venerdì, marzo 23, 2007

I cazzeggi di Veronica P.



"Conservatori in un paese in cui non c'è nulla da conservare!"

(Leo Longanesi)


Volete un esempio recentissimo di come avesse ragione Longanesi?

Ascoltavo la scorsa notte la rubrica "A mezzanotte" condotta dalla Pivetti (Veronica) su Raidue.

Ebbene, ho creduto di sognare.

I gridolini e la superficialità con cui la sorella dell'ex presidente del senato (sempre apparsa ai più come una timida monacella), affrontava temi di varia umanità, si fa per dire, conversando con un sedicente scrittore, autodefinitosi "padre eterno"(bella perla di raffinato umorismo), tale Roberto Cotroneo, erano talmente grotteschi e beffardi nei confronti della comune intelligenza e di quello che rimane dell'ormai devastato senso estetico, che ho dovuto spegnere frettolosamente l'apparecchio.
La vispa conduttrice infatti per deliziare le mie orecchie mandava in onda - come espressione di amata trasgressione - la canzone della Nannini, in cui alla parola pazzo faceva da rima la parola c....
Di tale sublime poetica, la ridente anchor woman non smetteva, subito dopo la performance della celebre cantante emiliana, d'inebriarsi ed autocompiacersi,
quasi fosse, quella scelta musicale, una specie di liberazione personale dal rispetto della forma e degli ascoltatori.

Che vanto ci si può dare nel far risuonare nell'etere una parolaccia divenuta ormai d'uso corrente?

Significa semplicemente essere banali e non avere validi argomenti da proporre al pubblico della notte in cerca di programmi meno cretini di quelli televisivi.

Una volta c'era la radio come rifugio dalla volgarità e dai luoghi comuni.

Ora non c'è più neppure quella.


mercoledì, marzo 14, 2007

Il mercato e la responsabilità


Il fotografo Corona è indagato dalla Procura di Potenza, a seguito di nuove ramificazioni del Savoia- gate.


L'Avv. Frigo ha precisato la differenza tra favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, consistente sostanzialmente nella presenza, nel secondo reato, dell'esborso di denaro, che si aggiunge alla semplice messa in contatto tra i soggetti interessati al rapporto sessuale, caratteristica della prima figura criminosa.


Quel che colpisce nella vicenda è l'atteggiamento del celebre creatore d'immagini, ancora tanto giovane quanto estremamente spregiudicato nella sua smania di guadagno a tutti i costi ed il suo perentorio riferimento al mercato, quale spiegazione della sua infaticabile ricerca di denaro.


Sarebbe infatti il meccanismo economico mercantile a favorire certe situazioni e certi intrecci tra divi del pallone e dello spettacolo e facili introiti - anche con ricorso ad un altro grave delitto costituito dall'estorsione.


Ci sembra francamente ridicolo confondere le leggi della domanda e dell'offerta con il codice penale, anche se occorre riconoscere che, specialmente nel nostro paese è difficile realizzare un'etica capitalistica, forse perché qui un vero liberalismo non si è mai realizzato, anche per le insistenti (e resistenti) implicazioni politiche che l'attività d'impresa incontra ad ogni pie' sospinto.


Ora, che Corona si riferisca al mercato come giustificazione del proprio comportamento, è francamente una presa in giro.


Il trash ed il crimine, infatti, non cambiano natura solo perché preceduti o accompagnati dalla contrattazione economica.


Quello che sta divenendo sempre più usuale, putroppo, è la mercificazione delle persone.


Una volta era il marciapiede il luogo deputato a questo genere di affari, ora i luoghi sono i più diversi ed insospettabili.


Non si capisce che gli scambi commerciali sono neutri mentre le azioni più o meno riprovevoli vanno ascritte a uomini e donne.


Indipendentemente dalla sorte giudiziaria del personaggio, da considerarsi comunque non colpevole fino all'esito del processo, è curioso constatare come si stia facendo strada una nuova idea di esimente sociologica.


Alla responsabilità ormai classica della società, invocata da chi respinge capziosamente quella individuale, ora si aggiungerà, presso l'opinione pubblica meno avvertita, quella del mercato, nuova astratta entità destinata ad assolvere i gaglioffi di tutte le specie, spinti a delinquere dalla sete di quattrini originata dalla satanica influenza capitalistica.


Senza minimamente considerare che "a certi individui i soldi affluiscono come se fossero una cloaca", come già osservava Seneca in tempi certamente non sospetti di liberismo.

giovedì, marzo 08, 2007

La festa della donna


Ebbene l'hai voluto tu, mia cara: ti contestualizzo e non se ne parla più !

Perché dovrei ricordarmi di te solo l'8
marzo, quando la mia vita è piena di te tutti i giorni,in tutti momenti della giornata dacché sono nato?


Tu sei la mamma, la zia, la sorella, la moglie, la compagna, l'amante, l'amica, la casa, la via, la delizia e la dannazione della mia esistenza.


Se ti contestualizzo, ti dimentico, non celebro le tue qualità, il mio conforto, la mia aspirazione all'assoluto.


L'eterno femminino vivrà sempre con me, prima, dopo e a dispetto dell'8 marzo.

mercoledì, marzo 07, 2007

Perché dovremmo difendere gl'insegnanti?


I recenti episodi di violenza nelle scuole non possono meravigliarci.


Sono decenni che la scuola si è progressivamente ridotta a luogo di brutture e diseducazione, senza la benché minima attenzione per la competenza e la qualificazione, la crescita culturale e sociale di chi la frequenta, sia esso docente che discente. Questo almeno nella stragrande maggioranza dei casi.



So di presidi che si sono trasformati in sindacalisti degli alunni contro i docenti che pretendevano un po' di disciplina e di maestri e professori trasformati in sgherri contro i loro colleghi, in una sfrenata e demagogica corsa a sostegno di allievi e loro genitori contestatori di tutto e di più, con prevedibili sfoci in denunce all'autorità di polizia, al solo scopo di guadagnare qualche punto in più per carriera o qualche incarico più remunerativo all'interno del proprio istituto.



Ora dovremmo provare un qualche spirito di solidarietà verso insegnanti che si esibiscono come veline o precettori che fanno a gara per elargire ottimi voti e promozioni automatiche, per paura di essere emarginati?



Neanche per idea.



Artefici del proprio destino conquistato con inserimenti di massa da parte di governanti al servizio delle clientele, questi personaggi si difendano da sé.



La scuola dovrebbe essere un opzione per chi vuole imparare e studiare e non un luogo di pratica della volgarità, oltretutto a spese dei contribuenti.


domenica, marzo 04, 2007

Viva Sanremo


Sanremo è il simbolo dell'Italia delle cicale.

Anche se si svolge alla fine dell'inverno prelude alla spensieratezza estiva, che connota indelebilmente il carattere del nostro popolo.

Dodici milioni di concittadini si sono assiepati davanti al televisore per sottolineare l'importanza dell'evento, magistralmente coordinato dal pontifex maximus Baudo e dalla sacerdotessa Hunziker, esemplari inimitabili della religione più sentita e praticata nella terra del bel canto: la musica o, meglio, la canzonetta.

Confesso di non aver visto né ascoltato alcuna esibizione.

Di sguincio ho intravisto le malferme entrate, sul palcoscenico dell'Ariston, di due vecchi fusti come Dorelli e Bongiorno, ed ho lestamente cambiato programma al primo muovere di labbra dei due personaggi, vere colonne della nazione dello spettacolo e della patria canterina.

Altro che santi, navigatori, poeti, esploratori...
Siamo un paese di canzonettari e non ci vengano a disturbare né le crisi di governo , né gli aumenti delle tasse.

Cio' che conta è sopravvivere cantando.

"L'italiano vero", come urlava uno dei celebri cantanti delle Sanremo passate, non si perde un gorgoglìo, anche se scoppiasse la terza guerra mondiale o strangolassero la propria madre.

Ciò che conta è non pensare, ma intrupparsi nelle folle smisurate che inneggiano in coro al divo (superpagato) di turno.

Tutto il resto non esiste.

Viva Sanremo. Come faremmo senza?





venerdì, novembre 17, 2006

CENSURA


Concita De Gregorio, inviata di Repubblica, è la conduttrice di turno a Prima pagina, la rubrica radiofonica di lettura e commento dei giornali.

Oggi la federazione della stampa aveva proclamato uno sciopero, a cui non tutti i giornali avevano ovviamente aderito (ovviamente in quanto, la libertà di aderirvi o no è uno dei principi incontrovertibili della democrazia liberale e dello stato di diritto).

Ebbene, in mancanza d'altro, la giornalista ha letto e commentato i settimanali in edicola ed il quotidiano il Riformista, che è edito da una cooperativa, che non ha quindi controparte wquesta è la formalistica giustificazione), mentre ha tralasciato la lettura di altri quotidiani, come ad esempio Il Tempo di Roma, in quanto non aderente all'astensione.

Il bello è che la Concita, lungi dal giustificarsi per queste volute ed arbitrarie omissioni, ha dichiarato al microfono di Rai Tre, che lei stessa aveva esercitato la censura a senso unico, facendo intendere che i quotidiani non scioperanti non erano di suo gradimento.


Un bell'esempio di servizio pubblico, non c'è che dire, ed una esemplare lezione di faziosità a spese del contribuente.

