giovedì, maggio 11, 2006

Non voglio più caramelle!


A saltellare tra i blog, c'è da stupirsi delle riverenze e delle sconvenienze della maggior parte dei commentatori.


Salamelecchi e frasi opportunistiche, baci, abbracci, tentativi continui di arruffianamento.Perfino sorrisi( ma come si fa a lanciare sorrisi in web, come tanti clown?).

Di fronte al profluvio di poesie mentecatte e monocordi, piagnucolanti, noiose, prive di senso, pietose, assistete ad un coro di ovazioni, da parte di gente che a malapena sa mettere la propria firma.

Un'immensa pentola d'ipocrisia caramellosa, che bolle in continuazione, producendo acqua zuccherata per innaffiare piante rachitiche, terreni aridi, zolle rinsecchite.

Blog come specchio del reale?

Ne dubito.

Ma un collegamento con certi media sicuramente c'è. L'influenza di cattivi maestri si avverte anche qui.

Guardate la televisione in questi giorni, i minuetti dei politici. Tutti bravi ragazzi: un po' di colpi di spillo tra loro e subito dopo ammiccamenti e complicità nascoste...

Francamente credo che il nostro tempo sia il più becero e gesuita, il più volgare e vessatorio, nella storia del paese, dove si va innalzando l'ara del conformismo più vieto e dell'annientamento delle libertà individuali e collettive.

Ci attende un destino soffocante, da pecore matte.

In un falso clima di concordia, in un mare di melassa finisce la nostra civiltà.

E allora?

Non voglio più caramelle!

Basta con le giravolte criminali.

Voglio l'aria pura, i sapori forti, uomini e donne che dichiarino quel che pensano, capaci di un minimo d'indipendenza di giudizio ed anche di qualche paraloccia ben detta.

Faccio un ultimo disperato tentativo, chiamando a raccolta i non conformisti, prima di andare in esilio in qualche terra lontana ed incontaminata, se ancora esiste, in una parte qualunque di questo povero mondo.

lunedì, maggio 08, 2006

L'Europa e La malinconia



Tommaso Padoa Schioppa, illustre docente dell'Università Bocconi, ha dato alle stampe un libro sull'Europa, in cui analizza il generale stato di scetticismo delle nazioni, che ne fanno parte, nella volontà di costruire una Unione non solo economica, ma un vero soggetto politico protagonista fra le grandi potenze.

L'aspetto curioso del libro è il collegamento che l'autore stabilisce tra la mancanza di slancio ideale, la capacità di realizzare un sogno e il male oscuro dell'occidente, la malinconia.
Un accostamento assai interessante, che può meravigliare, ma che invita a riflettere sulla condizione delle società contemporanee del vecchio mondo.

Sembra inevitabile la constatazione di una perdita di energia vitale con l'avanzare del progresso materiale e sociale, quasi fossero due facce della stessa medaglia.

La malinconia pare il vero problema europeo, ovviamente intesa in senso metaforico, ma con addentellati precisi ad un diffuso disincanto.

Storicamente una pessimistica visione del mondo, negli spiriti più attenti è sempre esistita.
Un concetto costantemente presente nella cultura occidentale, un tema di grande respiro, all'interno di discipline tradizionali come la filosofia e la religione, come testimoniano le opere di Aristotele.

Sulle vie che un tale stato d'animo può far intraprendere alle classi dirigenti, agli uomini grandi, i quali - pur avendo la consapevolezza del proprio valore - soffrono dell'incapacità di raggiungere le loro alte apirazioni, avendo ben chiara la propria insufficienza, si sono esercitate menti illuminate.

E' pregnante la definizione della "melancolia" come "nostalgia di ciò che è perfetto".

Variamente interpretata con i termini equivalenti di accidia, spleen, umor nero, noia, essa afflisse nell'antichità eroi come Ercole e nell'età moderna statisti come Churchill, fu studiata da filosofi e dommatici, fin quando la medicina dei nostri giorni, la psicologia, la psichiatria, non coniarono la parola depressione, la quale, nel declino della civiltà occidentale, conta oggi massicce conquiste tra le popolazioni europee e nei reggitori dei governi, ma probabilmente, a nostro sommesso avviso, senza una presa di coscienza adeguata da parte delle vittime e qualsivoglia intendimento di reagire e di vincere la malattia.

Un altro sintomo della massificazione imperante e dell'assenza di élites selezionate.

mercoledì, febbraio 01, 2006

Una stella gialla per Massimo Fini


Non sembri irriverente il paragone con gli ebrei perseguitati, ma il trattamento riservato al giornalista-scrittore Massimo Fini è paradossalmente simile, almeno sul piano dell'ostracismo intellettuale, a quanti subirono le restrizioni della propria libertà sotto i regimi totalitari in nome della discriminazione razziale.

Fini appartiene alla categoria antropologica degli eretici e dei rompiscatole, una specie umana, che, anche sotto i regimi cosiddetti democratici. non è gradita alla classe dominante e all'industria culturale.
Una stirpe destinata a scomparire nell'epoca del livellamento e dell'omologazione, del conformismo di massa.
Ebbene, un non meglio precisato direttore di rete, appartenente all'area leghista, a cui Fini non ha mai, fra l'altro, fatto mancare il proprio supporto culturale, difendendola ai tempi della più accesa contestazione giudiziaria e politica, gli ha negato la possibilità di partecipare ad un dibattito con Paolo Del Debbio sul tema, quanto mai cruciale, della globalizzazione, nella trasmissione di Gigi Moncalvo denominata "Il confronto".
La ragione?

Fini è in causa con la Rai, perché questa non ha mandato in onda il suo programma "Cyrano", non condividendone l'impostazione ideologica, sgradita ai padroni del vapore, ed è per pura ritorsione che gli è stato negato ora l'accesso alla Tv di Stato.
Quella televisione "al servizio del pubblico", dove perfino gli sproloqui di Celentano sono stati ammessi a suon di milioni e dove si prepara il rientro trionfale di Michele Santoro, una volta finita la campagna elettorale, grazie alla lobby degli ulivisti.
Se questo non è razzismo, che cos'è?

mercoledì, gennaio 18, 2006

Il riformista:illecito, illegale, esterofilo...


Il riformista ha pubblicato un articolo del direttore, Antonio Polito, sulla necessità di un codice etico per i politici italiani, cui sta facendo seguito un dibattito aperto, soprattutto, ai simpatizzanti della sinistra.

Abbiamo notato che, tutto sommato, gl'interventi sul tema sono piuttosto banali, anche se provengono da persone intelligenti ed equilibrate come, ad esempio, Guido Bolaffi, il quale continua a ritenere valida - in linea di principio - la distinzione posta dal giornale su illecito ed illegale, la quale, a nostro sommesso avviso, è pura tautologia.

Le propensioni british e filodiessine del meridionalissimo direttore hanno forse influito, più d’ogni altra circostanza, a rendere poco meno che superficiale il dibattito, allontanandolo dal nocciolo della questione e da un pur timido tentativo di definizione, per così dire, deontologica.

Il fatto è che l'illecito e l'illegale sono pressoché sinonimi, da un punto di vista tecnico-giuridico, e, se le parole hanno un senso, non sarà l'importazione di qualche concetto anglosassone, che può servire alla bisogna.

Antonio Polito, rispettabilissimo opinion maker dell'area liberal postcomunista, ha un'evidente preoccupazione, dopo la scoperta delle magagne unipoliste e cooperativiste: quella di salvare il salvabile nell'unica sinistra, che può dirsi presentabile in Italia, quella, per l'appunto, dei DS con vocazione (inaspettatamente) socialdemocratica.

Ma, purtroppo, il compito che si è assunto è inane.

Non si può mescolare troppo il marxismo emendato dagli errori della rivoluzione con il laburismo, che ha ben altra tradizione ed introdurre specificazioni, appartenenti a campi culturalmente diversi da quelli del nostro paese o dell'area mediterranea.

E poi, per quale motivo dovremmo avere l'esigenza di adottare costumi, formule o regole, codici e comportamenti, che non siamo in grado di seguire con convinzione e spontaneità?

Ci sembra una scelta forzata dalla tendenza esterofila del quotidiano lib-lab (uno dei vizi più marcati degl'italiani), che lungi dal risolvere del problema, non fa che aumentare la confusione delle forme.

Sappiamo bene che la morale è distinta dal diritto e che la politica è una scienza sociale da non confondere con la religione, oppure no?

Machiavelli non è S. Agostino e la violazione della legge, spesso, non significa commettere peccato o trasgredire la morale comune.

