo sviluppo tecnologico, ai progressi della scienza e alla maggiore consapevolezza delle masse, sta di fatto che l'equazione corrente, in termini di religiosità, oggi è data dal concetto di "Energia", come fonte primaria dell'universo e della vita quotidiana.

Mi colpì, qualche anno fa, la frase di un mio carissimo amico ingegnere, che in un luogo silente, in mezzo ad un bosco di pini e rocce granitiche, a contorno di una piccola radura, attraversata da soffi di vento provenienti da varie direzioni, esclamò che in quel sito si raccoglieva una
forte energia.

Razionalista e positivista come lo conoscevo, mi parve un'affermazione inconsueta e stravagante da parte sua, ma da allora ho sentito pronunciare sempre più spesso e a tutti i livelli questo magico verbo.

Ormai non si parla più di Dio, principio desueto evidentemente.

Al più si associa il termine ad Energia: questa si è appropriata della mente e della fantasia delle folle e ce la ritroviamo ad ogni piè sospinto nelle conversazioni pù banali: dal macellaio, dalla parrucchiera, al bar.

Dio ormai è uguale ad Energia e chi mai potrà dubitare della sua esistenza di fronte ad un corto circuito o ad una scossa per la dispersione di una presa?
Altro che relativismo.

Dio c'è.

Si vede e si sente.

Basta accendere una lampada o suonare un campanello.

venerdì, settembre 09, 2005

Marcello Fois e la modestia


In occasione di una manifestazione culturale tenutasi a Firenze per la presentazione di un libro di raccolta di storie noir, da parte di vari scrittori del genere, viene intervistato il giallista sardo Marcello Fois, il quale con estrema disinvoltura si autodefinisce un "grande" scrittore, ormai "arrivato".

Meraviglia la iattanza dell'autore, il quale sarà pure bravo a scrivere storie poliziesche, ma, di là ad essere creatori di capolavori, come si addice ai grandi, ce ne passa.

Peccato.

Forse è un errore generazionale: la mancanza di proporzioni, di senso della misura e l'umiltà, una volta erano la regola per chi si avventurava nel campo delle lettere ed i generi minori, come il giallo, non meritavano l'appellativo di opere letterarie in senso stretto, anche se i buoni scrittori non mancano in questo campo.

Ma Fiori ritiene di essere Simenon o Christie o Scebarnenco, per caso?

Quanti anni sono passati, dopo la scomparsa di Scebarnenco perché egli, collaudato dal tempo e dalla critica disinteressata, potesse assurgere all'empireo degli scrittori del noir?

Impari prima di tutto il supponente Fois che la grandezza non nasce dalle autoinvestiture e che i geni e i talenti, in qualsiasi campo, sono estremamente rari.

La sobrietà era una caratteristica antica del sardo, ma forse non esiste più o magari si perde come il vino buono nella traversata del mare.

A Fois forse ha nuociuto trapiantarsi in Continente. Gli consigliamo di rileggere se non la Deledda, almeno il (veramente) grande Salvatore Satta, traendone qualche benefica e positiva lezione di umiltà.

venerdì, settembre 02, 2005

Ospitalità e piatti di plastica


Una mia vecchia amica ha voluto ricambiare una cena offertale tempo addietro a casa mia, invitandomi, ieri sera, insieme con altre due ospiti, nella sua villa al mare, in corso di smobilitazione per l'approssimarsi della fine delle vacanze.

Ora, è vero che anche tra i borghesi di provincia - un tempo sacra custode delle usanze corrette - è invalso l'uso dei piatti di plastica, magari accompagnati da un sottopiatto in ceramica, come per dire: "guardate che i piatti ci sono, ma per il clima afoso mi guardo bene dal servirverli, a scanso di fatiche..."
Ma è pur vero che, per quattro sei commensali, una tale "precauzione" a vantaggio della propria pigrizia, nonostante la confidenza tra ospite ed invitati, appare certamente esagerata.