A questo punto, da bastiancontrario, non ascolterò, per tutta la settimana, la daltonica De Gregorio ed acquisterò, per tutta la settimana, Il Tempo di Roma.

sabato, ottobre 07, 2006

L'amante invisibile


"Quando si viva così allucinati da coincidenze, da ispirazioni repentine, condotti come per mano a divinazioni trasognate, arriva il momento quando basta osare, darsi appena una spinta, e si entra nella più totale, sontuosa follia, ci si allucina, finché, ecco, compare Lei, la donna di sogno, l'angelicità"

(Elemire Zolla)

Da L'amante invisibile di E. Zolla (Marsilio, ed.), traggo questa frase meditativa.

L'excursus del grande studioso sull'argomento dell'amore celeste, che attraversa le antiche tradizioni occidentali ed orientali, è motivo di riflessione sul corrompimento della natura umana, ma anche sull'ineliminabile aspirazione all'unione senza spazio e senza tempo con l'essere amato, soggiogati da una forza cui non possiamo resistere e che ci conduce per mano, quasi senza accorgersene...

giovedì, agosto 17, 2006

Giornalisti & c.



Non abbiamo nulla contro l'ordine dei giornalisti. Com'e'normale in Italia si tratta di una delle tante corporazioni, sopravvissute al crollo del regime fascista.

Che continui ad esistere ci pare però esagerato.

Un paio d'illustri esempi valgano per tutti.

Alberto Moravia, scrittore già affermato, fu scostretto negli anni sessanta a sottoporsi all'esame per essere iscritto all'albo ed altrettamto avvenne per un intellettuale raffinato ed infaticabile organizzatore culturale come Alfredo Cattabiani, il quale superò, a cinquantanni suonati, la stessa prova brillantemente.

Ma perché esistono categorie protette (o presunte tali) come questa?
Ci sono tante leggende, magari con un fondo di verità incontrastata
.
Si continua a dire: Scrivere sui giornali è sempre meglio che lavorare!

Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Ricordo a tutti che si tratta di una grande fatica, un servaggio ed un sacrificio costante o quasi, quella di comporre (sì, comporre) un articolo e non è sempre un piacere, a volte è una una vera e propria corvée.

Non è raro, neanche per i più dotati, che trovare l'ispirazione, la frase giusta, la parola appropriata, il senso compiuto, costituisca un'impresa difficilissima, snervante, ansiogena, impegnativa e spesso drammatica - come una parete impervia per un alpinista pure esperto.

Non so bene se si trattasse del grande Buzzati o del geniale Montanelli, ma uno dei due fu messo a dura prova, nel momento in cui stava per entrare al "Corriere della Sera", allorché fu rinchiuso, dal Direttore, in una stanza del giornale, per dare dimostrazione della capacità di tirar fuori un pezzo nel più breve tempo possibile.

Per fortuna la paura che paralizzò quel personaggio non durò a lungo (tranquillizzando l'interessato circa la possibilità di svolere il compitino con calma e serenità in un'altra occasione: insomma, fu poco più che uno scherzo, in modo da far intravedere l'ombra della tragedia di scrivere con l'affanno,sempre incombente in tale mestiere).

D'altronde, non tutti gli appartenenti all'ordine sono provvisti di talento e di grandi virtù.

Solo una minoranza esigua può rappresentare degnamente quella che venne definita la professione più bella del mondo.

Quanti gazzettieri, improvvisatori, orecchianti ed incolti - o francamente ignoranti - fanno parte dell'esercito degli odierni pennivendoli ?

E quanti gli aspiranti in attesa, soggiogati dal mito o, più pedestremente, motivati dai privilegi ed i benefits, veri o supposti, che gratificano gli scribacchini in servizio permanente effettivo : treni ed aerei gratis, favolosi rimborsi a pie' di lista.
Per non parlare del fascino che ammalia le donne, l'opportunità di viaggiare in lungo e in largo, ed ottenere la confidenza dei potenti, siano essi internazionali o, soltanto, del vicino consiglio di quartiere....

Ma l'ubi consistam della soppravvivenza di questa variopinta congregazione dove sta, ormai?

Pare che nel mondo ci siano cinque milioni di blogger (ed ogni scribacchino che si rispetti si
apre un blog per darsi visibilità) e che questo universo telematico - dove si collocano in prima fila, come modello d' informazione diretta, libera da condizionamenti ed efficace nella comunicazione, i quotidiani on line, in concorrenza, sì, con la carta stampata, ma già vincenti su di essa - costituisca il presente e l'avvenire della divulgazione dei fatti e delle opinioni nel villaggio globale.

E allora che ne facciamo della vecchia consorteria giornalistica?

Ha ragione dunque Capezzone a chiedere la soppressione dell'ordine?

D'impeto e libertariamente diremmo sì.

Ma in questa bella nazione si è
mai vista una liberalizzazione andata a segno?

Come facciamo a mantenere un po' di vero ordine nelle professioni in genere, ed in quella dei giornalisti in particolare, senza cadere dalla padella nella brace?

Se l'onorevole radicale ci garantisse che il futuro ci prospetta professionisti come Prezzolini - grande dilettante in tutte le attività svolte tanto egregiamente, nella propria esistenza, da meritarsi perfino l'appellativo di Maestro - non avremmo né dubbi né perplessità al riguardo.

Percné non provare a vedere che cosa succede in altri paesi europei ed oltreoceano, tanto per evitare riforme fasulle ?




venerdì, agosto 11, 2006

Ma le Prefetture non dovevano essere abolite?

Per conoscere quali siano le modalità per l'ottenimento della cittadinanza per gl'immigrati, secondo la nuova normativa predisposta dal Ministro Amato, ho voluto chiedere stamattina all'Ufficio di Polizia.

Molto cortesemente il funzionario addetto mi ha indirizzato presso la Prefettura, dandomi il nome dell'impiegato addetto al ricevimento delle domande e all'istruttoria delle pratiche

Ho telefonato, cercando della persona indicatami e, sono riuscito a parlare, dopo una buona attesa, con la responsabile della sezione immigrazione.

Alla donna chiedo se ci siano nuove direttive del Ministro per l'ottenimento della cittadinanza e, quella, per tutta risposta, con una risata sarcastica, mi risponde che la nuova legge non c'è.

Ovviamente si tratta di un disegno di legge, che dev'essere ancora approvato in aula, ma che comporta fin d'ora delle procedure innovative, per altri versi già introdotte, con provvedimenti regolamentari del Governo.
Peraltro, dal sito di Palazzo Chigi, cui necessariamente ritengo le Prefetture siano collegate, è stato diramato un inequivocabile comunicato, dal quale si ricavano le prospettate modifiche alla precedente disciplina della materia.

Anche se in senso atecnico, d'altronde, le nuove proposte vengono correntemente chiamate "Legge Amato".

Ecco in cosa consistono, nelle linee essenziali, come elaborato da www. governo.it:

"Il Consiglio dei Ministri ha approvato nella riunione del 4 agosto 2006, su proposta del ministro dell´Interno, Giuliano Amato, un disegno di legge - in linea con la direttiva europea 2003/109/CE istitutiva del "permesso di soggiorno CE" - che aggiorna la normativa sulla cittadinanza modificando la legge n. 91 del 1992. Tale disegno di legge prevede una serie di interventi che prendono in considerazione le varie situazioni che contraddistinguono la presenza degli stranieri nel nostro Paese e, in particolare, i nati nel nostro territorio, i minori che si ricongiungono ai propri familiari in età infantile o adolescenziale, gli stranieri extracomunitari maggiorenni.
Potrà acquisire il diritto alla cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui uno almeno sia legalmente residente in Italia, senza interruzione, da cinque anni al momento della nascita, e in possesso del requisito reddituale previsto per il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. In tutti i casi, fatta eccezione per i bambini, la richiesta di acquisizione della cittadinanza italiana deve essere sottoposta all'accertamento della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero nel territorio dello Stato. Tale requisito è esteso anche a chi sposa un italiano."

Ora, è possibile che questo testo non possa essere messo a disposizione del pubblico, in modo da mettere in condizione gl'interessati di sapere sattamente come stanno le cose?

No, non è possibile evidentemente, se per l'addetto al servizio nulla si muove.
Ovviamente l'iter da seguire è quello vecchio, con tutta una serie di documenti, attestazioni e legalizzazioni, che probabilmente la nuova disciplina non prevederà più.

Mi viene in mente la figura di quel soldato giapponese, che fu ritrovato non so più in quale località sperduta del teatro di guerra del '43- '45, che continuava ad aspettare l'ordine di arrendersi ancora in assetto di combattimento.

Ma poi, ragionando, mi dico: la notizia della recente riforma è conosciuta perfino dai bambini ; come mai quest'impiegata fa la spiritosa e mi snocciola a memoria tutta una serie di adempimenti, che alla fine saranno ritenuti superati e quindi inutili per chi li mette in atto oggi?

Ci dev'essere una sorta di crudeltà mentale, che si sviluppa nei cervelli dei burosauri ed impedisce loro di essere (come dovrebbero) al servizio del cittadino, con un minimo di buon senso e correttezza, nel rispetto dell'educazione e dello spirito civico, se non proprio dello Stato inteso come Istituzione al di sopra delle parti, compresi gli stessi burocrati.

Il lavoro forse viene inteso come un onere troppo pesante, per sentire il dovere di non infliggere vane sofferenze e stupide complicazioni ed ostacoli ingiustificati a chi voglia semplicemente ottenere un diritto.

E questo a prescindere dall'opinione che abbiamo di questa o quella legge, questo o quel regolamento, questa o quella circolare...