La situazione italiana è grave ma non è seria, per dirla con Flaiano, e non saranno i pannicelli caldi proposti dal vivace direttore Polito a salvarci dal degrado della partitocrazia, ben oltre trentanni dopo le lucide analisi del grande costituzionalista Giuseppe Maranini, il quale aveva ben indiduato le cause degenerative del sistema (pseudo) democratico, che ci governa dal secondo dopoguerra.

Un bell'articolo di qualche anno fa di Ernesto Galli Della Loggia (se non andiamo errati) lamentava la decadenza del senso dello Stato e delle élites, sia politiche sia burocratiche, nate con il Risorgimento, consolidate dalla Destra storica e sopravvissute alle due guerre mondiali, inevitabilmente destinate a scomparire con il nuovo assetto di governo, che prese il sopravvento all'indomani degli anni sessanta, grazie alla gestione del potere da parte di movimenti ideologici, sostanzialmente estranei all'unità d'Italia.

I partiti filoclericali e quelli d'impronta marxista, in effetti, che potevano farsene di uno Stato super partes, governato dai princìpi liberali, nazionali od anche genuinamente federalisti, tesi a consentire l'ingresso delle masse, attraverso la selezione di persone al servizio della collettività e della società civile, secondo un codice etico che poneva in primo piano il disinteresse personale, come insegnavano i Sella e gli Einaudi e perfino Don Sturzo, un sacerdote dotato di spirito laico comunitario, più di tanti laicissimi rappresentanti del popolo sovrano, dediti ad aumentare i benefici propri e quelli della propria consorteria, con lo smantellamento - in nome della morale spartitoria - dello Stato e delle strutture pubbliche post-unitarie?

Le radici del male attuale provengono da una classe dirigente, connotata dall'egoismo di partito o personale, miope nel guardare al futuro del Paese, provinciale e casereccia, che ha lottizzato tutto e più di tutto, per favorire nepotes e clientes, stropicciandosene allegramente non solo dello stato e della nazione, ma anche della propria regione e del proprio comune.

Che cosa mai, a questo punto, possano insegnarci gli anglosassoni, lo sa solo Il riformista.

E perché non siamo in grado, con il patrimonio d'idee e di esperienze storiche di fare da noi il cambiamento tanto auspicato?

Provi a chiedersi Polito se i codici deontologici dei governanti inglesi o americani avrebbero potuto essere rispettati, senza il patriottismo intriso di spirito religioso, che caratterizza il diffuso sentire di quelle popolazioni ed il profondo attaccamento alla libertà e all'indipendenza delle proprie Istituzioni.

In tal modo potrà avere una buona parte di risposte alla malattia, che affligge sempre più gravemente il nostro paese, il quale, in decenni di perverso esercizio partitocratico, ha messo in soffitta tutti i punti di riferimento elevati nell'amministrazione della res publica, in nome del tornaconto privato e del longanesiano tengo famiglia.

mercoledì, gennaio 11, 2006

Scalfari impari da Bertinotti


Chi abbia suggerito a Barbapapà di presentarsi in Tv, nell'emerita trasmissione del paggetto Floris, artisticamente denominata Ballarò, non lo sappiamo, ma certamente non è stato un amichevole consiglio.

Lasciare il trono pontificale di Repubblica, da cui impartire le soporose prediche domenicali, per assidersi sugli scomodi sgabelli degli agit-prop dell'Unione non ha giovato affatto all'immagine di Eugenio Scalfari.

Il mammasantissima del giornalismo italiano, progressista per definizione, ammantato di finta cultura e di stereotipiti positivisti mal digeriti, animato da spirito di vendetta nei confronti dell'umanità, solo per il fatto di non pensarla al suo stesso modo, assertore della verità, della giustizia, della moralità pubblica e privata, nella tradizione del più greve e volgare giacobinismo, avrebbe dovuto capire che tale armamentario può essere tollerato solo a distanza e dietro il paravento di una testata conosciuta, sebbene poco accreditata, ma che non può essere esibito in televisione in una penosa trasmissione propagandistica, tenuta in piedi per volontà dei postcomunisti, per riecheggiare, in ogni suo passaggio, le patetiche riunioni delle cellule staliniste ai tempi della guerra fredda .

Ne va della dignità della persona e difatti Scalfari ha fatto un flop clamoroso con la sua violenza verbale, i pettegolezzi da cortile, i luoghi comuni, le accuse isteriche agli avversari, le gesticolazioni da bassa lega, tese a sottolinerare l'odio viscerale per chi - come gli antichi cafoni calabresi - non serve a dovere il capo gabelliere di turno.

Nell'ultima tormentata ed incredibile trasmissione, svoltasi con i soliti salti da giullari e dominata dall'idea di smentire la realtà, che sta affiorando nelle mani dei magistrati inquirenti, dalla quale emergono tristi figuri e poveri comprimari, non più circondati dall'aureola santificante della lega delle cooperative, ma ridotti a tenutari del sacco nelle imprese della nuova banda Bassotti, l'ex senatore socialista, intimissimo di miliardari rossi (più per la vergogna dei propri loschi affari con il KGB, che non per autentica fede proletaria), ha disintegrato il proprio patrimonio di maitre à penser per allievi di scuola serale, faticosamente costruitogli attorno dal mondo della comunicazione, grazie soprattutto alle rarefatte apparizioni in pubblico.

Con gli occhi incrociati dietro le lenti e la barba imperlata di goccioline di saliva, ballonzolanti sulle impietose telecamere, a maggiore sconcerto dei telespettatori, non si è accorto della propria mutazione in una sorta di claonesco mangiatore di fuoco, intento ad incenerire con le fauci dilatate il pur attrezzato ministro Castelli (basito dalle sue occhiate trasversali, cariche di pandemia) e a rievocare gutturalmente la storia politica italiana, ferocemente incolpando l'esterefatto Cicchitto di aver militato nella gloriosa sinistra lombardiana, prima di divenire un esponente forzista di punta.
l duri e puri non cambiano mai idea, sono tetragoni nella loro idiota coerenza, pareva dire l'Eugenio nazionale, dimenticando di aggiungere di quanto fosse invece brillante la sua figura di professionista e d' intellettuale organico, fin dai tempi del Guf,ed ancor più, quando si guadagnava la pagnotta nella redazione di Roma fascista.

Ma perché nessuno trova il coraggio di dire a questo santone dell'antifascimo e dell'anticapitalismo, della giustizia sociale, dell'etica laica, del vangelo anticlericale, che farebbe bene a prendere esempio dall' onorevole Bertinotti, molto più pacato e sobrio nell'eloquio e nelle argomentazioni esposte in televisione, capace di un garbo e di una misura degne del miglior Togliatti e dei raffinati salotti della borghesia illuminata.

Perché non ricordargli le lezioni ciceroniane del De senectute, dei modi più adatti per incedere nell'età gravescente?

Altro che inabissare la propria candida barba tra le mossettine vezzose ed i civettuoli gridolini di Alè del ballerino di Ballarò.

domenica, gennaio 01, 2006

2006


I più cordiali auguri per un sereno e felice anno nuovo ad amici e lettori da L'USSARO.

mercoledì, dicembre 28, 2005

I dintorni di Costanzo



Maurizio Costanzo è un ottimo presentatore, un buon anchorman, un pessimo giornalista.

Lo dimostrò con il flop di quello che doveva essere il primo quotidiano popolare di stile anglosassone, L'occhio, che nel giro di poche settimane dovette abbandonare le edicole dov'era messo in vendita a prezzi stracciati, senza seguito di pubblico.

Nonostante le sue rubrichette sul Messaggero e su Libero non crediamo riesca ad ottenere grande ascendente sui lettori, i quali lo preferiscono alla guida dei contenitori televisivi od altri spettacoli di varia umanità, in cui l'aceto romanesco ha più possibilità di farsi apprezzare.

E' un po' il limite di quanti, ottenuto successo in un determinato settore della comunicazione, pretendano di estenderlo ad altri ambiti, per i quali non sono votati.

In più, pesa su di lui il peccato originale del partito radicale, che sempre di più assomiglia ad un ircocervo, che costringe a continui salti mortali i suoi simpatizzanti, privi, probabilmente, di attitudini acrobatiche, in un infinito pencolare tra destra e sinistra, tra una posizione ed il suo opposto, nell'inutile tentativo di una sintesi inattuabile o di una composizione impossibile tra aspetti confliggenti.