A completamento della tavola (apparecchiata su un ripiano ricavato su quattro assi mobili e coperto da tovaglia scura di cotone, ampiamente utilizzata nel corso della stagione), l'anfitrione si è presa la cura di collocare alcune posate di piccola grandezza, adatte alla frutta o al dolce, dando così un tocco di normalità a banchetto.

Una varietà inusitata di piccole pietanze, accompagnata dagli spaghetti cotti al momento e saltati in padella con ingredienti alla marinara, presumibilmente precotti, faceva pensare che, a ridosso della domenica, venissero riciclati cibi, che si conservano per qualche giorno in frigorifero od anche provenienti, probabilmente, dai risultati dell'attività di volontariato della gentile signora a favore di persone colpite da indigenza ed inedia (noblesse oblige), sapientemente conditi con sapori forti, per mascherarne adeguatamente il gusto, hanno completato la coreografia della serata - conclusasi, comunque, in un clima conviviale, tra un pettegolezzo femminile, un commento sull'ultima dieta dimagrante ed il ghigno di soddisfazione della padrona della magione, per essersi alleggerita di un onere sociale, nella maniera moralmente più economica.
Certo il ricambio di cortesie si è realizzato in maniera indolore, ma quanta pena per la fine delle buone abitudini legate ai sani principi dell'ospitalità, magari senza fronzoli né orpelli, o cibi elaborati su vassoi di terracotta, ma ingfinitamente carichi di spirito amichevole, buona educazione campagnola e vera cordialità.

O tempora o mores, avrebbe esclamato l'acuto Cicerone.

E come avremmo cenato più volentieri, nella nostra dimora, in compagnia di un gatto beneducato!

giovedì, settembre 01, 2005

Il richiamo della foresta


Non abbiamo nulla contro Follini in sé e per sé considerato.

Ha l'aria un po' svagata forse per i riflessi delle lenti da presbite - astigmatico, e rispetto ad altri personaggi politici porta quasi sempre cravatte eleganti: ha i modi un po' untuosi dei sagrestani stanchi, un eloquio pacato e a volte criptico, ma che cosa si può pretendere di più da un antico democristiano?

Il leader dell'UdC fa il paio con Tabacci, altro scalpitante stallone della vecchia scuderia centrista.
Entrambi si sono mostrati irrequieti, prima e dopo il congresso del partito, per scrollarsi di dosso l'investitura berlusconiana nel governo, ansiosi di raggiungere altri lidi, altre frontiere...
Essi paiono dire:"
Com'erano belli i tempi della proporzionale e come si aggiustava tutto con la vecchia DC".
Ovvero:"ognuno aveva la sua parte col voto di scambio, i favori piccoli e grandi, i clientelismi, i nepotismi, le manovre di corridoio per il cambio della guardia nelle lottizzazioni del sottobosco governativo e dei poteri locali o parastatali, a cura dei capataz di turno, asllorquando un'elargizione pubblica o semi pubblica non si negava a nessuno, per raccogliere consensi e prebende a spese del contribuente".

Peccato che i tempi delle vacche grasse siano finiti e ad ognuno tocchi assumersi le proprie responsabilità per far fronte alla voragine del deficit pubblico e restare in Europa.

Ma tant'è: la voglia di ritorno agli antiquati assetti è come il richiamo della foresta del celebre romanzo di J. London.

A nulla vale obiettare che oggi o si è per il bipolarismo (e quindi, o col centrodestra o col centrosinistra, senza mezzi termini ed acrobazie verbali come, anche sul Corriere in edicola, tenta di fare lo stesso Follini, per mascherare, dietro nuove ed irrealistiche leadership, il desiderio di altri miserandi ribaltoni) o si rischia di trasformare il parlamento in un suk ancora più barbaro e di guidare il Paese con la logica dei capi tribù.
La nostalgia del potere per il potere, comunque esercitato è più forte di qualsiasi esigenza di un vero spirito di servizio per la collettività, perché non si perda nei ricatti e nella corruzione partitocratica, alimentata dal proporzionalismo e da un Centro somigliante ad un mercato delle vacche, che qualsiasi persona di buon senso non ha certo voglia di rimettere in piedi a vantaggio esclusivo di una ristretta cerchia di mercanti, con buona pace della democrazia e della libertà.

lunedì, agosto 15, 2005

Buon ferragosto

Non ti curar di loro...