Colpisce quest'atteggiamento che farebbe inorridire qualsiasi europeo e che qui, in Italia, si deve subire con rassegnazione, come se l'ultimo usciere dell'ultimo Ministero fosse un viceré borbonico che, graziosamente, elargisce una concessione, magari secondo l’umore con cui si è svegliato la mattina.

Ma le Prefetture non dovevano essere abolite da decenni?

Lo chiediamo al Ministro Amato.

mercoledì, giugno 28, 2006

La libertà - Lettera aperta a Giuliano Gennaio


Caro Giuliano Gennaio,
ho ascoltato l'intervento in qualità di direttore di liberal cafe sull'attività dei blogger, nel corso del convegno di Tocque-Ville, "La città dei liberi", tenutosi recentemente a Sestri Levante e devo dirle, in tutta franchezza, che non lo condivido minimamente.

Molto succintamente, obietto.

Lei continua a parlare dell'ottocentesca distinzione tra progressisti e conservatori, come se fossero categorie reali, quando già Ortega y Gasset, a metà del novecento le definiva semiparalisi mentali.

Che senso ha contrapporre il liberalismo, di cui nessuno, dico nessuno, è tenutario, alla conservazione e al progresso?

Non le basta affermare il primato della libertà sopra a tutto il resto, senza inutili e pericolose specificazioni ideologiche?


Lei, nella stesso incontro ligure, ha anche postulato, con forte determinazione, la necessità di fare politica per i blogger di area.
Ma non si accorge che la gente è stufa di fare politica nei modi tradizionali e desueti, che lei vorrebbe applicare al mondo variegato e vivo del web-log?

L'obiettivo che si propone è di riesumare una certa militanza politica o partitica, attraverso internet, in vista delle prossime europee.
Perché?
Le interessa qualche scranno da giovane aspirante deputato, ambizioso ed intelligente?

Se tiene veramente a diffondere i principi liberali, rifletta bene sulla lezione di Gramsci, a proposito della conquista della società civile attraverso la cultura.

Beninteso, mediti sulla strategia, non sull' eventualità di manipolare le coscienze, alla maniera marxiana.


Oggi, la gente vuole idee non politica. Vuole risposte ai problemi del momento grandi e piccoli, ampie vedute e prospettive, grandi spazi e aria pulita.

Compito dell'intellettuale non è quello di essere organico alla politica, ma di stimolarla, rinnovandola dall'esterno, evitando la trahison des clercs, caro Gennaio, e non di creare yes men al servizio del potere di qualsiasi colore sia, se vuole effettivamente servire la libertà ed il rispetto della persona umana.

Lasci ai partitanti di professione, ai candidati burocrati, ai farneticanti portaborsa la bassa cucina della politica politicante
e si dedichi al think - tanks, a cui seguirà una nuova organizzazione sociale, moderna e rivoluzionaria

martedì, giugno 13, 2006

"IL Ribelle"



Quest'ultimo libro del grande contestatore, Massimo Fini, costituisce un atlante ragionato dei temi più importanti della cultura del nostro tempo, vista con le lenti del passato, che ancora dura nel presente, e la speranza di una possibile salvezza per il futuro, liberato dal peso dei pregiudizi.

Un'opera che si legge facilmente, nonostante i concetti espressi siano piuttosto elevati.

Un'esposizione articolata con pensieri spesso incorrect dal punto di vista del politically corrente nel nostro paese, a beneficio di una comprensione disinteressata delle varie civiltà contemporanee, poste dall'autore su un piano paritario, in omaggio al relativismo multiculturale.

Una lettura da consigliare a quanti vogliano affrontare le problematiche del nostro tempo, senza la camicia di Nesso dell'ideologia e le lenti colorate delle superstizioni post-illuministe.

E' come immergersi nelle acque fresche di un fiume incontaminato, per rigenerare il proprio pensiero.

Una salutare operazione per ritrovare riferimenti limpidi ad una visione del mondo alternativa, in cui vi sia spazio per un pizzico d'ingenuità, come quando si accenna all'autoeconomia, come forma alternativa al marxismo e al capitalismo.

Fini però non si lascia trascinare nella nostalgia di un mondo iperboreo, la cui esistenza mitizzata, costituisce, in contrapposto all'utopia del futuro delle religioni della ragione e del paradiso in terra, un'utopia rivolta al passato astorico ed irrazionale.



Sono un estimatore di Massimo Fini, pur non condividendone tutte le impostazioni, forse un po' troppo influenzate da posizioni localiste.Il suo "Manifesto contro la modernità" contiene molte proposizioni sottoscrivibili ed anche questo che definirei un "Dizionario del ribelle", derivando concetti e riflessioni da alcuni maestri del pensiero aristocratico come F. Nietzsche o della rivoluzione conservatrice come E.Junger o addirittura anticapitaliste in quanto antiusuraie, come le poetiche invettive di E. Pound, contiene voci del tutto condivisibili contro il mondo moderno ed i luoghi comuni della democrazia.Ovviamente, solo un anticonformista di razza, che guarda alla validità di alcunii valori del passato, costantemente misconosciuti dalla società contemporanea, poteva fare l'elogio del "bandito", inteso come personaggio coerente con la propria dignità e le proprie regole liberamente scelte.

Si raccomanda l'uso del libro a chi ancora non voglia soggiacere alla sclerosi e all'intorpidimento intellettuale.

giovedì, giugno 08, 2006

Onore alla Brigata Sassari


La morte del giovane Pibiri ed il ferimento degli altri commilitoni della gloriosa Brigata Sassari, ci riempiono il cuore di amarezza e di dolore.

Vorremmo sperare che questi sacrifici, i quali si aggiungono a quelli già numerosi, compiuti - nella storia del nostro paese- dai valorosissimi sassarini, servano a qualcosa nel cammino impervio della difesa della libertà, dei valori nazionali e comunitari, contro il totalitarismo ed il terrorismo internazionale.

Purtroppo, temiamo che siano perdite preziose quanto inutili, in un contesto politico come quello italiano, dove la tradizione di "Caporetto" e de "La guerra continua" di badogliana memoria, pare abbiano messo radici ineliminabili, rafforzando la vocazione al disimpegno, all'ambiguità, al proprio particulare, alla furberia e al "Correre in aiuto del vincitore" ogni volta che il vento gira.

In una nazione dominata dalle banderuole, che cosa vi potete mai aspettare?

I conati pacifisti a senso unico della Menapace e gli strilli isterici dei rifondatori del comunismo e dintorni, che non avendo mai avuto una patria si affidano alle cimici dell'arcobaleno per colmare la perdita dell'unica festa che a loro importasse, quella dell'Armata rossa staliniana.

In questa situazione politica rabberciata a sostegno della partitocrazia strangolatrice della società civile, in nome della conservazione dei privilegi della I Repubblica, siamo tutti, o quasi, figli della sconfitta della seconda guerra mondiale e dominati pervicacemente dagli eredi di quelli che Papini chiamava i"luridi bastardi di una disfatta", che contrassegnò la perdita della dignità nazionale e il senso antico dell'onore, che le nostre forze armate e le nostre istituzioni pubbliche faticano a riconquistare, come senso della comunità e senso dello Stato, come appartenenza ad un'identità storica e culturale, la tanto vituperata nazione - unico pressupposto per la costruzione dell'Europa e per la permanenza dell'Italia quale soggetto politico protagonista nel contesto internazionale.

Finora, i corpi scelti, fiori all'occhiello delle nostre forze armate, e prima fra tutti la Brigata Sassari, sono stati i custodi silenziosi ed orgogliosi della generosità dei servitori della patria, mai abbastanza remunerati, né economicamente, né moralmente.
Ma che volete che gliene importi di questi valori - presenti in ogni comunità civilizzata, a garanzia della res publica, dell'intresse comune o collettivo, ai sagrestani stanchi e ai descamisados della sinistra estrema, verde o rossa che sia?
Loro sono pronti ad inneggiare alla guerriglia e al terrorismo, in nome della patria altrui, ma pronti a bruciare la bandiera nazionale e a sputare sui nostri morti, disertando da qualsiasi dovere di solidarietà e responsabilità in materia di diritti umani.

Ebbene che ci stanno a fare l'Esercito e la Brigata Sassari con il loro onore, consacrato dal sangue di giovani vittime, che avevano scelto l'ordine e la disciplina e lo spirito di servizio, in un'epoca in cui quel che vale è unicamente l'egoismo individuale, o quello di classe o corporativo?

Ha quindi ragione l' affranto padre del Caporalmaggiore Alessandro Pibiri a chiedere il rientro dei nostri soldati.

L' esempio elevato dei valenti dimonios non serve a nulla in un paese come questo.

Noi non siamo ( tanto per citare paesi a noi vicini) né la Francia, né la Germania, né l'Inghilterra, dove la dignità dei militari rappresenta quella di tutti i cittadini, al di sopra delle ideologie e dei partiti.

Onore ai sassarini, dunque, a dispetto di una nazione che non li merita.

lunedì, giugno 05, 2006

Santi esplosivi


Avanza la volgarità come un'onda in piena. Non c'è programma televisivo, che non ne distribuisca giorno per giorno qualche manciata.

I linguaggi, la scrittura, i rapporti quotidiani sono improntati alla bruttura, alla trascuratezza, alla violenza verbale, al mancato rispetto della persona.

L'altra sera, uno squallido personaggio che imitava la Bertè, nella trasmissione di Chiambretti, vomitava una sequela di parolacce, insultava una donna anziana presente in sala, senza un minimo di scrupolo e tra gli applausi generali.