Non dimentichiamo neppure il senso di colpa, che lo attanaglia a causa dei miliardi percepiti dalle aziende del premier, con il quale non può mostrarsi corrivo, pena la taccia di servo del padrone.

Costanzo ci pare il perfetto esemplare del radical chic, teso a farsi perdonare i consistenti patrimoni acquisiti in casa Mediaset. Deve prostrarsi o, perlomeno, strusciarsi alle gambe di personaggi di sponda opposta a quella del cavaliere, con un fare un po'ruffianesco, per accreditarsi comunque come un animo progressista ed indipendente.

E' chiaro a tutti, peraltro, che si tratta di pura apparenza, in quanto la comoda, privilegiata poltrona in cui il caso, la fortuna o il fiuto del suo datore di lavoro, l'hanno collocato, non può essere lasciata.

Sono troppi i benefits, e troppa la libertà di organizzare i programmi, da fare invidia tutti i giornalisti di regime.

Orbene, ognuno può difendere come crede, con l'opportunismo le proprie rendite economiche e d'immagine, ma lo faccia con semplicità e senza mascherature, né affettazione ed eccessiva sollecitudine verso gl'invitati al proprio salotto televisivo ritenuti, a torto o a ragione, veramente importanti.

L'untuosità con cui accoglie l'ospite di turno del suo Diario, con la falsa sicurezza di chi è abituato ad andare a braccetto con i potenti, non è sufficiente per guadagnarsi il ruolo di guru o di compagno di viaggio di personaggi di levatura intellettuale (anche di poco) superiore alla sua.

Se ne renda conto una volta per tutte.

I suoi dintorni non appartengono al suo paesaggio. Non sono propaggini del suo essere ed esistere.

Dopo che, com'è avvenuto l'altra sera, all'atto della presentazione di un sedicente pensatore come Galimberti (un filosofo della storia, definizione scarsa di significati pregnanti), dispensatore di consigli aulici dai rotocalchi femminili e supremo volgarizzatore di massime altrui, annuncia al popolo di darsi del tu con l'illustre ospite, da tempo immemorabile, non ha aggiunto nulla alla sua figura e a quella dell'invitato.

Il nostro presentatore sembra aspirare al ruolo della lumaca di Trilussa, che lasciando la propria scia sul monumento, era persuasa di aver lasciato un segno nella storia. E l'imbarazzo che coglie l'interlocutore, ancora in attesa di scrivere il proprio capolavoro, mostra quanto poco sia lusingato dalle affermazioni confidenziali di personaggi, inevitabilmente considerati inferiori sul piano culturale, e, nonostante gl'inchini, ineluttabilmente appartenenti all'armata del nemico.

Costanzo lasci perdere i dintorni e si convinca di non essere il Re Sole dell'universo della comunicazione e neppure il suo delfino.

Si accontenti del suo ruolo di mediatore televisivo, conservando la propria fortuna, senza dilapidarla con eccessi di presenzialismo, supponenza intellettuale ed espansionismo aziendale.

Gliene saremo tutti grati.

martedì, dicembre 27, 2005

La lezione di Don Chisciotte


Cari lettori, che cosa c'è di meglio, in questi giorni di vacanza, che rileggere qualche pagina di un celebre libro, come il Don Chisciotte?

Credo che, in tempi di omologazione televisiva, la lettura di qualche avventura dell'immortale eroe di Cervantes sia l'antidoto migliore, per riflettere sul nostro destino di uomini in balìa degli eventi, ma grazie alla fantasia e all'inventiva, alla passione e alla poesia, capaci ancora di scegliere la meta da raggiungere, senza i condizionamenti dei mass-media, ma in piena autonomia per fare quel che vogliamo con convinzione autentica.

Lina, una mia giovanissima parente, che vive negli USA, già laureata in Scienza della comunicazione, ed esperta nell'arte fotografica, ha scelto di frequentare il conservatorio per imparare a suonare il piano secondo le buone e difficili tecniche delle scuole di alto livello.

Anni fatica per fare quello che desidera con il cuore, e con la prospettiva di non guadagnare certamente i lauti compensi di chi si dedica alla fotografia professionale.

E' un piccolo esempio, ma una grande lezione per chi vuole sottrarsi alle imposizioni della società moderna, dove spesso vale più lo status symbol che l'armonia con se stessi.

La decisione di Lina sarebbe stata approvata dal grande e nobile cavaliere e dal suo inimitabile creatore, il quale, prima di tutto, ha descritto una categoria dell'animo umano: la libertà morale.

venerdì, dicembre 23, 2005

martedì, dicembre 20, 2005

Babbo Natale alle corde


Sembra un segno dei tempi.

Fuori dai balconi o sulle porte d'ingresso, dal ramo di un albero o dal muro di cinta, penzolano tanti pupazzi di Babbo Natale.
Una moda, senza dubbio, che invade città è villaggi, nell'epoca del consumismo globale.

E poi il fenomeno dell'imitazione.

Ogni cittadino che si rispetti pensa che sia un suo dovere adeguarsi e così decine di sagome adornano le vie e le contrade.
Ma è uno spettacolo che non entusiasma , non desta allegria o gioia e non ispira sentimenti natalizi.

L'impressione che si ricava è di una fiera, uno spettacolo montato su per l'occasione, per essere al passo con la moda e conclamare un Natale all'esterno, nel momento in cui dentro le case o nell'intimo non si riesce più ad apprezzarne il senso profondo.

Resiste la festa, ma sembra quasi arroccata in un tentativo disperato di difesa della tradizione in un ultimo fortilizio, da cui prima o poi spunterà il vessillo bianco della resa.

Il relativismo imperversa come la mancanza di attenzione per la religione, considerata dai più una forma passatista di visione del mondo, un freno alla giustizia sociale e alla liberazione dell'uomo. Una sovrastruttura antiquata e declinante come un'ideologia qualunque: c'è una generalizzata diffidenza verso il sacro, interpretato più come superstizione che come esigenza dell'animo.

E' poca la fede nella società moderna, come dice il Papa; ma non c'è neppure il senso laico di un tempo nel vivere le feste religiose ed, in particolare, per questa ricorrenza, che dovrebbe riaccendere una piccola speranza, nel cuore degli uomini, in un mondo migliore fondato su pochi semplici principi etici.

L'evoluzione dei costumi, eterodiretta dall'industria culturale, ha reso molte persone più scettiche su tutto, anzi, più ciniche verso i propri simili ed il divino e, magari, per contrapposizione inspiegabile, più sensibili ai miti dell'animalismo e dell'ambientalismo ovvero dell'umanitarismo generico, meglio se esterofilo, che non richiede un preciso senso di responsabilità come nei confronti di un familiare, un amico, un vicino, un conoscente derelitto (tutte figure imbarazzanti per chi vola nell'iperuranio dell'utopia comoda e discolpante).
Una fuga da noi stessi.

Una compensazione del vuoto interiore in nome di nuovi idoli mal compresi ed imposti dall'alto, dai produttori di cartapesta, cattivi maestri e volgari demagoghi.

Ecco come si spiegano i pupazzi di Babbo Natale, una caricatura del giorno della rinascita, soppiantatrice del presepe e dell'albero dentro ogni piccola o grande abitazione e, soprattutto, nella mente di credenti e non credenti.

Pupazzi per non sentirsi soli nell'avanzante desertificazione dei sentimenti.

sabato, dicembre 17, 2005

Umano, troppo umano: animale


Rossella Castelnuovo, commentatrice scientifica di Rai Tre, non perde occasione per definire uomini e donne semplicemente "umani": una qualificazione darwiniana tendente ad appaiarli ad insetti, rane, oranghi, etc. - tutti ricompresi nel variegato mondo animale.

La sua insistenza è perentoria e sistematica.Tanto per far capire, a chi ancora non l'avesse ben chiaro in testa, che noi poveri mortali, dopo l'abbandono del vieto antropocentrismo imperialista, non siamo in nulla differenti dalle altre specie.

Qualche tempo fa, davanti a liceali, un po' confusi, di un celebre istituto romano, partecipanti ad un pubblico dibattito sull'evoluzione, richiamò qualche studente ancora restìo ad uniformarsi alle nuove regole del linguaggio, ribadendo con forza che anche noi siamo animali - quasi per dire che termini come uomo e donna sono ormai perniciosi, in quanto ci contrappongono agli altri esseri viventi con un'infondata presunzione di superiorità e costituiscono un forte ostacolo all'educazione delle nuove generazioni alla democrazia.