"Sartori e la morale dei paraculi"

L'indicibile Professor Sartori in un commovente articolo sul Corsera, nel rievocare fasti familiari, si diffonde in un'epica lezione di moralismo, ad uso e consumo di una certa parte politica, ormai priva di referenti di spessore sul piano culturale e delle idee.

L'emerito, che nel frattempo ha ritirato le dimissioni, rientrando impunemente nell'associazione "Libertà e giustizia", perdonando il suo patron De Benedetti per essersi pentito dell'affare concluso con il diabolico Berlusconi, erudisce il mondo sul bene ed il male, con una classificazione magistrale.
Per chi non lo sapesse, l'universo si divide in persone perbene e persone permale.

Sembra l'uovo di colombo, ma non lo è.

Pensate bene alle sussunzioni ideali, che immediatamente il geniale politologo aggiunge, ad esemplificazione dell'acuta distinzione degna di una cattedra alla Columbia University.
Esse s'incarnano, manco a farlo apposta, pur senza esplicite indicazioni nominative, nelle somme figure del capitalismo buono, che trovava e trova in Mediobanca il proprio naturale luogo d'incontro.

Il pistolotto dell'esimio scienziato, sul massimo quotidiano perbene, traccia insomma il quadro edificante della vera classe dirigente in campo economico e politico, quella che, per definizione, fa solo affari puliti, non specula, non si arricchisce con l'insider e produce nell'interesse del paese e della classe lavoratrice.

In primo piano, presumiano che il Sartori collochi sempre lui, il Carlo Magno dell'economia etica, l'ing. De Benedetti, da cui ogni aspirante imprenditore dovrebbe prendere esempio, ad edificazione propria e della buona società.

Che dire, per gli altri, per coloro i quali non hanno le stimmate del capitalismo chic, progressista e sostenitore dei prodi dell'Unione, il movimento che darà vita, tra breve, al mondo nuovo, purificato e giusto?

Per quelli vale l'antica massima del "non ti curar di loro, ma guarda e passa" di dantesca memoria.
Costoro sarà bene che sappiano di non aver diritto di cittadinanza e che, essendo dei reprobi, verranno combattuti e vinti in nome del Bene e della Democrazia.

Peccato che, in concomitanza col proclama del grande talento della scienza politica (italiana ed occidentale), ha fatto capolino il vecchio picconatore Francesco Cossiga, il quale, in tono pacato, ma fermo e documentato, dalle pagine di uno dei giornali cattivi, ha rievocato un episodio poco noto - rispetto ai tanti risaputi dell'ingegnere benemerito - quand'era alla guida dell'Olivetti, valida industria poi decotta, grazie alle virtù morali ed imprenditoriali del suo padrone, la quale - al tempo della guerra fredda tra le superpotenze- privilegiava nettamente i rapporti con l'Urss e il KGB.

Si tratta di una commendevole storia legata alla vendita, e al traffico con il servizio segreto dell'Est, di un congegno sofisticato, atto ad intercettare alcuni meccanismi del sistema difensivo USA, a prezzi proficui per la fabbrica d'Ivrea, ma poco utili per l'Occidente, tanto da richiedere contromisure severe da parte americana, con la sollecitazione di adeguate sanzioni presso il nostro Capo dello Stato e il nostro Ministro degli Esteri a carico del presidente della società piemontese.

Ricorda Cossiga con quanta fatica si riuscì a salvare il fedifrago Carletto dalle grinfie della Cia, la quale non gradiva, evidentemente, che - all'interno di un paese della Nato - si favorisse la potenza sovietica con commerci, che Sartori giudicherà etici, ma la maggior parte dell'opinione pubblica non valuta propriamente corretti.
Altrettanto accadde, peraltro, al tempo dell'intelligente e morale iniziativa del Ministro olivettiano Visentini, il quale, non sentendosi minimamente in conflitto d'interessi con l'azienda di De Benedetti di cui era consulente finanziario, decretò un bel giorno l' obbligatorietà, per tutti i bottegai, i famosi registratori di cassa, già in produzione, pressoché esclusiva, presso la stessa ditta, ad eccelsa gloria dell'economia perbene, come ebbe a testimoniare un'inchiesta svolta sull'argomento dal perverso settimanale Il Borghese di Mario Tedeschi.