Il finto scandalizzarsi del conduttore agevolava lo spargimento di letame tra il pubblico beota e l'etere, per infilarsi nelle case, ed entrare nelle orecchie dei telespetattori, introducendo altri modi di comunicazione, improntati alla più svilita delle monete: il becerume, gratuito ed indiscriminato.

Di fronte a spettacoli di questo genere mi viene spesso da pensare agli ecoterroristi, che, senza vittime umane, sono riusciti spesso in alcune località a far saltare per aria costruzioni abusive che deturpavano l'ambiente e ad impedire,conseguentemente, cementificazioni selvagge in nome del rispetto della natura e delle bellezze del paesaggio.

Ecco il punto. La bellezza, in tutte le sue sfumature, decade, si offusca, viene distrutta dalla volgarità di omuncoli e donnacole in veste di nuovi maestri del costume.

Questi guitti maldestri andrebbero posti nella condizione di non nuocere, come si è ottenuto con certi speculatori del territorio.

Verrebbe spontaneo, nottetempo, a sale deserte, collocare qualche candelotto di dinamite, per far saltare il teatro senza vittime, luogo di mortificazione della cultura e del buon gusto, impedendo la continuazione di questi crimini, non riconosciuti, contro la sensibilità estetica.

Santi esplosivi, verrebbe da dire, aiutateci a difenderci da questa infame avanzata di lordure.

giovedì, giugno 01, 2006

Maschio criminale


Di Raffaele Morelli, si può pensare tutto il male possibile, ma non si può certamente dire che non sia un volgarizzatore della psicanalisi ed un grande interprete della modernità e dei rapporti tra i sessi.

Nella preclara trasmissione di Mediaset, condotta, nelle ore di siesta, da quella volitiva presentarice che risponde al nome della Perego, non più tardi di ieri sera, con il supporto mastodontico di Simona Izzo, vale a dire, della più debordante pensatrice televisiva, ha definito una volta per tutte e nel modo più chiaro possibile la gelosia.

Trattasi, ha spiegato il Nostro, di un sentimento tendenzialmente maschile criminale, in quanto frutto dell'educazione machista, che fino alla generazione del medesimo Morelli, in vena di autoflagellazioni, è stata predominante e foriera di danni permanenti ed incalcolabili per la società.

Dice lo psicosomatico Raffaele che è colpa di quella cultura, se i maschi considerano la donna come oggetto di proprietà, e quindi mal sopportano che su di essa si posino sguardi estranei o che la stessa acquisisca atteggiamenti o comportamenti troppo liberi e autonomi.

In fondo l'uomo cosa vuole?

Vuole essere l'unico o almeno il migliore amante della sua compagna. ed eccolo allora chiederle ansiosamente
: è vero che come hai goduto con me non ha mai goduto in vita tua?
Cribbio. Che mirabile esempio di scienza spiegata alle masse!

Una volta, quando le grazie femminili venivano esibite pubblicamente e senza ritegno, l'esclamazione che le accompagnava era, propriamente, Godi popolo! Come a dire che si dava in pasto al pubblico, senza motivo, qualcosa che forse meritava più protezione.

Ma ormai le plebi ignoranti non esistono più e, quindi, è d'uopo ammaestrarle dagli schermi della TV in nome del progresso e della verità scientifica sulle strade luminose da seguire per cercare di riscattarsi dalla maledizione di essere nati uomini.

Chi ci aveva mai fatto caso, finora, a questa dominante dell'aggressività maschile? Pochi spiriti avvertiti ed illuminati.

Ma ora Raffaele, detto Riza, dal nome dell'ebdomario da lui diretto e specializzato nella ricerca della psiche,ha pronunciato l'equazione più avanzata, dopo quella sulla relatività: uomo uguale male.

Eppure se riflettete è così.

Il sintomo del marito-padrone, il quale, pur di mantenere il possesso, è disposto ad uccidere, lo possediamo tutti.

Lo teniamo nascosto, ma è pronto a saltar fuori alla prima occasione favorevole, magari davanti ad un paio di tette esuberanti, o qualche lunga coscia, opportunamente scoperta dagli spacchi nelle gonne, nuova invenzione dei nostri stilisti.

Manco a farne paragoni con l'altro sesso.

Le femmine sono nettamente superiori perchè sono abituate alle difficoltà del parto, afferma la teologa della liberazione, signora Izzo in Tognazzi (che purtroppo fa rima con lazzi e sghignazzi) e il loro istinto materno le porta ad essere più duttili, elastiche ed adattabili di quanto non sia stato, nei millenni passati la specie uomo, dedita solo alla caccia e a menar colpi di clava a destra e a sinistra.

Sì,l'uomo è inadatto - sentenzia, con sussiego ed uno squittìo di palese soddisfazione,come un topastro alla vista della gruviera,il Morelli -, non sa affrontare la complessità della società contemporanea.

Forse è meglio che si vada a scuola di rieducazione, pensiamo.

Perché Riza non organizza corsi serali accelerati per far fronte alla bisogna? Ci chiediamo sgomenti e speranzosi allo stesso tempo.

Se si continua di questo passo, sarà la fine...

Però, poi, ci viene in mente l'eclatante freddezza di Erika, l'eroina del male minorile, che, uscita dal carcere, si esibisce in performaces sportive ed eleganza mondana, come se nulla fosse accaduto nella sua giovane esistenza.

E allora tiriamo un sospiro di sollievo, sussurando a noi stessi: Meno male che ci sono personaggi come lei, la piccola diva noire, a riscattarci dai sensi di colpa di essere nati maschi !

giovedì, maggio 11, 2006

Non voglio più caramelle!


A saltellare tra i blog, c'è da stupirsi delle riverenze e delle sconvenienze della maggior parte dei commentatori.


Salamelecchi e frasi opportunistiche, baci, abbracci, tentativi continui di arruffianamento.Perfino sorrisi( ma come si fa a lanciare sorrisi in web, come tanti clown?).

Di fronte al profluvio di poesie mentecatte e monocordi, piagnucolanti, noiose, prive di senso, pietose, assistete ad un coro di ovazioni, da parte di gente che a malapena sa mettere la propria firma.

Un'immensa pentola d'ipocrisia caramellosa, che bolle in continuazione, producendo acqua zuccherata per innaffiare piante rachitiche, terreni aridi, zolle rinsecchite.

Blog come specchio del reale?

Ne dubito.

Ma un collegamento con certi media sicuramente c'è. L'influenza di cattivi maestri si avverte anche qui.

Guardate la televisione in questi giorni, i minuetti dei politici. Tutti bravi ragazzi: un po' di colpi di spillo tra loro e subito dopo ammiccamenti e complicità nascoste...

Francamente credo che il nostro tempo sia il più becero e gesuita, il più volgare e vessatorio, nella storia del paese, dove si va innalzando l'ara del conformismo più vieto e dell'annientamento delle libertà individuali e collettive.

Ci attende un destino soffocante, da pecore matte.

In un falso clima di concordia, in un mare di melassa finisce la nostra civiltà.

E allora?

Non voglio più caramelle!

Basta con le giravolte criminali.

Voglio l'aria pura, i sapori forti, uomini e donne che dichiarino quel che pensano, capaci di un minimo d'indipendenza di giudizio ed anche di qualche paraloccia ben detta.

Faccio un ultimo disperato tentativo, chiamando a raccolta i non conformisti, prima di andare in esilio in qualche terra lontana ed incontaminata, se ancora esiste, in una parte qualunque di questo povero mondo.

lunedì, maggio 08, 2006

L'Europa e La malinconia



Tommaso Padoa Schioppa, illustre docente dell'Università Bocconi, ha dato alle stampe un libro sull'Europa, in cui analizza il generale stato di scetticismo delle nazioni, che ne fanno parte, nella volontà di costruire una Unione non solo economica, ma un vero soggetto politico protagonista fra le grandi potenze.

L'aspetto curioso del libro è il collegamento che l'autore stabilisce tra la mancanza di slancio ideale, la capacità di realizzare un sogno e il male oscuro dell'occidente, la malinconia.
Un accostamento assai interessante, che può meravigliare, ma che invita a riflettere sulla condizione delle società contemporanee del vecchio mondo.

Sembra inevitabile la constatazione di una perdita di energia vitale con l'avanzare del progresso materiale e sociale, quasi fossero due facce della stessa medaglia.

La malinconia pare il vero problema europeo, ovviamente intesa in senso metaforico, ma con addentellati precisi ad un diffuso disincanto.

Storicamente una pessimistica visione del mondo, negli spiriti più attenti è sempre esistita.
Un concetto costantemente presente nella cultura occidentale, un tema di grande respiro, all'interno di discipline tradizionali come la filosofia e la religione, come testimoniano le opere di Aristotele.

Sulle vie che un tale stato d'animo può far intraprendere alle classi dirigenti, agli uomini grandi, i quali - pur avendo la consapevolezza del proprio valore - soffrono dell'incapacità di raggiungere le loro alte apirazioni, avendo ben chiara la propria insufficienza, si sono esercitate menti illuminate.

E' pregnante la definizione della "melancolia" come "nostalgia di ciò che è perfetto".

Variamente interpretata con i termini equivalenti di accidia, spleen, umor nero, noia, essa afflisse nell'antichità eroi come Ercole e nell'età moderna statisti come Churchill, fu studiata da filosofi e dommatici, fin quando la medicina dei nostri giorni, la psicologia, la psichiatria, non coniarono la parola depressione, la quale, nel declino della civiltà occidentale, conta oggi massicce conquiste tra le popolazioni europee e nei reggitori dei governi, ma probabilmente, a nostro sommesso avviso, senza una presa di coscienza adeguata da parte delle vittime e qualsivoglia intendimento di reagire e di vincere la malattia.