Ora, noi non abbiamo nulla contro gli animali, umani compresi, spesso più somiglianti a bestie che non a dei, ma pensiamo che non ci sia niente di male a non volerci ritenere assimilati, tout court, ad amebe o girini, se non altro per il dono della parola e della comunicazione elaborata, dell'autocoscienza e della creatività.

E soprattutto crediamo che il relativismo culturale non debba ridurci a numeri sottomessi al regno della quantità, inglobati nella massa indistinta e governati dal positivismo scientifico livellatore, per il quale un animale vale l'altro e tutti insieme contano meno di zero.

Lasciateci ancora leggere senza complessi d'inferiorità l'Umano troppo umano dell'inquieto e scintillante Nietzsche o riflettere sui limiti e la grandezza dell'uomo, descritto dalla lucida e feconda speculazione di Kant, come essere irripetibile dell'universo, allorché constata la meraviglia del cielo stellato sopra di sé e la coscienza morale dentro di sé.

Una consapevolezza che nessun diktat scientista potrà mai attribuire alle altre specie.

martedì, dicembre 13, 2005

Lettera a Massimo Fini


Caro Massimo Fini,

ho letto con interesse il Manifesto dell’Antimodernità e del Movimento Zero e vorrei esprimerle i miei complimenti per l’adesione al programma, fra gli altri, di un intellettuale scomodo ma di notevole spessore culturale ed acutezza di analisi, come Alain de Benoist.

Mi chiedo però quanti interlocutori ne conoscano il pensiero e ne percepiscano le ascendenze sicuramente non marxiste.

Pur non richiamandosi alle categorie ottocentesche di destra e sinistra, che solo per convenzione si continuano ad adottare, dopo il crollo delle ideologie, la posizione di questo pensatore si è fatta chiara ed inequivocabile, nel momento in cui nasce in Francia la nouvelle droite, che costituisce ormai un cospicuo patrimonio spirituale nel superamento di concezioni politiche inadatte alla complessità dei tempi e nella configurazione di strade nuove per tentare di risolvere le contraddizioni ed i problemi presenti nelle società occidentali.

Alcune osservazioni dei commentatori del suo blog hanno, per altro verso, attratto la mia attenzione, in quanto univocamente concordi nel voler affermare un’alta concezione della politica, pur provenendo da differenti esperienze.

In particolare mi ha colpito l’affermazione di un lettore che dice di ravvisare nel suo Manifesto idee già presenti in Rifondazione comunista.

Ora, nessuno più di me considera le sottoscrizioni al suo programma come un segno importante di cambiamento e come volontà di realizzare un sistema più efficiente ed equilibrato nei rapporti fa i cittadini e questi e lo Stato: non più sudditi, ma protagonisti della vita sociale.
Mi permetta di dire, però, che quel signore forse ha equivocato sui contenuti programmatici da lei espressi.

Ortega y Gasset affermava, ben oltre un cinquantennio fa, che destra e sinistra sono semiparalisi mentali, ma non rinunciò mai ad insegnare il valore della libertà individuale e dei principi etici aristocratici contro la massificazione.

Non sono le etichette che contano, ma le idee in cui si crede.

C'è qualcuno di provenienza comunista che si riconosce in qualche punto del Manifesto?

Bene, ma non si creda di poter rilevare, per questo, che ci sia qualche assonanza col pensiero marxista o post marxista, ineluttabilmente alle spalle del Movimento da lei fondato, se ho ben letto e interpretato le parole espresse ed i concetti cui rimandano.

Cerchiamo di non ragionare con i paraocchi e vediamo di stabilire con chiarezza che cosa s'intenda realizzare nella società civile ed in campo economico e sociale.

Spero che si punti ad un superamento del capitalismo darwiniano, con il liberismo sociale o con l'economia sociale di mercato e che si riconosca che la rivoluzione industriale, come ha ben messo in luce il libertario Sergio Ricossa nel sua "Storia della fatica", ha portato anche un progresso nelle condizioni di vita delle classi meno agiate, come mai era avvenuto nei secoli precedenti.

Sul piano antropologico, credo che possa costituire un contraltare ai vizi dell'industrialismo, la lezione di civiltà, ragionevole rispetto della natura e ricerca di un'armonica esistenza per l’uomo, contenuta nei libri dell'etologo K.Lorenz, il quale non ha nulla da spartire con i fondamentalismi ecologisti dei verdi.

Il successo del Movimento dipenderà in buona parte dalle scelte tra utopia e realismo: non dovrebbe innalzare la bandiera dei giacobini per creare il paradiso in terra, ma con lucidità e determinazione dovrebbe battersi per ideali realizzabili – soprattutto - con una rivoluzione morale posta al servizio della persona e della sua dignità, per un assetto che salvaguardi l’uomo e le comunità intermedie contro ogni prevaricazione (ideologica o no) della libertà.

Ho apprezzato molto nella sua storia intellettuale, il contributo recato alla comprensione della figura di Leo Longanesi, cui sono legato dai tempi del liceo.

A mio sommesso parere, tra i padri culturali del Manifesto c'è anche lui.

Non dimentichiamolo.

lunedì, dicembre 12, 2005

Desacralizzazione



Dalla Fiera del libro svoltasi a Roma, grazie ad alcune interessanti interviste di Marino Sinibaldi, abbiamo scoperto che i filosofi si occupano oggi della desacralizzazione, non tanto come oggetto di studio, quanto come finalità e conquista della più pura speculazione scientifica del tempo presente.

E così un tale pensatore di nome (non ce ne voglia se non lo riferiamo esattamente, vista la nostra ignoranza sulla sua esistenza) Agammato parla non solo di una nuova definizione della religione e del profano ed incita alla profanazione come metodo (pensiamo) neo - socratico, ma con argomentazione, a dir poco curiosa, desacralizza il telefonino (opera peraltro altamente meritoria), sostenendo che "se si scherza al cellulare, vuol dire che questo strumento di perversione è stato distrutto!"

Vattelapesca a capire...

Per fortuna provvede, subito dopo, il magnifico Marramao (filosofo - paroliere del cantante - guru Battiato), a ristabilire le sorti del pensiero contemporaneo, constatando genialmente che la vera dissacrazione nei confronti dell'antica religio è stata compiuta dal monoteismo ebraico, il quale ha annientato gli dei pagani. Un elevatissimo concetto, presumibilmente frutto straordinario dell'intesa profonda con il celebre cantautore siciliano, impareggiabile esegeta e cultore del sufismo mediterraneo.

Ora siamo consapevoli che la nostra perdita del centro, madre di tutte le desacralizzazioni, è il risultato di una congiura giudaica.

Ma che bravi questi filosofi moderni.

Benvenuto Cyrano





Anche Cyrano - Massimo Fini finalmente ha aperto il suo blog.

Chi è Massimo Fini lo sanno tutti: un rompiscatole.

Un giornalista e uno scrittore anticonformista, critico del potere e per questo osteggiato da tv, politici ed editori.

Un personaggio che ha cercato di realizzare i suoi sogni, non riuscendovi ( come dice egli stesso, ma chi li realizza? ) e comunque deciso ad instaurare un convinto ed acceso combattimento contro la partitocrazia ed il consumismo, la manipolazione delle coscienze, la perdita d'identità dei popoli e delle culture, per la libertà individuale, la democrazia diretta, la civiltà anteposta alla civilizzazione, fondando il Movimento Zero, con un manifesto programmatico interessante e vivace, rivoluzionario come quello di un Marinetti dell'antimodernità, da leggere con attenzione sul suo sito:
www.massimofini.it

Benvenuto Cyrano ed auguri cordiali per una vittoriosa battaglia.

martedì, dicembre 06, 2005

Addio "Piccola Parigi"