Meno male che in Italia, accanto ai sepolcri imbiancati, sopravvive qualche irriducibile demolitore di luoghi comuni e di etica di cartapesta, praticata con inimitabile devozione dai paraculi di professione, per i quali si adatta meglio il summenzionato detto del sommo Poeta - a conforto delle persone permale, prive di scrupoli, neghittose ed indifferenti alla questione morale.

venerdì, agosto 12, 2005

"Democrazie mafiose" di Panfilo Gentile


Torna in libreria, per merito della Casa editrice Ponte alle Grazie, il brillante, perspicace saggio di Panfilo Gentile, Democrazie mafiose, analisi lucida e spietata della partitocrazia.

Un esame profetico della degenerazione dei partiti, aggravatasi nel corso degli ultimi trentanni (la prima stesura del pamphlet è del 1969), resa ancora più evidente dalla tirannide esercitata - in questo lungo periodo - dal sistema delle tessere (dei partiti), il quale, dal dopoguerra in avanti, è succeduto a quello della tessera (del regime fascista), in pratica, innovando quasi nulla rispetto al passato.
Nella nuova edizione del volume, curata da Gianfranco de Turris, con una postfazione di Sergio Romano, compaiono altri importanti contributi dello scrittore e studioso liberale (aggiungeremmo liberale doc), che completano la visione della società italiana e dei suoi vizi mortali, unitamente ad un'intervista concessa allo stesso curatore).

La figura di questo grande intellettuale laico (ricordo un suo saggio dedicato ad un'agnostica Storia del cristianesimo), critico implacabile dei regimi di massa e sostenitore di princìpi elitari, a garanzia di una democrazia efficiente e non inquinata da cosche e gang travestite da "organizzazioni democratiche", nell'alveo della grande tradizione sociologica dei Pareto dei Mosca e dei Michels, merita oggi di essere riscoperta, per la lezione di realismo politico - ancora utilissima per un possibile rinnovamento delle istituzioni e del costume del nostro paese.

Se ne raccomanda vivamente la lettura agli spiriti liberi.

lunedì, agosto 08, 2005

Caselli e la borghesia


In un articolo di prima pagina sul quotidiano comunista Liberazione, il procuratore Caselli lamenta l'ostracismo della classe di governo nei suoi confronti, riconducendola all' attività inquisitoria, da lui svolta a Palermo e grazie alla quale furono accertati "i legami della mafia con la borghesia politica, professionale", etc.etc. etc.

A parte la difficoltà di di reperire elementi precisi sui processi intentati e conclusi con le condanne richieste dalla pubblica accusa e quelli non ancora definiti in tutti i gradi di giudizio, risalta soprattutto, nel contesto richiamato da Caselli, la vicenda dell'On. Andreotti, che, se ricordiamo bene, è uscito dignitosamente dai procedimenti aperti a suo carico...

Non riusciamo a capire piuttosto il riferimento ad una classe sociale (la borghesia), indicata come complice di "cosa nostra", se non ricorrendo a valutazioni e terminologie metagiuridiche, cioè ideologiche.

Sembra quasi che il procuratore abbia condotto una guerra - non tanto contro la delinquenza organizzata ed i suoi complici - quanto contro il ceto, marxianamente inteso, come dominante, detentore delle leve del potere negli ambiti più svariati, primo fra tutti quello politico.

Francamente le sue proposizioni lasciano stupefatti.

In un cultore del diritto, una scienza con regole tecniche e linguaggio precisi, non trovano ordinariamente spazio considerazioni di altra natura.

Prospettive ed argomentazioni simili pensavamo fossero superate dai tempi.