Un altro sintomo della massificazione imperante e dell'assenza di élites selezionate.

mercoledì, febbraio 01, 2006

Una stella gialla per Massimo Fini


Non sembri irriverente il paragone con gli ebrei perseguitati, ma il trattamento riservato al giornalista-scrittore Massimo Fini è paradossalmente simile, almeno sul piano dell'ostracismo intellettuale, a quanti subirono le restrizioni della propria libertà sotto i regimi totalitari in nome della discriminazione razziale.

Fini appartiene alla categoria antropologica degli eretici e dei rompiscatole, una specie umana, che, anche sotto i regimi cosiddetti democratici. non è gradita alla classe dominante e all'industria culturale.
Una stirpe destinata a scomparire nell'epoca del livellamento e dell'omologazione, del conformismo di massa.
Ebbene, un non meglio precisato direttore di rete, appartenente all'area leghista, a cui Fini non ha mai, fra l'altro, fatto mancare il proprio supporto culturale, difendendola ai tempi della più accesa contestazione giudiziaria e politica, gli ha negato la possibilità di partecipare ad un dibattito con Paolo Del Debbio sul tema, quanto mai cruciale, della globalizzazione, nella trasmissione di Gigi Moncalvo denominata "Il confronto".
La ragione?

Fini è in causa con la Rai, perché questa non ha mandato in onda il suo programma "Cyrano", non condividendone l'impostazione ideologica, sgradita ai padroni del vapore, ed è per pura ritorsione che gli è stato negato ora l'accesso alla Tv di Stato.
Quella televisione "al servizio del pubblico", dove perfino gli sproloqui di Celentano sono stati ammessi a suon di milioni e dove si prepara il rientro trionfale di Michele Santoro, una volta finita la campagna elettorale, grazie alla lobby degli ulivisti.
Se questo non è razzismo, che cos'è?

mercoledì, gennaio 18, 2006

Il riformista:illecito, illegale, esterofilo...


Il riformista ha pubblicato un articolo del direttore, Antonio Polito, sulla necessità di un codice etico per i politici italiani, cui sta facendo seguito un dibattito aperto, soprattutto, ai simpatizzanti della sinistra.

Abbiamo notato che, tutto sommato, gl'interventi sul tema sono piuttosto banali, anche se provengono da persone intelligenti ed equilibrate come, ad esempio, Guido Bolaffi, il quale continua a ritenere valida - in linea di principio - la distinzione posta dal giornale su illecito ed illegale, la quale, a nostro sommesso avviso, è pura tautologia.

Le propensioni british e filodiessine del meridionalissimo direttore hanno forse influito, più d’ogni altra circostanza, a rendere poco meno che superficiale il dibattito, allontanandolo dal nocciolo della questione e da un pur timido tentativo di definizione, per così dire, deontologica.

Il fatto è che l'illecito e l'illegale sono pressoché sinonimi, da un punto di vista tecnico-giuridico, e, se le parole hanno un senso, non sarà l'importazione di qualche concetto anglosassone, che può servire alla bisogna.

Antonio Polito, rispettabilissimo opinion maker dell'area liberal postcomunista, ha un'evidente preoccupazione, dopo la scoperta delle magagne unipoliste e cooperativiste: quella di salvare il salvabile nell'unica sinistra, che può dirsi presentabile in Italia, quella, per l'appunto, dei DS con vocazione (inaspettatamente) socialdemocratica.

Ma, purtroppo, il compito che si è assunto è inane.

Non si può mescolare troppo il marxismo emendato dagli errori della rivoluzione con il laburismo, che ha ben altra tradizione ed introdurre specificazioni, appartenenti a campi culturalmente diversi da quelli del nostro paese o dell'area mediterranea.

E poi, per quale motivo dovremmo avere l'esigenza di adottare costumi, formule o regole, codici e comportamenti, che non siamo in grado di seguire con convinzione e spontaneità?

Ci sembra una scelta forzata dalla tendenza esterofila del quotidiano lib-lab (uno dei vizi più marcati degl'italiani), che lungi dal risolvere del problema, non fa che aumentare la confusione delle forme.

Sappiamo bene che la morale è distinta dal diritto e che la politica è una scienza sociale da non confondere con la religione, oppure no?

Machiavelli non è S. Agostino e la violazione della legge, spesso, non significa commettere peccato o trasgredire la morale comune.

La situazione italiana è grave ma non è seria, per dirla con Flaiano, e non saranno i pannicelli caldi proposti dal vivace direttore Polito a salvarci dal degrado della partitocrazia, ben oltre trentanni dopo le lucide analisi del grande costituzionalista Giuseppe Maranini, il quale aveva ben indiduato le cause degenerative del sistema (pseudo) democratico, che ci governa dal secondo dopoguerra.

Un bell'articolo di qualche anno fa di Ernesto Galli Della Loggia (se non andiamo errati) lamentava la decadenza del senso dello Stato e delle élites, sia politiche sia burocratiche, nate con il Risorgimento, consolidate dalla Destra storica e sopravvissute alle due guerre mondiali, inevitabilmente destinate a scomparire con il nuovo assetto di governo, che prese il sopravvento all'indomani degli anni sessanta, grazie alla gestione del potere da parte di movimenti ideologici, sostanzialmente estranei all'unità d'Italia.

I partiti filoclericali e quelli d'impronta marxista, in effetti, che potevano farsene di uno Stato super partes, governato dai princìpi liberali, nazionali od anche genuinamente federalisti, tesi a consentire l'ingresso delle masse, attraverso la selezione di persone al servizio della collettività e della società civile, secondo un codice etico che poneva in primo piano il disinteresse personale, come insegnavano i Sella e gli Einaudi e perfino Don Sturzo, un sacerdote dotato di spirito laico comunitario, più di tanti laicissimi rappresentanti del popolo sovrano, dediti ad aumentare i benefici propri e quelli della propria consorteria, con lo smantellamento - in nome della morale spartitoria - dello Stato e delle strutture pubbliche post-unitarie?

Le radici del male attuale provengono da una classe dirigente, connotata dall'egoismo di partito o personale, miope nel guardare al futuro del Paese, provinciale e casereccia, che ha lottizzato tutto e più di tutto, per favorire nepotes e clientes, stropicciandosene allegramente non solo dello stato e della nazione, ma anche della propria regione e del proprio comune.

Che cosa mai, a questo punto, possano insegnarci gli anglosassoni, lo sa solo Il riformista.

E perché non siamo in grado, con il patrimonio d'idee e di esperienze storiche di fare da noi il cambiamento tanto auspicato?

Provi a chiedersi Polito se i codici deontologici dei governanti inglesi o americani avrebbero potuto essere rispettati, senza il patriottismo intriso di spirito religioso, che caratterizza il diffuso sentire di quelle popolazioni ed il profondo attaccamento alla libertà e all'indipendenza delle proprie Istituzioni.

In tal modo potrà avere una buona parte di risposte alla malattia, che affligge sempre più gravemente il nostro paese, il quale, in decenni di perverso esercizio partitocratico, ha messo in soffitta tutti i punti di riferimento elevati nell'amministrazione della res publica, in nome del tornaconto privato e del longanesiano tengo famiglia.

mercoledì, gennaio 11, 2006

Scalfari impari da Bertinotti


Chi abbia suggerito a Barbapapà di presentarsi in Tv, nell'emerita trasmissione del paggetto Floris, artisticamente denominata Ballarò, non lo sappiamo, ma certamente non è stato un amichevole consiglio.

Lasciare il trono pontificale di Repubblica, da cui impartire le soporose prediche domenicali, per assidersi sugli scomodi sgabelli degli agit-prop dell'Unione non ha giovato affatto all'immagine di Eugenio Scalfari.

Il mammasantissima del giornalismo italiano, progressista per definizione, ammantato di finta cultura e di stereotipiti positivisti mal digeriti, animato da spirito di vendetta nei confronti dell'umanità, solo per il fatto di non pensarla al suo stesso modo, assertore della verità, della giustizia, della moralità pubblica e privata, nella tradizione del più greve e volgare giacobinismo, avrebbe dovuto capire che tale armamentario può essere tollerato solo a distanza e dietro il paravento di una testata conosciuta, sebbene poco accreditata, ma che non può essere esibito in televisione in una penosa trasmissione propagandistica, tenuta in piedi per volontà dei postcomunisti, per riecheggiare, in ogni suo passaggio, le patetiche riunioni delle cellule staliniste ai tempi della guerra fredda .

Ne va della dignità della persona e difatti Scalfari ha fatto un flop clamoroso con la sua violenza verbale, i pettegolezzi da cortile, i luoghi comuni, le accuse isteriche agli avversari, le gesticolazioni da bassa lega, tese a sottolinerare l'odio viscerale per chi - come gli antichi cafoni calabresi - non serve a dovere il capo gabelliere di turno.

Nell'ultima tormentata ed incredibile trasmissione, svoltasi con i soliti salti da giullari e dominata dall'idea di smentire la realtà, che sta affiorando nelle mani dei magistrati inquirenti, dalla quale emergono tristi figuri e poveri comprimari, non più circondati dall'aureola santificante della lega delle cooperative, ma ridotti a tenutari del sacco nelle imprese della nuova banda Bassotti, l'ex senatore socialista, intimissimo di miliardari rossi (più per la vergogna dei propri loschi affari con il KGB, che non per autentica fede proletaria), ha disintegrato il proprio patrimonio di maitre à penser per allievi di scuola serale, faticosamente costruitogli attorno dal mondo della comunicazione, grazie soprattutto alle rarefatte apparizioni in pubblico.