Convocati gli stati generali nella storica aula consiliare del Comune di La Maddalena, che si fregia, fra l'altro, di una dedica al Municipio da parte dell'eroe dei due mondi, il Governatore Soru ha fornito alcune indicazioni sulla riconversione dell'Arcipelago, dopo la fine dell'economia "militare" ( a seguito delle dismissioni della Marina italiana e di quella statunitense), richiamandosi - con un excursus storico un po' incerto - al periodo di massimo splendore dell'Isola , già definita la "Piccola Parigi", ed incitando gli abitanti ad aver fiducia nel turismo, finalmente libero di espandersi, eliminate le remore imposte dalle stellette, dal dopoguerra ad oggi.
Alcune imprecisioni non trascurabili hanno punteggiato il discorso del Presidente della Regione, apparso un po' a disagio per lo smantellamento della base di appoggio dei sommergibili Usa, decisa probabilmente troppo presto, rispetto alle sue personali previsioni.
Storicamente, ha mancato di ricordare che la "Piccola Parigi" nacque tra le due guerre mondiali per la realizzazione di un'invidiabile ( dal punto di vista strategico - difensivo) piazzaforte militare, consistente nella costruzione di numerosi manufatti - fortini e batterie - scavati nelle rocce di granito e nascoste alla vista, dal cielo e dal mare, e, quindi, già allora, perfettamente inseriti nell'ambiente naturale, oltre ad insediamenti di vario genere per le diverse forze armate, le quali crearono un circolo virtuoso sul piano economico-sociale e culturale, tanto da porre in una posizione preminente La Maddalena rispetto ad altre zone della Sardegna.
Non ci pare appropriato dire - come ha fatto Soru - che cittadine come Olbia erano legate all'agricoltura e borghi come Palau erano poco più che un attracco per le navi.
Ma è senz'altro vero che il progresso dei maddalenini rispetto a quello delle altre popolazioni sarde era indiscutibile e che questo primato probabilmente è durato, mutatis mutandis, fino ad oggi.
La "Piccola Parigi" con i suoi negozi, teatri, navi militari e mercantili, un fiorente mercato generale ed ittico, era già inserità all'inizio del 900 tra le cento piazze d'Italia ed il titolo di città.
Ma questo avveniva per merito e come conseguenza delle attività legate al Ministero della Difesa, come del resto avvenne in tutto o in parte con Livorno, La Spezia, Gaeta, Taranto, Brindisi, Messina.
I legami con la Regia Marina Sardo-Piemontese risalivano, del resto, ai tempi della rivoluzione francese e al tentativo di conquista dell'Arcipelago da parte del luogotenente Napoleone, per conto della Convenzione, con l'assalto all'isola di Santo Stefano, respinto per il coraggio del nocchiero Domenico Millelire, prima medaglia d'oro al valor militare dello Stato italiano.
Ora, nessuno pretende che il Governatore - prima di lanciarsi in azzardati paragoni storici- abbia avuto la possibilità di leggersi uno dei tanti libri dedicati alla storia della Maddalena, ma abbia almeno l'accortezza di lasciar da parte il riferimento alla "Piccola Parigi", che ormai non esiste più e non può, per le diverse circostanze attuali, costituire uno slogan per il futuro turistico, che dovrebbe arridere ad una comunità smarrita e fortemente preoccupata per l'avvenire dei propri figli.
L'ineffabile Governatore, con incauta leggerezza ha inoltre dimenticato di ricordare che la Maddalena, nonostante la presenza militare (la quale ha avuto il merito, fra gli altri, di salvaguardare l'Arcipelago dagli scempi urbanistici di altre parti della Gallura e dalla distruzione dell'ambiente), è stata tra le prime località della regione a valorizzare, con metodi che oggi si definiscono compatibili con l'equilibrio naturale e paesaggistico, le potenzialità legate al turismo con la creazione del primo villaggio del Club Mediterranée in Italia, fin dagli anni cinquanta, e la costruzione d'insediamenti del Touring Club, della Valtour, del Centro Velico di Caprera, tra gli anni sessanta e settanta, attirando costantemente villeggianti pù avvertiti e qualificati di quanto non avvenga ogni estate in Sardegna con l'invasione estiva delle frotte predatrici del "mordi e fuggi".
Oggi non rimane che puntare sul Turismo, con la T maiuscola, ha ripetuto con monotonia Soru, ma come?
Questo è il punto.
Egli ha parlato d'investimenti a favore di questo settore che vanno dai 15 milioni ai 45 milioni di euro ( si vedrà), ma non ha delineato alcuna strategia economica al riguardo.
Solo pannicelli caldi per le infrastrutture, la sanità, l'acqua, il recupero del centro storico, l'artigianato , l'edilizia residenziale, in attesa che gl'imprenditori veri si affaccino sull'isola e decidano d'investire seriamente, e che il Parco Nazionale dell'Arcipelago si trasformi finalmente in motore e promotore di un nuovo assetto sociale e di un nuovo benessere.

Il fatturato di 33 miliardi di vecchie lire prodotto dalla passata economia "militare", non sembra facilmente raggiungibile con la creazione di un attrezzato e moderno cantiere per navi da diporto, l'unico progetto concretamente realizzabile per trasformare il vecchio e glorioso Arsenale della Marina militare.
Un po' poco per vedere risorgere la "Piccola Parigi".

lunedì, dicembre 05, 2005

D'Artagnan? Un balente!

Non so se abbiate avuto la ventura di vedere il dialogo televisivo a distanza tra il Bandito Mesina e il Presidente Cossiga, tutto incentrato sulla balentìa ed i balentes di nobili ed antichissime ascendenze barbaricine.

Concetti non facili per chi non abbia avuto l'occasione di una frequentazione non turistica con la Sardegna e la Barbagia, e non abbia potuto quindi sperimentatre l'osservanza, tuttora diffusa, del secolare codice d'onore del Supramonte, che indimenticati studiosi del rango di Antonio Pigliaru, rinomato docente di dottrina dello Stato all'Università di Sassari, ed altri non meno valenti giuristi, avevano qualificato come un vero e proprio ordinamento giuridico, imposto dalla consuetudine, preesistente alla codificazione del Regno Sardo-Piemontese ed addirittura alla stessa "Carta de Logu" di Eleonora d'Arborea, fonte ispiratrice di diverse normative anche fuori dell'isola.

Toccò a Montanelli sperimentarne la vitalità, allorché durante la sua permanenza a Nuoro, il padre, Preside di liceo, lo affidò con la massima tranquillità alla tutela di alcuni ex ricercati, appartenenti all'aristocrazia dei fuorilegge, ovviamente per ragioni di faida e non per veri e propri atti deliquenziali, consentendogli così di conoscere per l'appunto la balentìa ( o valentìa, se preferite).

Il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga e l'ultimo dei Banditi gentiluomini, accomunati da una condivisone di valori, che va ben oltre la diversità dei ruoli e delle posizioni sociali, hanno pertanto spiegato in che cosa consiste questo paradigma culturale o questo imperativo etico, che non è stato ancora disperso dalla civilizzazione e dai modelli consumistici.

Ecco la definizione più semplice e completa, che racchiude peraltro svariate articolazioni e sfumature sul piano esegetico e pratico.

Balentìa significa "Combattere, con coraggio (non solo fisico), per una causa ritenuta giusta, seguendo le regole della lealtà".

Nulla a che fare con rapine sequestri violenze intimidazioni ed assassinii, che purtroppo da una certa data in poi hanno inquinato l'ambiente sardo, con modelli importati dal cosiddetto continente, con le bravate facinorose dei giovinastri o i traffici di droga.

Gli atti compiuti contro la legge nascono dalla faida o dalla vendetta, la più elementare, primitiva forma di giustizia privata.

Il balente rispetta le regole e l'avversario ed anche il rappresentante dello Stato se riconosce che agisce correttamente.

E' stata una conversazione molto interessante, che ha messo in luce i rapporti di amicizia tra due personaggi, che rappresentano due facce della stessa realtà culturale e sociale di una terra, avvolta ancora per mille aspetti nell'aura della civiltà classica, metapolitica ed universale.

Bastano due esempi per confermarlo.

Il miliardario rivoluzionario Feltrinelli che, non conoscendo per nulla l'etica barbaricina, tentò di guadagnare alla propria causa Graziano Mesina, ottenendo da quest'ultimo soltanto qualche sorriso di compatimento, prima del tragico episodio di Segrate, non avendo compreso che quel mondo pastorale si librava sopra lo spazio ed il tempo dell'ideologia ed era disciplinato autonomamente da princìpi a loro modo metafisici.

E poi, la leggendaria figura di D'Artagnan, simbolo della Guascogna e di quanti si pongono a difesa della dignità dell'individuo, contro le ingiustizie e le prevaricazioni del potere, impegnandosi nella lotta, con coraggio e senso di responsabilità personale.
Anche D'Artagnan è un balente!



mercoledì, novembre 30, 2005

Una mossa inaspettata

A La Maddalena e a Cagliari nessuno se l'aspettava. Una decisione così rapida per smantellare la base USA è una mossa inaspettata.

Ha vinto la linea Luttwak ed i sommergibili se ne andranno nel 2006.

Che cosa resta da fare per un'isola nata con la Regia Marina, grazie alla sua posizione strategica nel mediterraneo, dopo che già la Difesa ha cominciato ad abbandonare le strutture militari da anni - nell'ottica di un trasferimento nelle altre basi navali nazionali?