Duole constatare che la visione di un fenomeno così complesso e diffuso a livello internazionale debba essere ricondotto e costretto nelle anguste categorie dell'ideologia, in obsolete classificazioni, contrapponendosi in maniera stridente alle analisi e alle definizioni di magistrati, come Falcone e Borsellino, impegnati per un tempo maggiore di quello di Caselli, a contrastare le offensive criminali diramantesi dalla Sicilia.

Personaggi onesti e competenti che, fra l'altro, non hanno mai attribuito fondamento e serietà all'esistenza di un "terzo livello" della mafia, nè ad altri fantasiosi intrecci di volta in volta costruiti dai mass media, magari per assecondare interessi diversi da quello della giustizia, depistando il lavoro degl'inquirenti.

E questi valentissimi servitori dello Stato non appartenevano forse a quella "borghesia professionale", che finora è stata l'unica, con pochi altri valorosi esempi (pensiamo per tutti al generale Dalla Chiesa), a testimoniare col sangue la lotta contro questo genere criminoso nefando ed interclassista quant'altri mai?

sabato, agosto 06, 2005

Grillini canterino


Non sappiamo quale sia la specifica competenza professionale dell'onorevole Grillini, presidente dell'arci gay e deputato diessino presenzialista.Ma crediamo che, al di là del relativismo imperante, egli non abbia dubbi sull'evoluzione del terzo sesso e dei nuovi compiti delle famiglie omofile e lesbiche.

In una conversazione sul tema delle coppie omosessuali e dell'adozione di figli da parte di quest'ultime, si è esibito in una performance pedagogica per i non addetti, di tale levatura da fare invidia ai cantori della modernità areligiosa e matematico-scientifica, che trova in Vattimo e Giorello i più rappresentativi esemplari.

Le ultime conquiste legislative in Spagna e la ventata di olandesizzazione, che attraversa i paesi europei, lo hanno convinto evidentemente che gli ostacoli ad una piena equiparazione agli altri sessi e alle coppie - un tempo - definite normali si possano agevolmente superare, in nome delle magnifiche sorti e progressive degli ex diversi, per condurli ad esercitare - a pieno titolo - maternità o paternità, senza più differenze di ordine biologico e psicologico.

Sotto quest'ultimo aspetto, l'ultimo debole baluardo è stato faticosamente innalzato, nel corso dell'incontro, da Anna Rita Parsi, psicologa evoluta e à la page, ma non del tutto svincolata, per il Saggio Grillini, da pregiudizi inammissibili e vieti luoghi comuni.

Infatti, alle obiezioni della prima, circa il diffuso timore sociale verso i matrimoni del terzo tipo, a causa della preoccupazione derivante dalla mancanza di nascite future, il parlamentare ha brandito trionfalmente i risultati delle più aggiornate indagini demoscopiche, secondo cui gli esseri più prolifici al mondo sarebbero proprio loro: gay e lesbiche.

Veramente egli si limita ad affermazioni perentorie, senza chiarire bene le fonti informative a cui riferirsi, ma la dichiarazione facilita comunque il successivo passaggio alla conquista dei figli, da attribuire alle nuove coppie, o con l'inseminazione artificiale, o con le adozioni.

A nulla valgono le argomentazioni della Parsi al riguardo, nel sostenere non tanto la diversità di funzioni, quanto quella (bontà sua!) di ruoli differenti tra padre e madre, costituenti fattori insostituibili di crescita per maschi e femmine, come la famiglia naturale (senza che l'aggettivo suoni offesa per alcuno, per carità!) testimonia da millenni.

Il Grillini se ne frega di questi argomenti, li giudica trascurabili di fronte allo zapaterismo che avanza e confina la psicologa nell'ultima spiaggia del sessismo, trattandola con malcelato disprezzo e costringendo la povera donna a ritirarsi in buon ordine con le ultime patetiche, sorpassate convinzioni pseudoscientifiche.
E noi?
Irriducibili nostalgici di antiche culture e pervicaci continuatori di pratiche erotiche reazionarie come faremo ad adattarci al nuovo mondo, ineluttabilmente destinato ad essere l'unico valido traguardo per il cammino dell'umanità?