Con gli occhi incrociati dietro le lenti e la barba imperlata di goccioline di saliva, ballonzolanti sulle impietose telecamere, a maggiore sconcerto dei telespettatori, non si è accorto della propria mutazione in una sorta di claonesco mangiatore di fuoco, intento ad incenerire con le fauci dilatate il pur attrezzato ministro Castelli (basito dalle sue occhiate trasversali, cariche di pandemia) e a rievocare gutturalmente la storia politica italiana, ferocemente incolpando l'esterefatto Cicchitto di aver militato nella gloriosa sinistra lombardiana, prima di divenire un esponente forzista di punta.
l duri e puri non cambiano mai idea, sono tetragoni nella loro idiota coerenza, pareva dire l'Eugenio nazionale, dimenticando di aggiungere di quanto fosse invece brillante la sua figura di professionista e d' intellettuale organico, fin dai tempi del Guf,ed ancor più, quando si guadagnava la pagnotta nella redazione di Roma fascista.

Ma perché nessuno trova il coraggio di dire a questo santone dell'antifascimo e dell'anticapitalismo, della giustizia sociale, dell'etica laica, del vangelo anticlericale, che farebbe bene a prendere esempio dall' onorevole Bertinotti, molto più pacato e sobrio nell'eloquio e nelle argomentazioni esposte in televisione, capace di un garbo e di una misura degne del miglior Togliatti e dei raffinati salotti della borghesia illuminata.

Perché non ricordargli le lezioni ciceroniane del De senectute, dei modi più adatti per incedere nell'età gravescente?

Altro che inabissare la propria candida barba tra le mossettine vezzose ed i civettuoli gridolini di Alè del ballerino di Ballarò.

domenica, gennaio 01, 2006

2006


I più cordiali auguri per un sereno e felice anno nuovo ad amici e lettori da L'USSARO.

mercoledì, dicembre 28, 2005

I dintorni di Costanzo



Maurizio Costanzo è un ottimo presentatore, un buon anchorman, un pessimo giornalista.

Lo dimostrò con il flop di quello che doveva essere il primo quotidiano popolare di stile anglosassone, L'occhio, che nel giro di poche settimane dovette abbandonare le edicole dov'era messo in vendita a prezzi stracciati, senza seguito di pubblico.

Nonostante le sue rubrichette sul Messaggero e su Libero non crediamo riesca ad ottenere grande ascendente sui lettori, i quali lo preferiscono alla guida dei contenitori televisivi od altri spettacoli di varia umanità, in cui l'aceto romanesco ha più possibilità di farsi apprezzare.

E' un po' il limite di quanti, ottenuto successo in un determinato settore della comunicazione, pretendano di estenderlo ad altri ambiti, per i quali non sono votati.

In più, pesa su di lui il peccato originale del partito radicale, che sempre di più assomiglia ad un ircocervo, che costringe a continui salti mortali i suoi simpatizzanti, privi, probabilmente, di attitudini acrobatiche, in un infinito pencolare tra destra e sinistra, tra una posizione ed il suo opposto, nell'inutile tentativo di una sintesi inattuabile o di una composizione impossibile tra aspetti confliggenti.

Non dimentichiamo neppure il senso di colpa, che lo attanaglia a causa dei miliardi percepiti dalle aziende del premier, con il quale non può mostrarsi corrivo, pena la taccia di servo del padrone.

Costanzo ci pare il perfetto esemplare del radical chic, teso a farsi perdonare i consistenti patrimoni acquisiti in casa Mediaset. Deve prostrarsi o, perlomeno, strusciarsi alle gambe di personaggi di sponda opposta a quella del cavaliere, con un fare un po'ruffianesco, per accreditarsi comunque come un animo progressista ed indipendente.

E' chiaro a tutti, peraltro, che si tratta di pura apparenza, in quanto la comoda, privilegiata poltrona in cui il caso, la fortuna o il fiuto del suo datore di lavoro, l'hanno collocato, non può essere lasciata.

Sono troppi i benefits, e troppa la libertà di organizzare i programmi, da fare invidia tutti i giornalisti di regime.

Orbene, ognuno può difendere come crede, con l'opportunismo le proprie rendite economiche e d'immagine, ma lo faccia con semplicità e senza mascherature, né affettazione ed eccessiva sollecitudine verso gl'invitati al proprio salotto televisivo ritenuti, a torto o a ragione, veramente importanti.

L'untuosità con cui accoglie l'ospite di turno del suo Diario, con la falsa sicurezza di chi è abituato ad andare a braccetto con i potenti, non è sufficiente per guadagnarsi il ruolo di guru o di compagno di viaggio di personaggi di levatura intellettuale (anche di poco) superiore alla sua.

Se ne renda conto una volta per tutte.

I suoi dintorni non appartengono al suo paesaggio. Non sono propaggini del suo essere ed esistere.

Dopo che, com'è avvenuto l'altra sera, all'atto della presentazione di un sedicente pensatore come Galimberti (un filosofo della storia, definizione scarsa di significati pregnanti), dispensatore di consigli aulici dai rotocalchi femminili e supremo volgarizzatore di massime altrui, annuncia al popolo di darsi del tu con l'illustre ospite, da tempo immemorabile, non ha aggiunto nulla alla sua figura e a quella dell'invitato.

Il nostro presentatore sembra aspirare al ruolo della lumaca di Trilussa, che lasciando la propria scia sul monumento, era persuasa di aver lasciato un segno nella storia. E l'imbarazzo che coglie l'interlocutore, ancora in attesa di scrivere il proprio capolavoro, mostra quanto poco sia lusingato dalle affermazioni confidenziali di personaggi, inevitabilmente considerati inferiori sul piano culturale, e, nonostante gl'inchini, ineluttabilmente appartenenti all'armata del nemico.

Costanzo lasci perdere i dintorni e si convinca di non essere il Re Sole dell'universo della comunicazione e neppure il suo delfino.

Si accontenti del suo ruolo di mediatore televisivo, conservando la propria fortuna, senza dilapidarla con eccessi di presenzialismo, supponenza intellettuale ed espansionismo aziendale.

Gliene saremo tutti grati.

martedì, dicembre 27, 2005

La lezione di Don Chisciotte


Cari lettori, che cosa c'è di meglio, in questi giorni di vacanza, che rileggere qualche pagina di un celebre libro, come il Don Chisciotte?

Credo che, in tempi di omologazione televisiva, la lettura di qualche avventura dell'immortale eroe di Cervantes sia l'antidoto migliore, per riflettere sul nostro destino di uomini in balìa degli eventi, ma grazie alla fantasia e all'inventiva, alla passione e alla poesia, capaci ancora di scegliere la meta da raggiungere, senza i condizionamenti dei mass-media, ma in piena autonomia per fare quel che vogliamo con convinzione autentica.

Lina, una mia giovanissima parente, che vive negli USA, già laureata in Scienza della comunicazione, ed esperta nell'arte fotografica, ha scelto di frequentare il conservatorio per imparare a suonare il piano secondo le buone e difficili tecniche delle scuole di alto livello.

Anni fatica per fare quello che desidera con il cuore, e con la prospettiva di non guadagnare certamente i lauti compensi di chi si dedica alla fotografia professionale.

E' un piccolo esempio, ma una grande lezione per chi vuole sottrarsi alle imposizioni della società moderna, dove spesso vale più lo status symbol che l'armonia con se stessi.

La decisione di Lina sarebbe stata approvata dal grande e nobile cavaliere e dal suo inimitabile creatore, il quale, prima di tutto, ha descritto una categoria dell'animo umano: la libertà morale.

venerdì, dicembre 23, 2005

martedì, dicembre 20, 2005

Babbo Natale alle corde


Sembra un segno dei tempi.

Fuori dai balconi o sulle porte d'ingresso, dal ramo di un albero o dal muro di cinta, penzolano tanti pupazzi di Babbo Natale.
Una moda, senza dubbio, che invade città è villaggi, nell'epoca del consumismo globale.

E poi il fenomeno dell'imitazione.

Ogni cittadino che si rispetti pensa che sia un suo dovere adeguarsi e così decine di sagome adornano le vie e le contrade.
Ma è uno spettacolo che non entusiasma , non desta allegria o gioia e non ispira sentimenti natalizi.

L'impressione che si ricava è di una fiera, uno spettacolo montato su per l'occasione, per essere al passo con la moda e conclamare un Natale all'esterno, nel momento in cui dentro le case o nell'intimo non si riesce più ad apprezzarne il senso profondo.

Resiste la festa, ma sembra quasi arroccata in un tentativo disperato di difesa della tradizione in un ultimo fortilizio, da cui prima o poi spunterà il vessillo bianco della resa.

Il relativismo imperversa come la mancanza di attenzione per la religione, considerata dai più una forma passatista di visione del mondo, un freno alla giustizia sociale e alla liberazione dell'uomo. Una sovrastruttura antiquata e declinante come un'ideologia qualunque: c'è una generalizzata diffidenza verso il sacro, interpretato più come superstizione che come esigenza dell'animo.