Il Parco dell'Arcipelago non cre a posti di lavoro, tutt'al più conserva l'esistente.

Non c'è all'orizzonte un'imprenditoria a largo respiro guidata da uomini lungimiranti.

Si corre il rischio di buttar via con l'acqua sporca anche il neonato.

Duemilacinquecento persone stanziate con la nave appoggio ed i battelli nucleari, che incrementavano il piccolo commercio ed il mercato degli affitti e 200 occupati, che andranno a spasso insieme con 4,5 piccole ditte impegnate con i lavori con gli americani.

E' presto per fare previsioni basate sull'industria dell'ambiente (?) e sul turismo diversificato (?), ma è certo che sarebbe stato più saggio fondare le premesse per la rinconversione dell'economia locale, mentre si sollecitava l'allontanamento della base nucleare.

La gioia per ambientalisti ed antiamericani assomiglia ad una vittoria di Pirro più che ad una vera conquista.

Luttwak infatti aveva preannunciato l'estate scorsa l'attuale decisione del pentagono, ma nessuno se l'aspettava così rapida e determinata.

Ed ora, che fare per non ridurre l'arcipelago ad un luogo di pescatori e pensionati?

Mister Tiscali e l'Italia

Renato Soru, Presidente della Regione Sardegna è in guerra, non da oggi, con il Governo centrale, per una serie di problemi interni, legati ad un'economia locale finora assistita dalle finanze pubbliche ed ora in difficoltà per la congiuntura che colpisce indiscriminatamente, ma che con il federalismo e la legge finanziaria mette in luce le contraddizioni di un sistema d'indebitamento generalizzato e di clientelismi spinti all'eccesso a causa dell'imperversare della partitocrazia.

Stavolta la posta in gioco è veramente importante perché si tratta d'incamerare miliardi non versati fin dal 1991 dallo Stato alla Regione in materia d'imposte e tasse.Per sette decimi gl'introiti percepiti dalle finamze statali andrebbero infatti versati alle casse regionali, per un accordo stipulato ai sensi del vecchio statuto speciale sardo.
Senza voler entrare nel merito della diatriba e di norme, probabilmente da aggiornare in coerenza con i nuovi principi federalisti, quel che colpisce è l'atteggiamento aggressivo del Presidente nei confronti di una compagine governativa ritenuta politicamente avversaria e quindi da attaccare a testa bassa, con baionetta ed elmetto, in tempi difficili per la maggioranza della popolazione e del Paese.
Quel che stride con il comune buon senso ed i più elementari principi di teoria economica è piuttosto la pretesa di ottenere, dopo anni di silenzio ed inattività dei rappresentanti politici regionali, tutto e subito, a dispetto degli obiettivi ostacoli non agevolmente superabili, da qualsivoglia punto di vista si voglia osservare la situazione dell'Italia.
Ma l'italia che cos'è per Mr. Tiscali?
E o no il Paese che ha fatto per un certo periodo la fortuna della sua azienda?

Perché mentre si parla di federalismo sociale, non si riflette sulla solidarietà tout court per l'insieme delle Regioni, che compongono bene o male uno Stato unitario, anche con le autonomie e l'autogoverno regionale?
Quale esito può ottenersi da un scontro aperto, piuttosto che da una moderata composizione delle esigenze locali e generali?
E' sicuro il Presidente Soru che, in questo modo, faccia l'autentico interesse della sua Regione o non la esponga, piuttosto, ad ulteriori difficoltà, laddove non vi sia armonizzazione in materia economica e finanziaria tra la politica autonomistica e quella centrale?
Ci pare che il Governatore abbia assorbito dalla sua esperienza politica più lo spirito rivendicativo che non quello collaborativo, cardine dell'educazione cattolica che pure ha ricevuto, e confonda la solidarietà e la sussidiarietà in tema di federalismo con il giustizialismo postmarxista, tanto da pensare d'imporre ulteriori tassazioni a carico di chi abbia un'abitazione o svolga un'attività in Sardegna, quasi fosse una colpa investire nella sua terra o sia un abuso fissarvi il domicilio o la residenza.
E' la mentalità giacobina che preoccupa in Mr. Tiscali, il suo ostinarsi a considerare la ricchezza non come un traguardo da ampliare a beneficio della popolazione, ma un'anomalia da eliminare, e lo Stato come un nemico da contrastare e forse da abbattere.

lunedì, novembre 28, 2005

Il sogno e il divino

Il grande Nietzsche, nella sua Gaia Scienza, ci parla in maniera memorabile della forza del sogno ovvero dell'apparenza: con felice intuizione egli dice che non è una maschera inanimata, ma un fuoco fatuo, una danza degli spiriti, che prolunga l'esistenza, servendosi dell'uomo della conoscenza.
Non trovate questo pensiero una pietra miliare nella riflessione sull'umanità, condotta con incredibile maestria da chi credeva nella forza postiva del pessimismo, nutrito del potere divino potere dell'antica civiltà greca?

martedì, ottobre 25, 2005

Sulla libertà (Omaggio a Stuart Mill)


Vi è una sfera di azione nella quale la società, in quanto distinta dall'individuo, ha soltanto un interesse indiretto, se mai ne ha alcuno. Essa comprende tutta quella parte della vita e del comportamento di un uomo che riguarda soltanto lui o se riguarda anche gli altri richiede un consenso o una partecipazione liberi, volontari, e non ottenuti con l'inganno.

Questa è la ragione propria della libertà umana.
Essa comprende innanzitutto la sfera interiore della coscienza, libertà di pensiero e di sentimento, assoluta libertà di opinione in tutti i campi, pratico e speculativo, scientifico, morale o teologico.
Secondariamente, questo principio richiede la libertà di seguire i propri gusti e le proprie inclinazioni, ovvero di programmare la nostra vita in conformità al nostro carattere, di fare quel che ci piace, con tutte le possibili conseguenze, senza essere ostacolati dai nostri simili, fintantoché non arrechiamo loro danno, anche se essi dovessero ritenere il nostro comportamento stupido, sbagliato o perverso.
In terzo luogo dalla libertà di ciascun individuo, entro gli stessi limiti, consegue la libertà di associazione fra gl'individui: la libertà di unirsi per uno scopo qualsiasi che non nuoccia agli altri, posto che si tratti di persone adulte, non costrette con la forza o con l'inganno.

L'unica libertà degna di questo nome è quella di perseguire il proprio bene a proprio modo, fino a che non cerchiamo di privare gli altri della loro o di ostacolare i loro sforzi per ottenerla.
Ciascuno è il guardiano naturale della propria salute, sia fisica che mentale e spirituale.
L'umanità trae maggior vantaggio dal lasciare che ciascuno viva come meglio gli sembra, che non dall'obbligo a vivere come sembra bene agli altri.


John Stuat Mill

lunedì, ottobre 24, 2005

I socialisti:uno spettacolo deprimente


Ci stanno? Restano? Se ne vanno?
Facciano quel che vogliono.

Al di fuori della modesta cerchia dei nostalgici, come fu per quelli della balena bianca, non c'è grande interesse oggi in Italia per un ritorno al vecchio PSI, così come alla vecchia DC, nonostante le sceneggiate.
Che cosa volete che importi agl'italiani che s'interrogano sul futuro se - come l'araba fenice - rinascerà il partito craxiano?
Vedere i congressisti accapigliarsi e gridare come da qualsiasi curva sud , lanciando insulti, non è né di buon gusto né divertente.
E'uno spettacolo deprimente.
Ma a pensarci bene:che cosa ci fanno i socialisti nella CDL? Nulla.
Meglio Boselli, personaggio demodé, somigliante ad una figura politica degli anni cinquanta, che almeno tenta di sopravvivere unendosi ai radicali, i quali non potranno avere altro alleato elettorale, visto che hanno stancato tutti.
E il socialismo, oggi, cos'è in Italia?
Un mistero, una cabala, una farsa.
Tutti volti vecchi.
E poi, l'investitura per diritto ereditario di Bobo è quanto di più tragico possa rappresentarsi sulla scena politica nazionale.
Il figlio di Bettino che va nel centrosinistra, con i nemici più velenosi ed accaniti di suo padre,con quelli che lo hanno massacrato e vilipeso da vivo e da morto.
No, non è un dramma antico. E' una triste pantomima. Tutto per un pugno di voti.

venerdì, ottobre 21, 2005

Sono solo canzonette


Ma chi crede di essere Celentano?

