
Maurizio Costanzo è un ottimo presentatore, un buon anchorman, un pessimo giornalista.
Lo dimostrò con il flop di quello che doveva essere il primo quotidiano popolare di stile anglosassone, L'occhio, che nel giro di poche settimane dovette abbandonare le edicole dov'era messo in vendita a prezzi stracciati, senza seguito di pubblico.
Nonostante le sue rubrichette sul Messaggero e su Libero non crediamo riesca ad ottenere grande ascendente sui lettori, i quali lo preferiscono alla guida dei contenitori televisivi od altri spettacoli di varia umanità, in cui l'aceto romanesco ha più possibilità di farsi apprezzare.
E' un po' il limite di quanti, ottenuto successo in un determinato settore della comunicazione, pretendano di estenderlo ad altri ambiti, per i quali non sono votati.
In più, pesa su di lui il peccato originale del partito radicale, che sempre di più assomiglia ad un ircocervo, che costringe a continui salti mortali i suoi simpatizzanti, privi, probabilmente, di attitudini acrobatiche, in un infinito pencolare tra destra e sinistra, tra una posizione ed il suo opposto, nell'inutile tentativo di una sintesi inattuabile o di una composizione impossibile tra aspetti confliggenti.
Non dimentichiamo neppure il senso di colpa, che lo attanaglia a causa dei miliardi percepiti dalle aziende del premier, con il quale non può mostrarsi corrivo, pena la taccia di servo del padrone.
Costanzo ci pare il perfetto esemplare del radical chic, teso a farsi perdonare i consistenti patrimoni acquisiti in casa Mediaset. Deve prostrarsi o, perlomeno, strusciarsi alle gambe di personaggi di sponda opposta a quella del cavaliere, con un fare un po'ruffianesco, per accreditarsi comunque come un animo progressista ed indipendente.
E' chiaro a tutti, peraltro, che si tratta di pura apparenza, in quanto la comoda, privilegiata poltrona in cui il caso, la fortuna o il fiuto del suo datore di lavoro, l'hanno collocato, non può essere lasciata.
Sono troppi i benefits, e troppa la libertà di organizzare i programmi, da fare invidia tutti i giornalisti di regime.
Orbene, ognuno può difendere come crede, con l'opportunismo le proprie rendite economiche e d'immagine, ma lo faccia con semplicità e senza mascherature, né affettazione ed eccessiva sollecitudine verso gl'invitati al proprio salotto televisivo ritenuti, a torto o a ragione, veramente importanti.
L'untuosità con cui accoglie l'ospite di turno del suo Diario, con la falsa sicurezza di chi è abituato ad andare a braccetto con i potenti, non è sufficiente per guadagnarsi il ruolo di guru o di compagno di viaggio di personaggi di levatura intellettuale (anche di poco) superiore alla sua.
Se ne renda conto una volta per tutte.
I suoi dintorni non appartengono al suo paesaggio. Non sono propaggini del suo essere ed esistere.
Dopo che, com'è avvenuto l'altra sera, all'atto della presentazione di un sedicente pensatore come Galimberti (un filosofo della storia, definizione scarsa di significati pregnanti), dispensatore di consigli aulici dai rotocalchi femminili e supremo volgarizzatore di massime altrui, annuncia al popolo di darsi del tu con l'illustre ospite, da tempo immemorabile, non ha aggiunto nulla alla sua figura e a quella dell'invitato.
Il nostro presentatore sembra aspirare al ruolo della lumaca di Trilussa, che lasciando la propria scia sul monumento, era persuasa di aver lasciato un segno nella storia. E l'imbarazzo che coglie l'interlocutore, ancora in attesa di scrivere il proprio capolavoro, mostra quanto poco sia lusingato dalle affermazioni confidenziali di personaggi, inevitabilmente considerati inferiori sul piano culturale, e, nonostante gl'inchini, ineluttabilmente appartenenti all'armata del nemico.
Costanzo lasci perdere i dintorni e si convinca di non essere il Re Sole dell'universo della comunicazione e neppure il suo delfino.
Si accontenti del suo ruolo di mediatore televisivo, conservando la propria fortuna, senza dilapidarla con eccessi di presenzialismo, supponenza intellettuale ed espansionismo aziendale.
Gliene saremo tutti grati.