E' poca la fede nella società moderna, come dice il Papa; ma non c'è neppure il senso laico di un tempo nel vivere le feste religiose ed, in particolare, per questa ricorrenza, che dovrebbe riaccendere una piccola speranza, nel cuore degli uomini, in un mondo migliore fondato su pochi semplici principi etici.

L'evoluzione dei costumi, eterodiretta dall'industria culturale, ha reso molte persone più scettiche su tutto, anzi, più ciniche verso i propri simili ed il divino e, magari, per contrapposizione inspiegabile, più sensibili ai miti dell'animalismo e dell'ambientalismo ovvero dell'umanitarismo generico, meglio se esterofilo, che non richiede un preciso senso di responsabilità come nei confronti di un familiare, un amico, un vicino, un conoscente derelitto (tutte figure imbarazzanti per chi vola nell'iperuranio dell'utopia comoda e discolpante).
Una fuga da noi stessi.

Una compensazione del vuoto interiore in nome di nuovi idoli mal compresi ed imposti dall'alto, dai produttori di cartapesta, cattivi maestri e volgari demagoghi.

Ecco come si spiegano i pupazzi di Babbo Natale, una caricatura del giorno della rinascita, soppiantatrice del presepe e dell'albero dentro ogni piccola o grande abitazione e, soprattutto, nella mente di credenti e non credenti.

Pupazzi per non sentirsi soli nell'avanzante desertificazione dei sentimenti.

sabato, dicembre 17, 2005

Umano, troppo umano: animale


Rossella Castelnuovo, commentatrice scientifica di Rai Tre, non perde occasione per definire uomini e donne semplicemente "umani": una qualificazione darwiniana tendente ad appaiarli ad insetti, rane, oranghi, etc. - tutti ricompresi nel variegato mondo animale.

La sua insistenza è perentoria e sistematica.Tanto per far capire, a chi ancora non l'avesse ben chiaro in testa, che noi poveri mortali, dopo l'abbandono del vieto antropocentrismo imperialista, non siamo in nulla differenti dalle altre specie.

Qualche tempo fa, davanti a liceali, un po' confusi, di un celebre istituto romano, partecipanti ad un pubblico dibattito sull'evoluzione, richiamò qualche studente ancora restìo ad uniformarsi alle nuove regole del linguaggio, ribadendo con forza che anche noi siamo animali - quasi per dire che termini come uomo e donna sono ormai perniciosi, in quanto ci contrappongono agli altri esseri viventi con un'infondata presunzione di superiorità e costituiscono un forte ostacolo all'educazione delle nuove generazioni alla democrazia.

Ora, noi non abbiamo nulla contro gli animali, umani compresi, spesso più somiglianti a bestie che non a dei, ma pensiamo che non ci sia niente di male a non volerci ritenere assimilati, tout court, ad amebe o girini, se non altro per il dono della parola e della comunicazione elaborata, dell'autocoscienza e della creatività.

E soprattutto crediamo che il relativismo culturale non debba ridurci a numeri sottomessi al regno della quantità, inglobati nella massa indistinta e governati dal positivismo scientifico livellatore, per il quale un animale vale l'altro e tutti insieme contano meno di zero.

Lasciateci ancora leggere senza complessi d'inferiorità l'Umano troppo umano dell'inquieto e scintillante Nietzsche o riflettere sui limiti e la grandezza dell'uomo, descritto dalla lucida e feconda speculazione di Kant, come essere irripetibile dell'universo, allorché constata la meraviglia del cielo stellato sopra di sé e la coscienza morale dentro di sé.

Una consapevolezza che nessun diktat scientista potrà mai attribuire alle altre specie.

martedì, dicembre 13, 2005

Lettera a Massimo Fini


Caro Massimo Fini,

ho letto con interesse il Manifesto dell’Antimodernità e del Movimento Zero e vorrei esprimerle i miei complimenti per l’adesione al programma, fra gli altri, di un intellettuale scomodo ma di notevole spessore culturale ed acutezza di analisi, come Alain de Benoist.

Mi chiedo però quanti interlocutori ne conoscano il pensiero e ne percepiscano le ascendenze sicuramente non marxiste.

Pur non richiamandosi alle categorie ottocentesche di destra e sinistra, che solo per convenzione si continuano ad adottare, dopo il crollo delle ideologie, la posizione di questo pensatore si è fatta chiara ed inequivocabile, nel momento in cui nasce in Francia la nouvelle droite, che costituisce ormai un cospicuo patrimonio spirituale nel superamento di concezioni politiche inadatte alla complessità dei tempi e nella configurazione di strade nuove per tentare di risolvere le contraddizioni ed i problemi presenti nelle società occidentali.

Alcune osservazioni dei commentatori del suo blog hanno, per altro verso, attratto la mia attenzione, in quanto univocamente concordi nel voler affermare un’alta concezione della politica, pur provenendo da differenti esperienze.

In particolare mi ha colpito l’affermazione di un lettore che dice di ravvisare nel suo Manifesto idee già presenti in Rifondazione comunista.

Ora, nessuno più di me considera le sottoscrizioni al suo programma come un segno importante di cambiamento e come volontà di realizzare un sistema più efficiente ed equilibrato nei rapporti fa i cittadini e questi e lo Stato: non più sudditi, ma protagonisti della vita sociale.
Mi permetta di dire, però, che quel signore forse ha equivocato sui contenuti programmatici da lei espressi.

Ortega y Gasset affermava, ben oltre un cinquantennio fa, che destra e sinistra sono semiparalisi mentali, ma non rinunciò mai ad insegnare il valore della libertà individuale e dei principi etici aristocratici contro la massificazione.

Non sono le etichette che contano, ma le idee in cui si crede.

C'è qualcuno di provenienza comunista che si riconosce in qualche punto del Manifesto?

Bene, ma non si creda di poter rilevare, per questo, che ci sia qualche assonanza col pensiero marxista o post marxista, ineluttabilmente alle spalle del Movimento da lei fondato, se ho ben letto e interpretato le parole espresse ed i concetti cui rimandano.

Cerchiamo di non ragionare con i paraocchi e vediamo di stabilire con chiarezza che cosa s'intenda realizzare nella società civile ed in campo economico e sociale.

Spero che si punti ad un superamento del capitalismo darwiniano, con il liberismo sociale o con l'economia sociale di mercato e che si riconosca che la rivoluzione industriale, come ha ben messo in luce il libertario Sergio Ricossa nel sua "Storia della fatica", ha portato anche un progresso nelle condizioni di vita delle classi meno agiate, come mai era avvenuto nei secoli precedenti.

Sul piano antropologico, credo che possa costituire un contraltare ai vizi dell'industrialismo, la lezione di civiltà, ragionevole rispetto della natura e ricerca di un'armonica esistenza per l’uomo, contenuta nei libri dell'etologo K.Lorenz, il quale non ha nulla da spartire con i fondamentalismi ecologisti dei verdi.

Il successo del Movimento dipenderà in buona parte dalle scelte tra utopia e realismo: non dovrebbe innalzare la bandiera dei giacobini per creare il paradiso in terra, ma con lucidità e determinazione dovrebbe battersi per ideali realizzabili – soprattutto - con una rivoluzione morale posta al servizio della persona e della sua dignità, per un assetto che salvaguardi l’uomo e le comunità intermedie contro ogni prevaricazione (ideologica o no) della libertà.

Ho apprezzato molto nella sua storia intellettuale, il contributo recato alla comprensione della figura di Leo Longanesi, cui sono legato dai tempi del liceo.

A mio sommesso parere, tra i padri culturali del Manifesto c'è anche lui.

Non dimentichiamolo.

lunedì, dicembre 12, 2005

Desacralizzazione



Dalla Fiera del libro svoltasi a Roma, grazie ad alcune interessanti interviste di Marino Sinibaldi, abbiamo scoperto che i filosofi si occupano oggi della desacralizzazione, non tanto come oggetto di studio, quanto come finalità e conquista della più pura speculazione scientifica del tempo presente.

E così un tale pensatore di nome (non ce ne voglia se non lo riferiamo esattamente, vista la nostra ignoranza sulla sua esistenza) Agammato parla non solo di una nuova definizione della religione e del profano ed incita alla profanazione come metodo (pensiamo) neo - socratico, ma con argomentazione, a dir poco curiosa, desacralizza il telefonino (opera peraltro altamente meritoria), sostenendo che "se si scherza al cellulare, vuol dire che questo strumento di perversione è stato distrutto!"

Vattelapesca a capire...

Per fortuna provvede, subito dopo, il magnifico Marramao (filosofo - paroliere del cantante - guru Battiato), a ristabilire le sorti del pensiero contemporaneo, constatando genialmente che la vera dissacrazione nei confronti dell'antica religio è stata compiuta dal monoteismo ebraico, il quale ha annientato gli dei pagani. Un elevatissimo concetto, presumibilmente frutto straordinario dell'intesa profonda con il celebre cantautore siciliano, impareggiabile esegeta e cultore del sufismo mediterraneo.

Ora siamo consapevoli che la nostra perdita del centro, madre di tutte le desacralizzazioni, è il risultato di una congiura giudaica.

Ma che bravi questi filosofi moderni.

Benvenuto Cyrano





Anche Cyrano - Massimo Fini finalmente ha aperto il suo blog.

Chi è Massimo Fini lo sanno tutti: un rompiscatole.

Un giornalista e uno scrittore anticonformista, critico del potere e per questo osteggiato da tv, politici ed editori.