L'importante quesito non ha avuto modo di essere affrontato nell'occasione.

E'probabile, però, che il canterino della new age sessuale ci prospetti la possibilità, per il nostro bene e e la nostra salvezza, di fronte alle dette indiscutibili verità, di frequentare appositi corsi di rieducazione, come avveniva in Cina ai tempi gloriosi della rivoluzione culturale, in modo da poter sviluppare una mentalità confacente al prossimo assetto sociale e riscattarci cosi dall'errore oscurantista.

Perché Grillini non propone, al compagno Presidente della Rai, un ciclo di trasmissioni televisive dedicate alla scoperta delle gioie e del primato degli accoppiamenti tra generi identici, utilizzando il titolo di una fortunata rubrica del passato regime televisivo, dedicata agli analfabeti e denominata, appunto, "Non è mai troppo tardi" ?

venerdì, agosto 05, 2005

Un tardivo, malinconico riconoscimento



Nel 1987, l'allora Ministro dell'ambiente Pavan aveva decretato il numero chiuso nella piccola ed incantevole spiaggia sarda di Cala Luna, presa d'assalto, nel periodo estivo, da gommoni, barche, barchette e turisti in numero non inferiora tremila presenze al giorno ( laddove la capienza massima sopportabile sarebbe stata, ad esagerare, di trecento persone).

Ordinanza specifica venne emessa a cura del capo del compartimento marittimo competente, per introdurre una regolamentazione degli accessi all'arenile sia dal mare dal mare, sia da terra, per non disperdere la qualità del sito sotto l'invasione di vere e proprie orde barbariche (addirittura catapultate, a volte, da elicotteri).

Immediatamente insorsero i comuni di Dorgali e Baunei, proprietari del territorio e la regione Sardegna, che s'impegnò in una furibonda battaglia giuridica, in nome della propria autonomia legislativa, ottenendo l'annullamento del decreto ministeriale, con la conseguenza di far ripiombare l'intera costa di circa quaranta chilometri, nel più selvaggio disordine e nella più grave manomissione ambientale.

Ora la cronaca della provincia Ogliastra riporta l'allarme delle autorità politiche sui danni derivanti dall'indiscriminato accesso alle varie località marine del proprio territorio, dall'insufficienza delle strutture igieniche e ricettive, dal collasso di una dei patrimoni più pregiati dell'isola, in nome di un turismo straccione ed incolto, che beneficia pochi addetti, per nulla sensibili al valore della bellezza e dell'equilibrio ecologico e progetta seriamente il ripristino del numero chiuso per i visitatori.

Nei fatti, un tardivo riconoscimento alla valutazione obiettiva, compiuta diciotto anni fa, in merito all'impatto dolorosoamente negativo che l'indiscriminato afflusso di nomadi itineranti nel segno della civiltà di massa, avrebbe comportato per quell'incomparabile litorale.

E meno male che decentramento ed autonomia contraddistinguono quel federalismo regionale atto a salvaguardare, nel modo migliore e diretto, gl'interessi delle popolazioni locali...

A tanti anni di distanza, sia reso onore al lungimirante onorevole Pavan.

giovedì, agosto 04, 2005

Le convulsioni di Ezio Mauro



In un fosco articolo di fondo su Repubblica, il direttore tenta un'analisi della situazione del gruppo editoriale L'Espresso, dopo l'ingresso di Berlusconi nella società di Carlo de Benedetti, destinata al salvataggio delle medie imprese in difficoltà.

Ezio Mauro non nasconde il proprio imbarazzo, la sua prosa è schizofrenica, nel compiere l'acrobatico tentativo per distinguersi dall’iniziativa del suo patron, con qualche timido e velleitario conato d'indipendenza ideologica dall'operazione finanziaria che ha messo d'accordo i due ex nemici, ma si capisce che il boccone amaro non lo digerisce: è in preda ad indomabili dolori di stomaco.