Veramente a furia di essere osannato anche per le sue incertezze e indecisioni nel parlare, le pause di un eloquio approssimativo e poco efficace da persona semplice e poco istruita, ma anche avvezza alle furbizie del mondo dello spettacolo, dove perfino i propri difetti possono tramutarsi in pregi, l'ex orologiaio crede di essere un guru?

Come altri suoi colleghi, che scambiano le canzonette per ragionamenti articolati di tipo letterario o filosofico o politico, incoraggiati da un pubblico incolto ed istintivo (per il quale l'apparire vale molto di più dell'essere e la leggerezza e superficialità delle note musicali costituisce tutto l'universo possibile), pensa di poter dare lezioni morali ed indicare la strada della libertà?

Ieri abbiamo visto l'ennesima esibizione nazional popolare dell'ex molleggiato e ci è parso un po' affaticato nel recitare il ruolo del Savonarola dei Navigli, nella cui acqua inquinata si possono immergere panni sporchi di qualsiasi provenienza, tanto non cambia nulla.

Ci dispiace solo per Depardieu, che ha avuto un bel daffare per apparire in sintonia con un padrone di casa inadeguato , balbettante e a disagio di fronte ad un attore di vaglia, per di più francese e libero da quei condizionamenti postcomunisti, a cui invece l'anfitrione non ha potuto sottrarsi, ripetendo i soliti luoghi comuni sulla censura del centrodestra e sui poveri miliardari perseguitati come Biagi, Luttazzi, Annunziata, Santoro.

Dato il battage pubblicitario, che aveva preceduto il lancio della trasmissione, pensavamo che il primo rocchettaro d'Italia fosse in grado di un gesto anticonformista, come a volte i cantautori sono capaci di fare, almeno in qualche raro momento di verità.
E invece no.

Il Nostro si è appiattito nella piaggeria più strisciante per il vero potere e le lobby che gestitscono ancora l'industria culturale e dello spettacolo, quelle della sinistra più becera, quella che rimpiange ancora il Che e non trova in casa neppure un piccolo Zapatero, ma è costretta ad accontentarsi del Sig. Mortadella.
Poco male in fondo.
A dispetto dell'esultanza dei disobbedienti e no global televisivi, profumatamente pagati dal contribuente, personaggi alla continua ricerca del posto fisso nell'ente radiotelevisivo, inteso alla maniera di "cosa nostra", infischiandosene del servizio pubblico, non tutti la bevono.

Non cantino vittoria troppo presto quanti sono abituati a correre in soccorso del vincitore, nel segno del più basso conformismo italico.

C'è seriamente il rischio per loro che l'opinione pubblica - di fronte a spettacoli indecenti come quello offerto da Celentano - reagisca in senso contrario.
I guitti troppo zelanti con il principe suscitano disgusto nelle persone di buon senso e, alla fine della festa, rimangono solo le canzonette.

sabato, ottobre 15, 2005

Viva l'abbondanza



Dopo la bella sfilata della stilista Mirò, che finalmente rivaluta il 35% della popolazione femminile attestata sull'over 45, riteniamo che sia giunta l'ora di riequilibrare le tendenze alll'imposizione di modelli esili, efebici, anoressici (con tutto il rispetto e l'ammirazione per tal genere di beltà muliebre), riportando alla piena cittadinanza le forme rinascimentali ed il fascino mediterraneo e, perfino, le amabili signore e signorine dell'impareggiabile pittore Botero. E, per reazione alle troppo magre che hanno imperversato per almeno un quarantennio, addirittura le ciccione.
Viva l'abbondanza.

venerdì, ottobre 14, 2005

Un elemento positivo: l'abolizione delle preferenze


La nuova legge proporzionale è stata approvata alla Camera.
Per quanto ancora siano presenti perplessità ed interrogativi circa l'effettiva garanzia del bipolarismo, che converrà vedere nella sua applicazione pratica, c'è tuttavia un elemento che non può che considerarsi positivamente: l'abolizione delle preferenze.

Tra i mali indiscutibili della vecchia normativa del maggioritario imperfetto, erano intollerabili la lotta per le candidature, l'incremento del voto di scambio, l' aggravio della partitocrazia nella scelta dei candidati.

Spettacoli indecorosi le sanguinarie competizioni tra gli eleggibili, che non si risparmiavano coltellate all'interno dello stesso partito e non badavano certamente ai mezzi, leciti o no, per ottenere l'investitura "popolare".

Pensiamo poi ai ricatti reciproci che le preferenze consentivano tra gli eletti ed elettori: tutto il contrario della democrazia e dell'elezione delle persone più affidabili, nella maggioranza dei casi, relegate ai margini della vita politica per favorire i professionisti delle arrampicature sociali, privi di competenze e qualità.

Certamente i partiti dovrebbero essere riformati e le loro attività dovrebbero essere rese più trasparenti, per evitare lo strapotere delle segreterie, aprendosi alla società civile più di quanto oggi non sia avvenuto, ma intanto non è un piccolo passo quello compiuto rispetto al passato, evitando, con la nuova legge, il proliferare di vere e proprie "cosche mafiose", i vergognosi mercanteggiamenti e l' imposizione di nomi discutibili dall'alto.

Speriamo bene.

giovedì, ottobre 13, 2005

Uomini e topi



Mi ha stupito l'approccio del Prof. Gessa, farmacologo dell'Università di Cagliari, nel trattare il tema della droga in modo piuttosto "minimale".

Sarà stata una mia impressione, ma nella trasmissione di Bruno Vespa di due giorni fa, il competente studioso parlava del problema come un entomologo discetta d'insetti e riconduceva tutto alla "dipendenza", la quale, di per sè, non creava che rischi collaterali per le conseguenze derivanti dall'abuso delle sostanze assunte.

Egli si riferiva alle cinque specie di droghe naturali (cocaina, eroina, morfina, alcol, nicotina).

Sono rimasto un po' sconcertato, perché pareva che tra le varie categorie non vi fosse differenza profonda. Anzi sembrava che alcol e nicotina fossero in qualche modo più pericolose per l'organismo rispetto alle altre.

E'possibile che la scienza medica non abbia stabilito altri danni diretti per il fisico, oltre alla dipendenza?

Intervistato stamattina a proposito delle ultime ricerche sugli effetti della cocaina, il Prof. Gessa ha indicato il potenziale pericolo per il cervello, venuto alla luce da alcune ricerche scientifiche sui topi.

L'effetto prolungato della droga si concentrebbe in un'area profonda cerebrale, abbassando i freni inibitori per la ricerca di soddisfacimento dei desideri da cui si dipende.

La mancanza d'inibizioni è facilmente immaginabile quanti danni può determinare nella personalità e nel comportamento e nei riflessi sociali.

La medicina studia farmaci che contrastino la perdita dei controlli cerebrali.
E quindi non si tratta di acqua fresca...

domenica, ottobre 09, 2005

La mortadella è priva di fascino, ma la Ferilli...


La sinistra italiana non ha più "eroi" credibili (se ne ha avuti, li ritrova probabilmente nei miti di un certo fascismo) e pertanto le sue icone deve cercarsele all'estero, dove, peraltro, non sussiste il fanatismo ideologico di casa nostra, ancora legato, in larghissima parte, ai "trinariciuti" stalinisti di guareschiana memoria (basta vedere le rabbiose e penose esibizioni di Vauro a Telesette, in tarda serata, per rendersene conto) ed è quindi inevitabile l'impasse e la conseguente frettolosa cancellazione dei pigmalioni esotici, come Blaire o Zapatero, allorché dimostrano di avere i piedi ben piantati nel proprio paese, a difesa degl' interessi e delle istituzioni nazionali.

Quali figure potrebbe innalzare sugli spalti l'Unione?

La Jervolino? Non dovrebbe aprire bocca.
Vendola? Non dovrebbe almeno portare gli orecchini.
Bertinotti? Dovrebbe addolcire lo sguardo e levigare i canini.
Prodi? Dovrebbe smetterla di roteare gli occhi e di avere costantemente l'acquolina in bocca per... la mortadella.Per quanto gustosa quest'ultima, infatti, è del tutto priva di fascino anche per il popolo progressista.

Le primarie possono servire a qualcosa per trovare qualche immagine accattivante?

Se si candidasse la Ferilli, in mancanza di personaggi dotati di carisma, le sue accettabili forme potrebbero costituire un buon surrogato, raccogliendo
voti tra gl'indecisi...

giovedì, ottobre 06, 2005

Un Placido sistema


Michele Placido ha parlato del suo ultimo film, tratto da "Romanzo criminale" di De Cataldo, nel quale si narra la storia della banda della Magliana e delle sue implicazioni politiche nell'Italia degli anni settanta.