Un personaggio che ha cercato di realizzare i suoi sogni, non riuscendovi ( come dice egli stesso, ma chi li realizza? ) e comunque deciso ad instaurare un convinto ed acceso combattimento contro la partitocrazia ed il consumismo, la manipolazione delle coscienze, la perdita d'identità dei popoli e delle culture, per la libertà individuale, la democrazia diretta, la civiltà anteposta alla civilizzazione, fondando il Movimento Zero, con un manifesto programmatico interessante e vivace, rivoluzionario come quello di un Marinetti dell'antimodernità, da leggere con attenzione sul suo sito:
www.massimofini.it

Benvenuto Cyrano ed auguri cordiali per una vittoriosa battaglia.

martedì, dicembre 06, 2005

Addio "Piccola Parigi"

Convocati gli stati generali nella storica aula consiliare del Comune di La Maddalena, che si fregia, fra l'altro, di una dedica al Municipio da parte dell'eroe dei due mondi, il Governatore Soru ha fornito alcune indicazioni sulla riconversione dell'Arcipelago, dopo la fine dell'economia "militare" ( a seguito delle dismissioni della Marina italiana e di quella statunitense), richiamandosi - con un excursus storico un po' incerto - al periodo di massimo splendore dell'Isola , già definita la "Piccola Parigi", ed incitando gli abitanti ad aver fiducia nel turismo, finalmente libero di espandersi, eliminate le remore imposte dalle stellette, dal dopoguerra ad oggi.
Alcune imprecisioni non trascurabili hanno punteggiato il discorso del Presidente della Regione, apparso un po' a disagio per lo smantellamento della base di appoggio dei sommergibili Usa, decisa probabilmente troppo presto, rispetto alle sue personali previsioni.
Storicamente, ha mancato di ricordare che la "Piccola Parigi" nacque tra le due guerre mondiali per la realizzazione di un'invidiabile ( dal punto di vista strategico - difensivo) piazzaforte militare, consistente nella costruzione di numerosi manufatti - fortini e batterie - scavati nelle rocce di granito e nascoste alla vista, dal cielo e dal mare, e, quindi, già allora, perfettamente inseriti nell'ambiente naturale, oltre ad insediamenti di vario genere per le diverse forze armate, le quali crearono un circolo virtuoso sul piano economico-sociale e culturale, tanto da porre in una posizione preminente La Maddalena rispetto ad altre zone della Sardegna.
Non ci pare appropriato dire - come ha fatto Soru - che cittadine come Olbia erano legate all'agricoltura e borghi come Palau erano poco più che un attracco per le navi.
Ma è senz'altro vero che il progresso dei maddalenini rispetto a quello delle altre popolazioni sarde era indiscutibile e che questo primato probabilmente è durato, mutatis mutandis, fino ad oggi.
La "Piccola Parigi" con i suoi negozi, teatri, navi militari e mercantili, un fiorente mercato generale ed ittico, era già inserità all'inizio del 900 tra le cento piazze d'Italia ed il titolo di città.
Ma questo avveniva per merito e come conseguenza delle attività legate al Ministero della Difesa, come del resto avvenne in tutto o in parte con Livorno, La Spezia, Gaeta, Taranto, Brindisi, Messina.
I legami con la Regia Marina Sardo-Piemontese risalivano, del resto, ai tempi della rivoluzione francese e al tentativo di conquista dell'Arcipelago da parte del luogotenente Napoleone, per conto della Convenzione, con l'assalto all'isola di Santo Stefano, respinto per il coraggio del nocchiero Domenico Millelire, prima medaglia d'oro al valor militare dello Stato italiano.
Ora, nessuno pretende che il Governatore - prima di lanciarsi in azzardati paragoni storici- abbia avuto la possibilità di leggersi uno dei tanti libri dedicati alla storia della Maddalena, ma abbia almeno l'accortezza di lasciar da parte il riferimento alla "Piccola Parigi", che ormai non esiste più e non può, per le diverse circostanze attuali, costituire uno slogan per il futuro turistico, che dovrebbe arridere ad una comunità smarrita e fortemente preoccupata per l'avvenire dei propri figli.
L'ineffabile Governatore, con incauta leggerezza ha inoltre dimenticato di ricordare che la Maddalena, nonostante la presenza militare (la quale ha avuto il merito, fra gli altri, di salvaguardare l'Arcipelago dagli scempi urbanistici di altre parti della Gallura e dalla distruzione dell'ambiente), è stata tra le prime località della regione a valorizzare, con metodi che oggi si definiscono compatibili con l'equilibrio naturale e paesaggistico, le potenzialità legate al turismo con la creazione del primo villaggio del Club Mediterranée in Italia, fin dagli anni cinquanta, e la costruzione d'insediamenti del Touring Club, della Valtour, del Centro Velico di Caprera, tra gli anni sessanta e settanta, attirando costantemente villeggianti pù avvertiti e qualificati di quanto non avvenga ogni estate in Sardegna con l'invasione estiva delle frotte predatrici del "mordi e fuggi".
Oggi non rimane che puntare sul Turismo, con la T maiuscola, ha ripetuto con monotonia Soru, ma come?
Questo è il punto.
Egli ha parlato d'investimenti a favore di questo settore che vanno dai 15 milioni ai 45 milioni di euro ( si vedrà), ma non ha delineato alcuna strategia economica al riguardo.
Solo pannicelli caldi per le infrastrutture, la sanità, l'acqua, il recupero del centro storico, l'artigianato , l'edilizia residenziale, in attesa che gl'imprenditori veri si affaccino sull'isola e decidano d'investire seriamente, e che il Parco Nazionale dell'Arcipelago si trasformi finalmente in motore e promotore di un nuovo assetto sociale e di un nuovo benessere.

Il fatturato di 33 miliardi di vecchie lire prodotto dalla passata economia "militare", non sembra facilmente raggiungibile con la creazione di un attrezzato e moderno cantiere per navi da diporto, l'unico progetto concretamente realizzabile per trasformare il vecchio e glorioso Arsenale della Marina militare.
Un po' poco per vedere risorgere la "Piccola Parigi".

lunedì, dicembre 05, 2005

D'Artagnan? Un balente!

Non so se abbiate avuto la ventura di vedere il dialogo televisivo a distanza tra il Bandito Mesina e il Presidente Cossiga, tutto incentrato sulla balentìa ed i balentes di nobili ed antichissime ascendenze barbaricine.

Concetti non facili per chi non abbia avuto l'occasione di una frequentazione non turistica con la Sardegna e la Barbagia, e non abbia potuto quindi sperimentatre l'osservanza, tuttora diffusa, del secolare codice d'onore del Supramonte, che indimenticati studiosi del rango di Antonio Pigliaru, rinomato docente di dottrina dello Stato all'Università di Sassari, ed altri non meno valenti giuristi, avevano qualificato come un vero e proprio ordinamento giuridico, imposto dalla consuetudine, preesistente alla codificazione del Regno Sardo-Piemontese ed addirittura alla stessa "Carta de Logu" di Eleonora d'Arborea, fonte ispiratrice di diverse normative anche fuori dell'isola.

Toccò a Montanelli sperimentarne la vitalità, allorché durante la sua permanenza a Nuoro, il padre, Preside di liceo, lo affidò con la massima tranquillità alla tutela di alcuni ex ricercati, appartenenti all'aristocrazia dei fuorilegge, ovviamente per ragioni di faida e non per veri e propri atti deliquenziali, consentendogli così di conoscere per l'appunto la balentìa ( o valentìa, se preferite).

Il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga e l'ultimo dei Banditi gentiluomini, accomunati da una condivisone di valori, che va ben oltre la diversità dei ruoli e delle posizioni sociali, hanno pertanto spiegato in che cosa consiste questo paradigma culturale o questo imperativo etico, che non è stato ancora disperso dalla civilizzazione e dai modelli consumistici.

Ecco la definizione più semplice e completa, che racchiude peraltro svariate articolazioni e sfumature sul piano esegetico e pratico.

Balentìa significa "Combattere, con coraggio (non solo fisico), per una causa ritenuta giusta, seguendo le regole della lealtà".

Nulla a che fare con rapine sequestri violenze intimidazioni ed assassinii, che purtroppo da una certa data in poi hanno inquinato l'ambiente sardo, con modelli importati dal cosiddetto continente, con le bravate facinorose dei giovinastri o i traffici di droga.

Gli atti compiuti contro la legge nascono dalla faida o dalla vendetta, la più elementare, primitiva forma di giustizia privata.

Il balente rispetta le regole e l'avversario ed anche il rappresentante dello Stato se riconosce che agisce correttamente.

E' stata una conversazione molto interessante, che ha messo in luce i rapporti di amicizia tra due personaggi, che rappresentano due facce della stessa realtà culturale e sociale di una terra, avvolta ancora per mille aspetti nell'aura della civiltà classica, metapolitica ed universale.

Bastano due esempi per confermarlo.

Il miliardario rivoluzionario Feltrinelli che, non conoscendo per nulla l'etica barbaricina, tentò di guadagnare alla propria causa Graziano Mesina, ottenendo da quest'ultimo soltanto qualche sorriso di compatimento, prima del tragico episodio di Segrate, non avendo compreso che quel mondo pastorale si librava sopra lo spazio ed il tempo dell'ideologia ed era disciplinato autonomamente da princìpi a loro modo metafisici.

E poi, la leggendaria figura di D'Artagnan, simbolo della Guascogna e di quanti si pongono a difesa della dignità dell'individuo, contro le ingiustizie e le prevaricazioni del potere, impegnandosi nella lotta, con coraggio e senso di responsabilità personale.
Anche D'Artagnan è un balente!