Mentre procede nell'esame del caso, sforzandosi d'introdurre delle ridicole spiegazioni del tipo De Benedetti ha creato la società, ma non ha chiesto a Berlusconi di parteciparvi... e cercando di accreditare l'idea che, a destra, sono esultanti per lo sdoganamento del salotto buono della finanza per imprenditori privi della benedizione della massoneria radicalchic e di sinistra, il Nostro si lancia in una sequela di affermazioni gratuite sulla classe di governo, degna del più becero repertorio propagandistico dei sindacati di base e dei disobbedienti d'estrazione ferroviaria-bolognese.

Ora, che Mauro non riesca a nascondere al suo pubblico gli attacchi di bile, e sia in preda profondo malessere all'idea che dovrà autodisciplinarsi nella gestione del giornale, per paura di perdere lo scranno, si capisce pure.

Non ha certamente l'autonomia di un politologo come Sartori, che, se non altro, si è dimesso dall'associazione Libertà e Giustizia, sodalizio affiliato allo stesso gruppo economico da cui dipende il direttore di Repubblica, il quale, al contrario, è convinto magari di potersi mantenere al comando del giornale, per una sorta di vitalizio affidatogli in nome dell'intellighenzia progressista e dell'elevazione delle masse operaie.

Come fa a presentarsi in pubblico, libero d'insultare questa destra, mentre il suo padrone non disdegna di affiancarsi, nel modo degli affari, all'odiato Cavaliere?

In realtà, l'area moderata guarda l'evolversi dell'accordo con commenti, anche critici, sulle pagine dei giornali, per l'esito che esso potrà avere sugli equilibri politici, e con argomentazioni ispirate a compostezza, frutto di mancanza di complessi.

Se il risultato sarà strategicamente apprezzabile per l'economia del paese, si sarà data la dimostrazione che l'era del guadagno privato e del deficit pubblico, alle spalle del contribuente, non è più di moda e che il connubio avrà portato qualche progresso al libero mercato, nonostante le convulsioni di Ezio Mauro e della sinistra capitalista.


lunedì, agosto 01, 2005

Ex nemici = amici ?


Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti si uniscono in una società che provvederà alla costituzione di un fondo comune d'intervento a favore delle medie imprese in difficoltà.

La notizia, che ha raccolto un pressoché unanime favorevole accoglimento da parte della stampa, segna la nascita del nuovo salotto buono della finanza italiana.

Personalmente ci rallegriamo dell'ingresso di Berlusconi nella rinnovata mediobanca, al posto degli Agnelli e di Cuccia, a suo tempo inventore in campo economico delle nozze con i fichi secchi, atte a garantire - soprattutto - un avvenire relativamente sicuro a Mamma Fiat.

Non ci è mai parsa giusta l'idea di una sua esclusione, dalla cabina di regia, perché ritenuto un parvenu nel mondo imprenditoriale del bel paese.

Però un po' c'inquieta l'idea che ora egli si allei in qualche modo con De Benedetti.

Ciò di cui avrebbe bisogno l'Italia non è tanto la presenza di due papà come loro e di zii moderni e sportivi come Luca Montezemolo e Diego Della Valle e Nerio Alessandri, quali numi tutelari della stanza dei bottoni, in cui saranno bandite le banche nob d'affari e si lavorerà a favore della competizione internazionale, secondo l'annuncio solenne dell'Ingegnere, ma che alla teoria della libertà di mercato segua la pratica effettiva c che si favoriscano altre serie intraprese per essere presenti e protagonisti nell'era della globalizzazione, raccogliendo le sfide dell'economia nordamericana ed asiatica.

Vorremmo che l'iniziativa portasse buoni frutti a favore delle medie imprese in difficoltà ed aiutasse l'Italia a liberarsi dai monopoli legali, dai soggetti semiprivatizzati avvinti alle rendite di posizione parassitarie fondate sui debiti.

Riusciranno gli ex nemici ad essere amici tra loro e dell'economia libera, di cui il nostro paese soffre cronica mancanza?

Che se ne faranno altrimenti, i cittadini di un gruppo di protettori, quando non ci sarà più nulla da proteggere in questo antico suolo?