Implicazioni date per vere, benché non provate giudiziariamente.

Insomma quella che, nel libro del magistrato-scrittore De Cataldo, è semplice ipotesi romanzesca, viene dato per realtà provata, quasi scontata dal Placido regista-attore, il quale in tal modo si colloca nell'alveo della tradizione complottistica, che affligge il nostro paese da oltre trentanni, per avvalorare l'ipotesi di un secondo Stato, amministrato con sistemi massonici dagli stessi reggitori del potere.

Il fatto che, dopo anni d'indagini, non si sia arrivati al bandolo della matassa degli svariati e sanguinosi episodi criminali- nonostante il dovizioso dispiegamento di mezzi posto in essere per lunghissimo tempo (accompagnati dalla gran cassa dei giornali progressisti, i quali avevano già scritto tutte le sentenze, attendendone soltanto conferma formale da parte dei giudici, per attribuirne la responsabilità ai sistemi deviati d'informazione e sicurezza, con l'uso spregiudicato della mano d'opera fascista e mafiosa, al servizio del regime clerical-socialista) - non serve a nulla.

Placido si allinea alle tesi e ai teoremi prevalenti nell'ottica della sinistra estrema, pensando di essere anticonformista.
Ma così non è.

Da quel che lui stesso racconta, l'opera cinematografica rimane nel solco della celeberrime stragi di Stato, che hanno massacrato l'Italia, da Calabresi in poi.

Non è un grande sforzo intellettuale, né un un film originale, ma serve a fare cassetta, ripetendo temi sfruttati da anni dalla propaganda politica marxista e para-marxista, al solo scopo di conquistare la diligenza del governo.

Non è un contributo alla verità di quegli anni. Ma un'ulteriore replica di un leit- motiv divenuto ormai logoro.

In fondo c'era da aspettarselo.
Per avere consenso e guadagni, oggi come ieri, c'è solo una strada: quella di apparire coerenti con le tesi prefabbricate dei rivoluzionari di professione, per i quali il sequestro Moro è tuttora da attribuire alle sedicenti brigate rosse, anche a costo di divenire
tragicamente grotteschi.

martedì, ottobre 04, 2005

Pensiamo all'oggi e al domani


Caro Cavallotti,
credo di aver correttamente interpretato la sua analisi del modello svizzero, contenuta nel suo pregevole articolo del 2 ottobre su "Legno Storto" come una provocazione intellettuale, atta a considerare la mancata evoluzione verso una democrazia federale compiuta del nostro popolo.

Ho ritenuto opportuno rilevare la diversità dei caratteri dell'Italia e della Svizzera.

Anche se noi abbiamo molto da imparare dai nostri vicini, abbiamo la necessità d'individuare temi importanti e sentinti, convincenti ed appassionati per non cadere nel vuoto dell'astensionismo, che incombe soprattutto sull'elettorato di destra.

Forse non ci rendiamo ancora ben conto dei danni che le infinite diatribe all'interno del fronte moderato hanno causato presso l'opinione pubblica che ha sostenuto la "Casa delle libertà".

Abbiamo assistito all'indecoroso spettacolo di versipellismo da sinistra verso il centro e la destra, nell'intento di favorire unicamente interessi personali e di cordata, nonché lo scomposto assalto alla diligenza di enti e poltrone, né più né meno come nella prima repubblica.

Uno spettacolo patetico a tutti i livelli, centrale e periferico, ad opera di chi era stato eletto per cambiare e compiere la rivoluzione liberale ed antipartitocratica.
Addirittura ora pare si voglia semplicemente ripristinare il sistema dei partitini che ricattano ad ogni pie' sospinto, per coltivare il proprio orticello, con la proposta di una nuova legge elettorale in senso proporzionale, imposta come un diktat, senza spiegare le ragioni ideali che inducono a fare questa scelta.

Vogliamo pensare o no alla crisi di credibilità che attraversano i liberal-conservatori e i cattolici-liberali nei confronti di questo Governo?

Vogliamo capire che i rappresentanti eletti nel 2001 debbono fare autocritica ed impegnarsi seriamente per eliminare errori e compromissioni se voglio mantenere la fiducia degli elettori?

Abbiamo bisogno di convinzioni forti, non soltanto di strategie studiate a tavolino per contenere Prodi (com'è peraltro sacrosanto).

Desideriamo idee e programmi affascinanti anche per i giovani, per ricostruire l'identità culturale ed etica del nostro paese ed abbiamo il diritto-dovere di selezionare dalla realtà sociale uomini politici corretti ed entusiasti, pronti a rendere un servizio pubblico, disinteressati sul piano privato e personale.

E' su questo punto che vorrei richiamare l'attenzione sua e degli amici di "Legno Storto" come di altri aggregatori del libero pensiero moderato, perché si facciano coscienza critica dei politici e non tengano bordone al centro-destra, quando non interpreta la società ed i suoi bisogni di oggi e domani.



L'Espresso liberale?


Nel ricordare il cinquantennio de L'Espresso, Simonetta Fiori intervista Scalfari, su Repubblica, che presuntuosamente titola "Un club di liberali, progressisti e libertini", riferendosi al carattere del settimanale di De Benedetti.

Ora, può darsi che in qualche modo quest'ultimo si fosse formato alla scuola crociana, ancora in auge al tempo della nascita del giornale, ma che esso si sia caratterizzato in senso liberale, mi pare revocabile in dubbio.

Lo definirei un periodico giacobino, piuttosto.

Tutto teso a combattere il cosiddetto clericalismo e l'iniziativa privata, fautore altresì delle nazionalizzazioni , in primis, quella dell'energia elettrica, con i risultati che ancora oggi sopportiamo sulle nostre spalle.

Alla ricerca di un blasone, si cerca l'ascendenza liberale, non avendo il coraggio di definirsi, oggi più che mai, marxisti o paramarxisti, questa mi sembra la motivazione autentica. Basti pensare all'educazione stalinista di D'alema, il quale oggi passa anch'egli per un liberale (ma perché?).

Del giacobinismo, L'Espresso ha mantenuto tutti i tratti più evidenti: la religione della ragione illuminista e scientista, la divinizzazione della psicologia da una parte e della classe operaia dall'altra, l'intolleranza nei confronti della chiesa e delle istituzioni tradizionali, lo scandalismo senza riscontri concreti, ma immaginati o costruiti, la coltivazione delle idee massimaliste, la demonizzazione e la mancanza di ogni rispetto dell'avversario.

L'ebdomario fu anche un trampolino di lancio per l'elezione in parlamento, nel partito socialista, di Scalfari.

E dunque altro che liberalismo.

Ancora oggi i degni eredi di Repubblica giocano - come si trattasse di una partita a briscola - con le parole ed i concetti nell'affrontare i temi importanti, dalla cultura alla politica, dalla società al costume, con una incredibile leggerezza, la stessa con cui, durante il Terrore, si mandavano alla ghigliottina i nemici del popolo.

Buon sangue non mente.

lunedì, ottobre 03, 2005

Bertinotti for President


Chi ha seguito la trasmissione di Bruno Vespa, dedicata al programma politico di Bertinotti candidato alle primarie dell'Unione, avrà notato come il clima sia positivamente mutato nella considerazione generale della cosiddetta rifondazione comunista (la quale sarà qualcosa di nuovo rispetto al vecchio partito comunista, ma non si discosta sostanzialmente dalle impostazioni marx-leniniste).

In un'atmosfera di grande e cordiale accoglienza in studio - contornato da ospiti, che avrebbero dovuto rappresentare le categorie produttive del paese - oltre ai soliti rappresentanti sindacali, il re dei sondaggisti, Renato Mannheimer, ha conferito l'investitura di una larga maggioranza, favorevole alle tasse sulle rendite d'impresa, alla introduzione della patrimoniale,all' l'abolizione della legge Biagi e ad un'altra serie di misure punitive e giustizialiste nei confronti della borghesia piccola media e grande - nel più puro spirito classistenzialista, che evidentemente ha ancora il vantaggio d'infiammare, con qualche slogan demagogico, la base della sinistra nazionale - anche a costo d'infischiarsene dell'Europa e dei più elementari pricipi della libertà economica.

I proclami di Bertinotti ed il consenso che riscuote tra giovani e lavoratori dipendenti non meravigliano più di tanto.

Stupisce invece il fatto che idee antiquate, fondate sull'invidia sociale, non destino scandalo.